WINDOWS 8: COME RENDERE DISPONIBILI LE APP AGLI ALTRI UTENTI DI UN PC CONDIVISO

Posted on 11 novembre 2012. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , |

Chi utilizza un PC condiviso tra più utenti, come nel mio caso, con sistema operativo Windows 8, potrebbe essersi trovato di fronte al problema che le app scaricate dal Windows Store tramite un determinato profilo utente, non sono disponibili agli altri utenti. Faccio un esempio: l’utente 1 scarica sul PC il programma 1 e lo installa. L’utente 2, l’utente 3 ecc…. NON vedono elencato quel programma tra le applicazioni disponibili (sto parlando ovviamente delle applicazioni per l’interfaccia ex metro che adesso dovrebbe chiamarsi Windows 8 Style, ovvero quella “piastrellosa”). Sembrerebbe quindi che l’utente 2, per esempio, se volesse utilizzare il medesimo Programma 1, dovrebbe scaricarlo di nuovo e procedere all’installazione. Nessun problema quando si tratta di programmi gratuiti: ma quando sono a pagamento? Il medesimo programma dovrà essere pagato due volte nonostante sia stato già scaricato, pagato, e sia già presente sul PC che si sta utilizzando?

La licenza Microsoft dice che chi acquista un’app la può installare su 5 PC, e che per ogni PC non c’è limite al numero degli utenti che lo condividono. Quindi, un sistema deve esserci! Ecco come fare.

Bisogna loggarsi, tanto per proseguire con l’esempio iniziato, come utente 2. L’utente 2, ricordiamolo, è l’utente che pur condividendo il PC con utente 1 non vede il programma 1 che il medesimo utente 1 ha acquistato ed installato.

Successivamente utente 2 dovrà aprire l’applicazione Windows Store:

storewin

Presupponiamo che utente 2 si sia già registrato presso il Windows Store ed abbia quindi un proprio username ed una propria password. Per poter condividere l’applicazione acquistata e installata da utente 1, occorrerà l’intervento (o vogliamo chiamarla autorizzazione?) di quest’ultimo che, pertanto, dall’ambiente di lavoro di utente 2 si dovrà identificare come utente 1!

In pratica, bisognerà far apparire il menù laterale di destra, denominato Charms Bar, e selezionare la voce Impostazioni e poi Il tuo account. Nella schermata che appare, l’utente deve cliccare (o fare tap) sul pulsante sotto la scritta Accedi con un altro account [Cambia utente].

Appena connesso come utente 1 allo Store, si potrà installare il programma 1 anche per utente 2. L’operazione è velocissima in quanto non si tratta di un’installazione vera e propria, ma solo di rendere disponibile il programma 1 anche all’utente 2. Al termine l’utente 1 farà bene a disconnettersi (sarà sufficiente fare clic o tap sulla scritta Ritorna a utente 2).

Questo è il meccanismo previsto da Windows 8 e, anche se può apparire macchinoso perché non rende immediatamente disponibili agli utenti di un PC condiviso i programmi acquistati da uno di essi, tutela maggiormente la privacy e mantiene più differenziati i diversi ambienti desktop. Inoltre lascia al proprietario di un’app la scelta se renderla o no disponibile agli altri.

Da questa impostazione ne consegue, per coerenza, che quando un utente disinstalla un’app essa non viene automaticamente disinstallata dal sistema, nel senso che rimarrà disponibile per gli altri utenti, a meno che non procedano anch’essi alla disinstallazione.

accwinstore

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APPLE VS. SAMSUNG: L’AUTO CON LE RUOTE QUADRATE

Posted on 27 agosto 2012. Filed under: economia, informatica, smartphone | Tag:, , , , , , , |

La sentenza della causa Apple vs Samsung, che ha condannato la casa coreana a pagare un miliardo di dollari di risarcimento per violazione di brevetti detenuti dalla “mela”, si presta ad alcune considerazioni.
La prima: com’è veloce la giustizia americana. Una causa di simile complessità, in Italia, sarebbe durata almeno una decina di anni. Il giudice USA è arrivato a minacciare pesanti sanzioni ai due contendenti se non avessero ridotto la documentazione da esaminare (ritenuta ridondante) ed il numero di testimoni (ritenuti eccessivi). Per noi italiani, roba da fantascienza.
La seconda: ormai in USA si brevetta di tutto e di più. Si accettano, secondo me, brevetti con troppa facilità su aspetti marginali e secondari, tipo una “gesture” (ovvero un movimento con una o più dita sullo schermo sensibile al tocco) oppure il meccanismo software di sblocco dello schermo.
La terza: che succede ora? Quali saranno le conseguenze per i consumatori ed il mercato? Premesso che Samsung ricorrerà in appello, per cui l’attuale sentenza potrebbe essere riformata in un senso o nell’altro, anche in peggio (o in meglio, dipende dai punti di vista), sicuramente non vedo vantaggi tali da promuovere o favorire l’innovazione. Anzi, tutto il contrario. Lo scopo più o meno dichiarato di Apple è quello di avere una sorta di monopolio nel settore degli smartphone ed una simile sentenza, che ha ritenuto validi i brevetti, la incoraggerà a promuovere altre cause nei confronti di altri soggetti. Credo, insomma, che Samsung sia solo l’inizio e che il vero obiettivo sia Android, inteso come sistema. Obiettivo difficile, perché Android, sviluppato da un colosso come Google, è praticamente gratuito.
Mi chiedo, per esempio, cosa sarebbe successo se il primo fabbricante di autovetture (forse Ford?) avesse potuto brevettare la forma rotonda delle ruote, quella cilindrica dei cilindri, la “gesture” di ruotare il volante per sterzare, eccetera eccetera. Penso che l’Industria automobilistica non si sarebbe sviluppata come invece è avvenuto. Nessuno è stato costretto a realizzare una (improbabile) auto con le ruote quadrate e pulsanti o leve al posto del volante.
Cosa succederà ora? Staremo a vedere. Certo Samsung, che non è un’aziendina da quattro soldi ma un colosso, poteva anche prestare un po’ più di attenzione. Insomma, se vuoi operare in un paese devi rispettarne le leggi e se gli USA permettono di brevettare anche il modo di scaccolarsi il naso, ne devi tenere conto, ti piaccia o non ti piaccia.

UPDATE: interessanti considerazioni possono essere lette in questo articolo.

Update del 3/09/2012: una analoga causa in Giappone è stata invece vinta da Samsung contro Apple. A dimostrazione di come sia incerta la questione brevetti.

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INTERNET E I PRODOTTI DIFETTOSI

Posted on 15 aprile 2012. Filed under: economia, internet | Tag:, , , , , , , , , |

A mio modo di vedere una delle poche conseguenze negative di internet è la leggerezza con cui le aziende produttrici rilasciano sul mercato prodotti difettosi o non sufficientemente testati. Tanto per fare un esempio, in questa ultima settimana abbiamo: l’ultimo modello Canon di reflex digitale, la 5D Mark III, un apparecchio da oltre 3.000 Euro, che in presenza di scarsa illuminazione ambientale lascia trafilare verso l’esposimetro interno la luce che illumina il display, modificando l’esposizione; gli iPad 3 (anzi, ufficialmente si chiama il nuovo iPad) che hanno problemi con il wifi e con il display che in alcuni casi presenta macchie gialle; il nuovo smartphone top di gamma di Nokia, il Lumia 900, non ancora disponibile in Italia, che si disconnette dalla rete mobile… Badate bene, non sono voci di corridoio, sono difetti reali confermati dalle case produttrici. Perché si verifica questo? E che c’entra internet?

Internet c’entra perché con la propria diffusione, la interattività e la velocità con cui propaga le notizie, ha fatto esplodere la concorrenza soprattutto nel settore dell’elettronica di consumo, ragion per cui le aziende produttrici tentanto di bruciare la concorrenza immettendo sul mercato i prodotti prima il possibile e soprattutto prima degli altri: pur di raggiungere questo obiettivo non effettuano test approfonditi perché sarà il pubblico stesso ad effettuare i test, per giunta gratis (anzi, addirittura pagando!). Sempre grazie ad internet, per le aziende è facile venire a conoscenza dei bug e per tramite dello stesso mezzo, è facile rilasciare i firmware oppure i software di sistema aggiornati (quando il problema è software, come nella maggior parte dei casi). Quando il problema è hardware, le cose sono più complicate perché bisogna organizzare i tempi ed i modi per la riparazione gratuita oppure, ipotesi più temuta, il ritiro del prodotto, ma anche queste attività sono più facilmente attuabili che non in passato, proprio grazie ad internet.

Purtroppo tutto ciò sta diventando una cattiva abitudine da parte dei produttori, che in alcuni casi “pubblicizzano” persino i difetti e si vantano dell’efficienza degli interventi (è il caso dell’industria automobilistica che diffonde con tutti i mezzi i difetti e le campagne di “ritiro”). Naturalmente c’è il presupposto della sicurezza (si pensi a freni che… non frenano) ma niente mi toglie dalla mente che sotto sotto ci sia anche la motivazione pubblicitaria.

A casa mia, non si contano i prodotti che sono stati aggiornati via software perché al momento della loro messa in vendita presentavano difetti di funzionamento.

Naturalmente si può anche sostenere che non c’è niente di nuovo, che i prodotti difettosi ci sono sempre stati e che internet consente semplicemente di portare a conoscenza dei consumatori i difetti ed anche le politiche di riparazione delle aziende. Ma mi sembra indiscutibile che da alcuni anni a questa parte i produttori prestino meno cura nel controllo di qualità.

Ciò può dipendere anche dal fatto che molte aziende si limitano alla progettazione ed al marketing, mentre la produzione vera e propria è demandata ad altri. Nell’ambito dell’elettronica di consumo il caso più eclatante è quello di Apple, che non produce in proprio neanche una vite dell’hardware che mette in commercio. In questi casi, il controllo di qualità non può farlo chi ci mette la faccia (pardon, il marchio) ed è un mero fatto contrattuale tra Apple ed i propri fornitori.

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WINDOWS 8 CONSUMER PREVIEW: PRIME IMPRESSIONI

Posted on 3 marzo 2012. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , |

Start

Microsoft, come preannunciato, ha reso disponibile la beta di Windows 8, che per l’occasione non si chiama più beta ma consumer preview. Chi volesse scaricarla, può cliccare QUI. Si discute, in rete, per quale motivo Microsoft abbia abbandonato il termine beta per adottare il nuovo, come se la nuova nomenclatura dovesse sottintendere chissà quali cambiamenti. In effetti, se la versione finale non si discosterà molto da quella mostrata nella consumer preview, di cambiamenti ce ne saranno tanti, e sconvolgenti…

L’installazione di Windows 8 Consumer Preview non ha presentato, almeno nel mio caso, alcun problema. La lingua italiana non è ancora supportata per cui, almeno di non conoscere il tedesco, il giapponese o lo spagnolo, è opportuno scegliere l’inglese. Microsoft avverte, trattandosi di una beta, che alcune funzionalità possono non essere complete e che è probabile ci siano alcuni malfunzionamenti. L’installazione può anche avvenire in dual boot  insieme ad un’altra versione del sistema operativo. E’ una buona idea, poiché non sarebbe saggio sostituire la nostra installazione con Windows 8, ancora in fase di sviluppo. Io ho fatto il dual boot con Windows 7, installando Windows 8 su una partizione di 100 GB. Windows 8 ha riconosciuto senza problemi il sistema raid software del mio pc (fake raid) ed ha creato un menù di boot nuovo di zecca, in cui è possibile usare il mouse. Se al posto di Windows 8 si sceglie l’icona di Windows 7, il sistema si riavvia e parte (ovviamente) Windows 7. Ciò che voglio dire è che i boot di 7 e di 8 non mi sembrano identici, quanto piuttosto alternativi. La prima cosa che appare, all’inizio, è un pesce stilizzato, non propriamente bello a vedersi.

Per procedere con l’installazione, si può usufruire di un aiutino da parte di Microsoft che ha predisposto un apposito tool che in automatico sceglierà la versione giusta da scaricare (32 o 64 bit), masterizzerà l’immagine su un DVD avviabile e faciliterà l’installazione. Altrimenti, come ho fatto io, se si ha un minimo di dimestichezza con l’installazione di sistemi operativi, si può scaricare direttamente l’immagine ISO, masterizzarla oppure metterla su una chiavetta USB, e procedere con il setup. I requisiti di sistema sono piuttosto modesti rispetto a quelle che sono le attuali caratteristiche standard di un pc. Se l’installazione viene fatta partire da una sezione Windows aperta, Windows 8 dovrebbe fare l’upgrade, ovvero alla fine dovreste trovarvi con Windows 8 che ha preso il posto del sistema precedente (opzione sconsigliata). Se invece il boot del pc viene fatto dal disco o dalla chiavetta di installazione, sarà possibile creare il dual boot e preservare tutto ciò che è già presente sul computer (opzione consigliata).

Windows 8 si avvia velocemente ed appare una schermata con l’ora e la data che può essere sollevata come un sipario, quindi verso l’alto, per accedere alla selezione dell’utente. Possiamo creare un utente locale con username e password, come fatto sempre finora, ma possiamo anche indicare un account Windows Live in modo da sfruttare, per esempio, le opportunità di sincronizzazione offerte da Windows Live Mesh e Sky Drive (consigliato). Facciamo quindi conoscenza con la caratteristica principale di Windows 8: è vero, possiamo usare brillantemente il mouse, come sostiene Microsoft, ma Windows 8 è studiato per usare le dita al posto del mouse, quindi avremo a che fare con gesture (movimenti) che se sono molto naturali se eseguiti con le dita, al punto di aver fatto la fortuna dei sistemi operativi touch come IOS e Android,  non lo sono altrettanto con il mouse.  Le dita hanno bisogno di icone e pulsanti grossi, per cui incontreremo, durante la nostra esplorazione, una grafica essenziale e grossolana, molto diversa da quella cui siamo abituati.

Ed ecco la prima sconvolgente novità: il bottone start, quel pulsante in basso a sinistra che sin qui ha contraddistinto tutte le versioni di Windows dal 95 in poi, è scomparso. Non c’è più! Eliminato del tutto. Spostando il mouse (oppure, nei futuri tablet, il dito) nell’angolo in basso a sinistra, facciamo apparire un’icona rettangolare che, in modo schematico, illustra la nuova schermata start, cui possiamo accedere con clic. Da qui possiamo lanciare i programmi e sistemare un po’ il tutto (purtroppo, NON con elevate opzioni di personalizzazione) totalmente immersi nella grafica stile Metro, inaugurata con Windows Phone. Sotto il profilo pratico, ci troveremo di fronte ad un mosaico di piastrelle colorate, alcune delle quali attive (per esempio il meteo, le email, la borsa, la messaggistica istantanea…) con il contenuto che si aggiorna automaticamente. Una di queste icone attive è quella denominata Desktop, che mostra l’immagine di sfondo ma non, per esempio, eventuali finestre aperte. Da lì posiamo accedere ad un ambiente di lavoro molto più familiare, molto simile a quello di Windows 7. Anzi, a parte la mancanza del bottone start, tutto il resto è quasi uguale.

Tirando le somme di quello detto sin qui, capiamo di trovarci di fronte ad un sistema operativo doubleface, dotato di un’interfaccia nuova, la Metro, ed una più tradizionale, quella di Seven. Microsoft farebbe felici molti utenti, me compreso, se ripristinasse il menù Start e creasse una vera possibilità di scelta alternativa, cosicché gli utenti desktop probabilmente opterebbero per l’interfaccia più tradizionale, mentre quelli tablet per l’interfaccia Metro. La sensazione però è che Microsoft non farà questo semplice passo se non costretta: infatti le intenzioni della società di Redmond sono di imporre ai programmatori (e quindi agli utenti) l’interfaccia Metro, che dovrebbe rappresentare il tratto d’unione tra desktop, notebook, tablet e samrtphone. Per cui, anche se solo per lanciare Word, l’utente desktop si vedrà costretto a transitare per la schermata start a piastrelle. Giusto, sbagliato? Solo il futuro potrà dirlo.

A questo punto, però, chi credesse di trovarsi di fronte ad un sistema operativo pensato solo per i tablet, o comunque per l’utilizzo touch, sbaglierebbe. In realtà, la scommessa di Microsoft è proprio quella di far felici tutti con lo stesso sistema operativo a prescindere dall’hardware. Basta vedere, per esempio, la nuova barra superiore delle finestre (in ambiente desktop: metro non ha finestre e le applicazioni girano a tutto schermo): mi piace tantissimo, è in stile ribbon come quelle di Office e molto pratica da utilizzare. Con un clic sparisce, con un clic riappare. I comandi più importanti si possono spostare sul bordo superiore, in modo da averli sempre a portata di mano, e l’utente può scegliere quali inserire. La stessa barra, denominata quick access, la possiamo spostare in un’altra posizione, sotto il ribbon.

vView

Le gesture fondamentali sono quattro: quella relativa all’angolo in basso a destra, l’ho già descritta. Gli angoli a destra, sia in alto che in basso, fanno invece apparire un’altra barra degli strumenti contenente alcuni pulsanti, alcuni sempre uguali, altri la cui funzione varia in base al programma in uso. Attenzione che l’angolo in basso a destra, nella schermata start, riduce invece le “piastrelle” in modo da vederle tutte in un solo colpo d’occhio. L’angolo in alto a sinistra ci fa vedere l’applicazione precedente; scorrendo verso il basso possiamo vedere le (al plurale) applicazioni precedenti, che non sono chiuse: con un clic possiamo ritornarci. Ed ecco un’altra grossa novità: di regola, in Windows 8 le applicazioni non si chiudono. Vengono congelate nella memoria, e quando serve spazio è il sistema operativo a chiuderle a sua discrezione, secondo l’utilizzo che ne abbiamo fatto. Se proprio ne vogliamo chiudere una, in ambiente desktop il modo è il consueto: clic sul bottone rosso con la X, mentre in ambiente Metro dobbiamo afferrare il bordo superiore dell’app e tirare giù verso il basso, sino a farla scomparire!

conflictsIl menù (ops! Scusate, la schermata) start scorre in orizzontale anche usando la rotella del mouse (comodo). Possiamo però vedere anche tutte le applicazioni installate sul computer, divise per categorie, oppure possiamo cominciare a digitare sulla tastiera, ed automaticamente verranno mostrate le applicazioni filtrate secondo ciò che stiamo scrivendo. Per esempio, cominciando a digitare w ci apparirà Word ma potrebbe apparirci anche ogni altro programma che inizia con la medesima lettera. Digitandone più di una, la ricerca sarà sempre più precisa. Alcune tessere possono essere visualizzate a grandezza doppia. Si possono spostare e raggruppare a piacimento, però entro i limiti grafici imposti da Microsoft e non sempre si ottiene subito ciò che si vorrebbe.

Concludendo, debbo dire che la primissima impressione, utilizzando l’interfaccia Metro, è fortemente negativa. Dopo un po’ di apprendimento, qualcosa si comincia ad apprezzare. Una cosa è sicura: chi pensa di poter liquidare Windows 8 come un Windows 7 cui è stato tolto il menù start, sbaglierebbe. Dietro Windows 8 c’è un lavoro enorme, lo si capisce da mille particolari, così come è enorme la scommessa di Microsoft. Anche i miglioramenti sono innumerevoli, come per esempio il taskmanager oppure la gestione dei file in conflitto quando si spostano da una cartella all’altra. Il sistema gira veloce e dà l’impressione di essere leggero. L’attivazione e lo spegnimento sono rapidissimi.

Forse Microsoft farà meglio, nella versione definitiva, a separare in modo più marcato le due interfacce, lasciando maggiore libertà all’utente finale taskmanagerche comunque, potendo lanciare le applicazioni preferite anche dalla barra degli strumenti dell’interfaccia desktop, con un minimo di organizzazione potrebbe anche non sentire poi così tanto la mancanza del pulsante start. 

La versione finale è attesa per la fine dell’anno: staremo a vedere se verranno apportate modifiche sostanziali. Per ora accontentiamoci di questa consumer preview che è già piuttosto stabile e perfettamente utilizzabile. Io ho installato Office 2010, la suite Windows Live, i driver per due stampanti di rete ed una locale, e tutto ha funzionato alla perfezione. Un problema ce l’ho con un vecchio scanner perché il sistema operativo mi dice che il driver non è certificato… debbo ancora studiare come bypassare questo ostacolo. Infine, ho installato anche l’antivirus gratuito Avast, ed anche lui funziona alla perfezione: durante l’installazione il sistema operativo ha automaticamente disattivato l’antivirus di default, Defender, che in Windows 8 unisce le funzionalità del vecchio Defender con quelle dell’antivirus Microsoft Security Essential. Anche questo articolo l’ho scritto in ambiente Windows 8.

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COME COSTRUIRE UNA CHIAVETTA USB TUTTOFARE

Posted on 16 aprile 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , |

Ultimamente mi sto divertendo molto con Linux: è tutto gratis e si possono provare senza costi un sacco di programmi e distribuzioni. Molte di queste ultime (quasi tutte) sono inoltre live CD, ovvero facendo il boot da CD si possono far girare senza nessuna installazione, lasciando inalterato il file system sul disco rigido del PC. Naturalmente, se dopo aver provato si vuole installare definitivamente il sistema operativo, c’è l’opzione per farlo, e qui debbo subito dire che i programmi di installazione delle distribuzioni Linux sono enormemente migliorati rispetto ad alcuni anni fa: le distribuzioni più “facili” e famose hanno ormai un sistema di installazione grafico che rende facile l’operazione, anche a chi è meno esperto.

Questa enorme versatilità del pinguino rende possibili soluzioni software portatili che in certi casi possono essere veramente utili. Pensiamo per esempio alla possibilità di accedere al disco rigido e quindi ai file di una macchina il cui sistema operativo non si avvia più a causa di un problema software; pensiamo alla possibilità di cancellare un file altrimenti bloccato mentre il sistema operativo originario è in funzione; pensiamo ad un PC incasinato da un virus talmente rognoso da poterlo eliminare solo se non ha ancora preso possesso del PC in cui si è installato. Pensiamo anche, perché no, di dover fare indagini di polizia sul contenuto di un PC senza assolutamente intaccare il suo file system per non mandare a puttane le eventuali prove presenti. Infine possiamo anche immaginare di usare temporaneamente un PC che non è nostro ed in cui non vogliamolasciare traccia della nostra attività, per motivi di privacy o semplicemente perché non vogliamo creare fastidi a chi ce lo ha prestato.  Tutto questo, quindi, si può fare con una distribuzione “live” ed i software adatti, il che comporterebbe il fatto di usare una pluralità di CD. Invece, si può ottenere agevolmente tutto questo con una chiavetta USB appositamente attrezzata, col solo svantaggio che i PC più vecchi spesso non consentono il boot da USB. Ma pazienza, volete mettere la comodità di avere in tasca un vero e proprio coltellino svizzero per le emergenze?

Una delle prime cose da fare è andare sul sito Pendrivelinux.com, specializzato proprio in questo, e seguire le istruzioni… Io ho usato il programma gratuito YUMI che permette di creare una penna USB dotata di multiboot, con l’unico limite dello spazio disponibile. Io ho usato una chiavetta da 16 giga e, dopo averci stipato di tutto e di più, ho ancora circa 6 giga di spazio libero per lo storage dei dati.

Cosa possiamo metterci dentro? Una o più distribuzioni live di Linux, anche nelle versioni per netbook, e si può creare persino una versione portable di Windows Severn, se pensiamo di averne bisogno. Poi si possono mettere altre utilità come, per esempio, programmo antivirus, oppure capaci di partizionare il disco rigido, di testare la memoria, e via discorrendo. Naturalmente la prima cosa da fare è procurarsi le immagini ISO dei live CD che vogliamo utilizzare; paradossalmente il programma YUMI funziona (perfettamente) sotto Windows, anche Seven a 64 bit. Alcune distribuzioni supportate da YUMI sono indicate espressamente (l’elenco è lungo), ma c’è una funzione che permette di importare alcune “ISO” diverse (rimane da vedere con quale risultato; nel mio caso tutto è andato bene con qualche versione più recente di quelle indicate nel software).

L’operazione è semplice perché YUMI fa praticamente tutto da solo!

Io ci ho messo Linux Mint, Ubuntu, SLAX, Puppy Linux, i live CD di alcuni antivirus, Memtest, insomma tanta di quella roba da non ricordarmela tutta. Facendo il boot dalla chiavetta realizzata in questo modo, un semplice ma funzionale menù ci permetterà di scegliere cosa vogliamo fare. E funziona tutto! Qualche distribuzione litiga un po’ con qualche periferica (soprattutto con le schede di rete, wifi e cablate) per cui è importante avere più di una distribuzione se si vuole essere sicuri di operare sempre e comunque.

E se proprio vogliamo metterci nei panni degli investigatori, possiamo inserire tra le distro anche DEFT Linux, cosa che io per ora non ho fatto: una distribuzione live appositamente realizzata per le indagini forensi!

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IL BOOM DEL SOFTWARE ON LINE

Posted on 16 febbraio 2011. Filed under: informatica, smartphone | Tag:, , , , , , , , , , , |

La prima è stata la Apple. Insieme all’iPhone, la casa statunitense ha messo a disposizione degli sviluppatori non solo un kit per la produzione di programmi compatibili con iOS, ma anche una piattaforma di vendita: l’AppStore. Come credo sia ormai universalmente noto, dall’AppStore si possono scaricare facilmente, in modo sicuro ed a prezzo conveniente, una miriade di applicazioni che rendono l’iPhone il miglior smartphone in commercio. Non solo: altri vantaggi consistono nel fatto che il sistema segnala in modo autonomo ed automatico eventuali aggiornamenti ed in più, se vi capita di perdere i programmi installati… nessuna paura! L’AppStore ricorda il vostro acquisto e li reinstalla senza farli pagare una seconda volta. Aggiungo che l’installazione è totalmente automatica e che ogni software disponibile ha superato l’esame di Apple per cui dovrebbe non solo essere sicuro, ma anche non creare casi di incompatibilità con altri programmi installati. Questa politica da parte di Apple a dire il vero ogni tanto suscita qualche polemica poiché c’è il sospetto che non vengano ammesse applicazioni che, pur tecnicamente perfette, “disturbino” il business della stessa Apple o di qualcuno dei suoi partner forti. Ma, al di là di questa pur non trascurabile obiezione, è chiaro come per l’utente comune i vantaggi siano di gran lunga superiori agli svantaggi. Per coloro che proprio vogliono svincolarsi, ci sono le famose/famigerate procedure di jailbreack e lo store alternativo di Cydia.

Questo modello è talmente buono che ora lo stanno copiando tutti. Android ha il suo store, anche se i programmi scaricabili non sono così accuratamente selezionati e testati come nel caso di Apple. Per restare in ambito smartphone, Nokia ha tentato la stessa strada con OVI, il suo negozio on line, ed altrettanto hanno fatto altri sistemi operativi meno diffusi e la stessa cosa sta facendo il nuovo sistema operativo Windows Phone di Microsoft.

Insomma, l’idea è buona e se è buona per i telefonini, perché non può essere valida anche per i computer?

Detto fatto: Apple, ancora una volta prima, ha aperto da un mesetto circa il MacStore per la vendita e la installazione automatica dei programmi sui propri iMac e MacBook. In questo modo io ho acquistato ed installato il programma di ritocco fotografico Aperture ad un prezzo scontatissimo.

Il futuro Windows 8 avrà il suo store on line e se avete avuto la ventura di installare una delle ultime distribuzioni Linux, Ubuntu in testa, vi sarete accorti che la installazione di nuovo software avviene più o meno alla stesso modo, anche se gratis ed attraverso una interfaccia molto più spartana.

Insomma, la strada è segnata. Ed è giusto che lo sia, perché questo sistema, che prevede un punto vendita virtuale ed una procedura automatica di installazione, è vincente sotto tutti i punti di vista e soprattutto non impedisce di continuare ad usare i canali e le procedure tradizionali. Per la cronaca, sembra che le varie distribuzioni Linux vogliano unire gli sforzi per presentare uno store on line unico per tutti… sarebbe, a mio modo di vedere, una gran bella cosa!

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RECUPERARE DATI (CANCELLATI PER SBAGLIO) SU NAS LINUX

Posted on 27 dicembre 2010. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , |

Tempo fa nella mia rete domestica ho inserito un NAS. Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, NAS è l’acronimo di Network Attached Storage, praticamente un disco di rete collegato non ad una singola postazione di lavoro come un disco esterno qualsiasi, ma ad un router tramite cavo  ethernet (oppure anche wi-fi). In quanto tale ogni PC collegato alla rete, in base ai permessi concessi dall’amministratore, può scrivere e leggere dal NAS, il cui contenuto quindi è condiviso da tutti. In più, parecchi NAS hanno capacità multimediali per cui sono in grado di inviare video ad una TV collegata in rete.

Bene, sul mio piccolo NAS c’è finito un po’ di tutto (foto, mp3, file di word, eccetera). Volendo fare pulizia, ho inavvertitamente (oppure incautamente, chi si ricorda) cancellato una intera cartella contenente una gran quantità di documenti, soprattutto fotografie, della mia figlia più grande, di cui non esisteva copia. Da qui la necessità di rimediare almeno in parte all’errore.

Il protagonista è questo qua: un NAS Philips da 500 GB. Per sua natura, poiché opera senza PC ma vive attaccato alla rete, un NAS è dotato di un proprio sistema operativo. Non è quindi un semplice disco esterno.

Per prima cosa ho spento subito (insomma, quasi subito) il NAS perché quando si vogliono recuperare dati cancellati erroneamente, anche a seguito di una formattazione veloce, da un disco rigido, bisogna evitare che i dati stessi vengano sovrascritti oppure irrimediabilmente corrotti da attività di vario tipo quale, per esempio, un processo di deframmentazione. Infatti i file cancellati sono ancora fisicamente al loro posto, mentre alla unità che gestisce il disco viene riferito che lo spazio da loro occupato è libero. Insomma, è come se ad un libro certe pagine venissero cancellate dall’indice: le pagine però resterebbero al loro posto e potrebbero essere cercate manualmente sfogliando il libro.

Questo è esattamente (insomma, più o meno) ciò che fanno i vari software specializzati nel recupero dei file: scandagliano il disco settore per settore e tentano di ricostruire i file, spesso con successo. Ma qui l’operazione doveva essere fatta su un NAS e nessuno di questi software, almeno nessuno di quelli da me provati in ambiente Windows, è stato in grado di “vedere” il disco di rete. Una breve ricerca su Google ed ho trovato alcune indicazioni. La prima: per operare su un NAS, bisogna armarsi di cacciavite, estrarre il disco rigido presente al suo interno, collegarlo fisicamente ad un PC come disco esterno, lanciare i software per tentare il recupero dei file.

Smontare il NAS senza distruggerlo è stato tutto sommato abbastanza facile, anche per me che con un cacciavite in mano sono un pericolo pubblico. La custodia esterna la ho potuta sfilare svitando due sole viti; poi, operando con calma e sangue freddo, ho portato alla luce il disco rigido collegato alla elettronica di gestione. Ho dovuto svitare quattro viti che lo tenevano ancorato al telaio ed altre due che tenevano fermi due fili elettrici e che avevano l’aria di una sorta di “messa a terra” (non saprei altrimenti come dire). Dopodiché è stato sufficiente staccare il cavetto SATA ed il connettore dell’alimentazione elettrica, del tutto identici a quelli di qualsiasi PC, per avere in mano l’Hard Disk (un Hitachi) in mano, libero da ogni legame con la sua collocazione originaria originaria.

Ho quindi aperto il case del mio PC, che ha un sistema raid per cui non è possibile scollegare uno dei due dischi per poter collegare quello prelevato dal NAS. Così ho scollegato invece il lettore ottico (DVD) che nel mio sistema è sempre SATA, ed al suo posto ho messo l’hard disk del NAS.

Avviato Windows 7, come sospettavo il sistema operativo non vede il disco. Ero convinto, infatti, che fosse formattato in Ext3, tipico di Linux. Infatti è così: lancio il programma Disk Director di Acronis, che è in grado di gestire le partizioni formattate un po’ in tutti i modi, e ne ho la conferma. Insomma, il NAS Philips (come molti altri) ha al proprio interno un sistema operativo derivato da Linux. Grazie a Google, apprendo numerose altre cose.

Recuperare dati da un NAS formattato con Ext3 è particolarmente difficile, secondo molti. Infatti, questo sistema prevedrebbe alcune routine di auto-deframmentazione che corromperebbero i dati rendendoli irrecuperabili. La prima cosa da fare, comunque, è accedere al disco da un sistema Linux e cercare un programma in grado di tentare il recupero. Detto fatto, riavvio il mio PC scegliendo Ubuntu come sistema operativo. Sotto Linux riesco ad accedere facilmente al disco ed a vedere i file (naturalmente non quelli cancellati); purtroppo ho la conferma che non esiste alcuna specie di cestino dove andare a riprendere i file cancellati, ma questo lo sapevo già (nell’uso come NAS, non ho mai visto alcun “cestino”). A questo punto è sufficiente cercare un programma analogo a quelli esistenti per Windows. Ancora una volta San Google mi viene in aiuto: ne trovo alcuni, ma alla fine la mia scelta cade su un programma che si chiama Photorec e che viene fornito insieme ad un altro, Testdisk. Lo strumento Gestione Software di Ubuntu non me li fa scaricare perché, avvisa, la provenienza non è sicura… allora procedo ad un download manuale. Per fortuna i programmi in questione non devono neanche essere installati, funzionano così come sono. Come spesso accade in ambito Linux, le interfacce sono spartane o persino assenti, però l’efficacia c’è. Dei due software, quello che fa al caso mio è Photorec. Bisogna aprire una finestra di terminale e lanciarlo da riga di comando: sudo ./photorec (dopo essersi spostati nella sua directory). Così facendo, i file recuperati verranno salvati nella stessa directory che contiene il programma.

Tutto funziona a riga di comando, ma è abbastanza facile da usare. Gli indico il disco e la partizione da usare, il file system, e poi vedo che succede.

Il programma scansiona tutto il disco in due passaggi, trova parecchia roba inutile (un sacco di file .txt che secondo me non esistono, infatti molti non si aprono) e così alla fine faccio un secondo tentativo spuntando, come opzione, non tutti i tipi di file come in precedenza, ma solo quelli che possono interessarmi. Io, per esempio, ho indicato solo i file di immagini (jpg, bmp, gif, tiff, png) oltre a quelli formato doc. Adesso le cose si fanno interessanti: vengono subito trovate una caterva di foto. Alla fine, dopo alcune ore ed i due passaggi, il software ha recuperato oltre 16.000 – diconsi sedicimila! – immagini, molte inutili (copertine di dischi, “pezzi” di siti, ecc.) ma altre di indubbio interesse, tra cui quelle di mia figlia che stavo cercando. Non sono in grado di dire di averle recuperate tutte, perché le 16.000 e passa fotografie andranno guardate una per una, però posso dire che la complessa “operazione salvataggio” ha avuto un successo insperato!

Alla fine rimonto il disco nel suo case e riattacco il NAS: funziona perfettamente!

Morale della favola: anche se è un’operazione abbastanza difficile da fare, recuperare dati cancellati per sbaglio da un NAS non è poi impossibile, basta avere un po’ di tempo a disposizione e smanettare un po’ sia col cacciavite che con il software.

Un’ultima nota: i file salvati da Photorec nella propria cartella sono suddivisi in directory numeriche (nel mio caso da 1 a 71) e risultano essere di proprietà di root, per cui non possono essere spostati né cancellati se non ricorrendo a noiose (almeno per me) operazioni a riga di comando per cambiarne il proprietario. Alla fine ho optato di uscire dal sistema ed accedervi di nuovo come root (sotto windows, diremmo come amministratore). In molte distribuzioni Linux attuali l’utenza root è disabilitata di default. In Ubuntu 10.10, quello che ho usato io, è stato necessario inserire da riga di comando una password per root (sudo passwd root, quindi seguire le istruzioni che compaiono). Successivamente, al login, digitare root come utente e poi la password precedentemente scelta. In caso di problemi, occorre smanettare tramite menù Amministrazione –> Schermata di accesso se c’è qualche altra voce da configurare.

Photorec è un programma multipiattaforma: oltre alla versione Linux, esiste anche una versione per Windows e persino una per Mac.

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ARRIVA LA TURBOGOOGLE

Posted on 11 ottobre 2010. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , |

È apparsa sulla stampa la notizia che Google ha testato in grande segretezza una vettura che non ha bisogno di guidatore. Per essere precisi questa automobile, basata su una Toyota Prius, ha i posti come una normale macchina ed anche il conducente siede al proprio posto con la possibilità di passare in qualsiasi momento, in caso di necessità, ad un controllo di tipo tradizionale. La Googlecar avrebbe già percorso 140.000 km per le strade della California senza il minimo incidente né inconveniente ed avrebbe ottenuto il permesso, dalle autorità locali, di girare liberamente. Anzi, un incidente ci sarebbe pure stato: l’auto sarebbe stata tamponata ad un semaforo, ma Google sottolinea che nessun software è in grado di evitare l’altrui incapacità alla guida.
Non appena ho letto questa notizia, mi è venuto subito in mente di non averne lette di analoghe da parte delle case automobilistiche tradizionali, quanto meno non di così circostanziate. Tutto ciò ha un significato.
Le case automobilistiche si stanno concentrando soprattutto sui motori perché è chiaro che il motore a scoppio sta terminando il suo ciclo vitale. È una tecnologia ormai vecchia, non ulteriormente migliorabile se non in modo del tutto marginale, rumorosa ed inquinante, e che dulcis in fundo utilizza carburanti derivati dal petrolio, con tutto ciò che ne deriva. Si tratta di una impostazione, questa delle case automobilistiche, conservativa: il loro sogno sembrerebbe essere quello di continuare a costruire tanto la Panda quanto la Ferrari o la Rolls Royce così come hanno sempre fatto, semplicemente sostituendo un motore con un altro, elettrico o ad idrogeno.
Ben più visionario, e proiettato in avanti, il progetto di Google: dotare un’auto del software (e dell’hardware) necessari per trasformarla in una sorta di robot dell’asfalto. Imposti l’indirizzo di arrivo e via, la macchina si guida da sola. Questa è vera innovazione, tipica di un settore in perenne ebollizione come quello informatico: non è un caso che sia una azienda come Google ad aver sperimentato a fondo questa possibilità.
Cosa dobbiamo aspettarsi dal futuro? Google si metterà a produrre automobili? Tutto è possibile, ma io non credo.
L’auto del futuro sarà probabilmente elettrica e sarà una sorta di robot-pc il cui sistema operativo potrà essere scritto da Google, Microsoft, Apple (che venderà la sua propria vettura); potrà essere open source stile Linux, e gli utenti più evoluti nell’arco di una nottata, forse meno, potranno formattare tutto e cambiare OS (problemi di omologazione a parte). I costruttori tradizionali assembleranno l’hardware, studieranno l’estetica ed il marketing; l’utente finale ci installerà il sistema operativo che preferisce.
Non oso pensare cosa potrebbe accadere ad una automobile infettata da un virus, per cui è probabile (anzi auspicabile) che questi sistemi operativi siano blindati e più sicuri di quelli attuali, a discapito delle possibilità di personalizzazione.
Fantascienza? Futuro lontano? Non molto. Google pensa di poter commercializzare la propria creatura tra otto anni, non di più, e già si interroga su questioni pratiche. Per esempio, in caso di incidente, chi sarà ritenuto responsabile? Il proprietario della macchina o chi ha scritto il software?

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MULVE: ARRESTO…

Posted on 8 ottobre 2010. Filed under: internet, musica, politica | Tag:, , , , , |

Non solo arresto del servizio (il sito non è più raggiungibile ed il client non funziona più), ma anche arresto dei creatori del software. Se la notizia riportata da TorrentFreak e ripresa da DDAY è vera, le autorità di polizia britanniche avrebbero ingabbiato i programmatori che hanno dato vita a Mulve, il programma per il download di mp3 dalla vita più breve che si sia mai vista, ma anche più intensa. Ed anche arresto del buon senso, direi. Di cosa possono essere accusati gli autori di un software che di per sé non contiene nulla di illegale e che consiste solo in un motore di ricerca che indicizza i file presenti in un server russo? Ma siamo matti? Sono (re)azioni come questa a farmi capire quale sia la battaglia che in realtà si sta combattendo: da una parte ci sono gli utenti di internet che vorrebbero sfruttare pienamente le possibilità che la rete offre, ed in piena libertà, mentre dall’altra parte della barricata ci sono i detentori di diritti ormai antiquati ed improponibili che esercitano sui governi e sulle istituzioni una attività lobbistica tale, che oggi è più facile andare in galera per poche righe di codice che non per una rapina in banca.

Sembra però che questi programmatori, prima di essere (per così dire) neutralizzati, abbiano reso pubblico il codice regalandolo alla comunità open source. In questo modo Mulve, che come ho riferito in un precedente post ha già dei cloni più o meno efficienti, resusciterà come Lazzaro e sarà più bello e più superbo che pria, per dirlo come lo direbbe il Nerone di Petrolini. E questa è la pagina del progetto di resurrezione, ancora priva di contenuti ma da tenere d’occhio da qui in avanti.

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ELOGIO DEL NETBOOK

Posted on 28 settembre 2010. Filed under: informatica | Tag:, , , , |

Fino ad un paio di mesi fa non avrei mai creduto di poter elogiare la categoria dei netbook. Da non confondersi con i fratelli maggiori notebook, rappresentano quei computer piccoli che vanno tanto di moda. La prima a metterne in commercio un esemplare è stata la Asus cui, visto il grande successo, hanno fatto seguito tutti gli altri. Attualmente l’offerta parrebbe molto ampia ma, in realtà, non è proprio così.
La mia opinione sui netbook è cambiata quando, allettato da una buona offerta in un centro commerciale, ho acquistato per 199 euro un HP dalla sigla irripetibile e complicatissima. Prima mi dicevo che erano poco potenti, che lo schermo era troppo piccolo, eccetera eccetera. Ora ho scoperto che quei difetti possono essere visti anche come pregi: il netbook pesa molto poco, è piccolo per cui trova spazio con facilità anche sul tavolo più affollato; scalda pochissimo e può essere tenuto sulle gambe, per esempio sul treno (facendo attenzione a non otturare le prese d’aria!); il processore è ottimizzato per consumare poca energia, quindi la batteria dura a lungo. Lo schermo poi è vero che è molto piccolo (tipicamente 10,1″ – i primi erano anche più piccoli) ma la risoluzione è abbastanza elevata: 1024×600 formato panoramico, per cui dentro c’entra abbastanza roba, le scritte sono minuscole ma molto nitide.
Dicevo che l’offerta è ampia nel senso che possiamo trovarne di tutte le marche, ma in realtà i componenti di un vero e proprio netbook sono piuttosto standardizzati (esistono varianti per ora di nicchia, oppure modelli più dotati che sconfinano nel segmento superiore dei notebook): processore Intel serie Atom (ce ne sono alcune varianti), 1 GB di RAM, hard disk da 160 oppure 250 GB, sistema operativo Windows XP oppure Windows 7 Starter, grafica e webcam integrate, WiFi. Avete deciso di comprarne uno? Allora dovete prevedere una spesa oscillante tra i 250 e i 300 euro, a meno che non troviate una offerta speciale come ho fatto io.
A cosa serve un netbook? A tutto, tranne che le elaborazioni impegnative. Per esempio è abbastanza assurdo pretendere di farci grafica o video. Insomma, abbiate pietà del vostro minuscolo amico ed evitate di installarci Photoshop. Va benissimo per internet (navigare sul web e posta elettronica), per scrivere testi, per visualizzare foto e vedere video a risoluzioni adeguate al piccolo schermo. Va bene anche per ascoltare musica se non avete molte pretese, perché gli altoparlanti sono minuscoli e la qualità ne risente (non potrebbe essere altrimenti), però si possono sempre usare le cuffie. Tutto questo, concentrato in un dispositivo leggero, economico, che consuma poca energia ed occupa poco spazio: ce n’è a sufficienza per volerne uno, giusto?
Ed ecco i miei consigli per gli acquisti. Per prima cosa, poiché la dotazione hardware è quasi identica tra tutti i modelli, così come il costo, il primo consiglio è piuttosto inusuale: considerate attentamente l’estetica. Un netbook è un oggetto personale e deve piacere. Ce ne sono di tutti i colori, almeno in questo i produttori si sono sbizzarriti. Poi controllate il tipo di batteria: sconsiglio quelle a tre celle, meglio optare per quelle a sei che consentono un’autonomia di almeno cinque ore, ma anche sette – otto se si sta attenti con la luminosità dello schermo, per esempio. È vero che il peso e l’ingombro aumenteranno leggermente, ma il netbook è un pc portatile per definizione che lavora scollegato dalla rete elettrica: più a lungo lo può fare, meglio è. Come sistema operativo sconsiglio XP, che ormai è vecchio: meglio puntare su 7 Starter, che non consente di cambiare sfondo e quello standard è di uno squallore unico, ma si può sopperire con programmi ad hoc facilmente reperibili in internet. Se poi volete metterci Linux, che ha delle distribuzioni leggere appositamente studiate per i netbook, potete sempre farlo, magari dopo aver fatto una copia del disco con Win 7 Starter, così non lo perdete: avete idea di quanto costa Windows? Le altre caratteristiche da prendere in esame sono quelle che ho elencato in precedenza e che vanno bene adesso, a Settembre 2010: tenete presente che la categoria dei netbook è in evoluzione e non sono da escludersi futuri miglioramenti dello standard.

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