MAC: SAFARI E QUEL LASTPASS CHE NON SE NE VUOLE ANDARE

Posted on 5 ottobre 2012. Filed under: informatica | Tag:, , , , , |

Lastpass, per chi non lo conoscesse, è un comodo servizio “cloud” che si installa come plugin in tutti i browser e per tutti i sistemi operativi, che consente di avere sempre a portata di mano le proprie password ed anche, volendo, di riempire automaticamente i form per l’accesso ai nostri siti personali. Comodissimo e geniale: grazie alla tecnologia cloud, basta installare il plugin in tutti i computer utilizzati, che siano Windows Mac o Linux, per avere la propria cassaforte (come viene chiamata da Lastpass) perfettamente sincronizzata. Ed è pure gratis… purtroppo è a pagamento sugli smartphone. A detta della software house, il sistema è ultrasicuro e nemmeno il server di Lastpass può accedere alle vostre password. Io comunque consiglio di usare una password lunga (quella che imposterete per accedere a Lastpass e sarà l’unica che dovrete ricordare, insieme alla vostra email) e di evitare di usare il servizio per l’accesso a siti veramente importanti quali, ad esempio, internet banking eccetera. Intendiamoci, non ci sono dubbi di sorta sulla serietà e sicurezza di Lastpass, solo che non si sa mai…

Premesso ciò, io uso Lastpass da un bel po’ di tempo e con grande soddisfazione. lo uso su un PC con Windows 7 e con Linux Mint, su un netbook sempre con Windows, su un iMac con l’ultima versione di MacOSX e su un iPad: quindi utilizzo il plugin per Internet Explorer, Safari, Chrome e Firefox. Perfetto in tutti i casi.

Un curioso problema è sorto aggiornando Mac OSX a Mountain Lion e quindi usando l’ultima versione di Safari. Aggiornato il sistema operativo, il plugin di Lastpass non veniva caricato ed all’avvio del browser appariva una finestra con un errore: in sostanza mi veniva detto che la versione di Lastpass (lì per lì non ho fatto caso al numero) non era stata testata con la nuova versione di Safari, per cui per motivi di sicurezza il plugin non veniva caricato. Messaggio, come vedremo, fuorviante e ingannevole. Voi cosa avreste pensato? Un messaggio così, che appare dopo aver aggiornato il sistema operativo, faceva ritenere che Lastpass dovesse essere aggiornato per essere compatibile con la nuova versione di Safari. Vado quindi sul sito e scarico l’ultima release di Lastpass. La installo, funziona, ma all’avvio appare sempre quel maledetto errore. Pazienza! Mi dico che forse la compatibilità non è ancora perfetta e che il problema, a questo punto secondario, verrà risolto con un futuro aggiornamento.

Ma passano le settimane e alla fine mi scoccio di vedere sempre quel messaggio di errore ogni volta che apro il browser. Allora decido di disinstallare il plugin per vedere poi il da farsi: tanto, grazie alla tecnologia cloud,  sarebbe stato sufficiente reinstallare Lastpass per ritrovarmi con la mia cassaforte bella e pronta. 

Ma ecco il colpo di scena: anche senza Lastpass, il messaggio di errore persiste! Mi viene detto che la versione di Lastpass in uso non è stata testata con la versione attuale di Safari, per cui non viene caricata per sicurezza, ma il bello è che Lastapass non c’è più, o almeno così dovrebbe essere!

Allora leggo con più attenzione il messaggio di errore e finalmente realizzo che  si riferisce ad una vecchia versione di Lastpass, la 1.7, mentre quella che io avevo installato era la 2 circa (non ricordo il numero esatto). Ecco perché funzionava tutto! L’errore si riferisce in realtà ad una vecchia versione la quale, in tutta evidenza, ha lasciato qualche traccia che, con l’aggiornamento del sistema operativo, è riemersa dal passato generando il famoso errore. Allora mi metto come un forsennato a cercare nel file system una traccia residua di Lastpass. Trovo pochissima roba, cancello un paio di file  ma niente, il maledetto errore non vuole saperne di andarsene via! 

Alla fine grazie a Google trovo la soluzione nel forum di Lastpass. Sarebbe stata la cosa più ovvia sin dall’inizio, da fare, se il messaggio non mi avesse fuorviato.

Sono andato sul sito di Lastpass, ho scaricato il file di installazione della versione 1.7 (c’è per fortuna un link da cui scaricare le vecchie versioni), ho lanciato l’installazione ma al momento giusto ho scelto la voce “disinstalla”. E l’errore è finalmente sparito.

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SISTEMI OPERATIVI: LA MODA DELLE ICONE CICCIOTTE

Posted on 31 maggio 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , |

Una moda sta dilagando tra i sistemi operativi: le icone grosse per il lancio dei programmi e più in generale per gestire il file system e le varie funzionalità. Un esempio? L’ultimo Ubuntu ha Unity come ambiente desktop di default (per fortuna può essere disattivato al login). Una barra a sinistra con icone enormi; una finestra altrettanto enorme con altre icone gigantesche che si apre per quei programmi che non entrano nella prima.
Ho poi provato l’ultima Fedora, mi sembra la 15, con Gnome 3. Uno shock. Gnome 3 è più simile a Unity che non a Gnome 2. Anche qui basta un clic per far comparire le solite icone gigantesche che galleggiano sul desktop, stile iPhone per intenderci, solo molto più grandi. Ed il nuovo MacOS che dovrebbe uscire a breve, avrà una funzionalità simile. E pensate che il futuro Windows 8 ne sarà esente? Temo di no.
Perché questa moda? È evidente: sono interfacce studiate per essere touch, per i dispositivi mobili come i tablet pc. Sono icone e pulsanti adatti ad essere usati con le dita.
Ma il loro aspetto su un desktop, adesso che i monitor tendono tutti ad avere dimensioni piuttosto ampie, è secondo me orrendo e poco funzionale, con un grande spreco di spazio.
Durerà questa mania? Spero di no. Spero che gli OS per desktop, da usarsi con mouse e con una tastiera tra me e il monitor, rimangano eleganti e lascino libera la scrivania da fronzoli inutili. Spero si capisca che una interfaccia grafica sola non va bene per tutto e per tutti.

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UBUNTU 11.04 – NEL NOME DI UNITY

Posted on 25 aprile 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , |

UnityCnnaIl cambiamento è una cosa che non sempre piace, mentre spesso fa paura. Saper cogliere (nel cambiamento) le opportunità è una dote che non tutti hanno, ma che tutti possono sviluppare. Ad innovare, spesso nell’immediato ci si rimette, ma alla lunga può pagare. Insomma, quando c’è qualcosa di nuovo che ci sottrae al nostro sonnacchioso tran tran, che ci obbliga a cambiare sia pure di poco abitudini, modus operandi eccetera, c’è sempre qualcuno che storce il naso, che pensa era meglio prima, che tenta disperatamente di ripristinare le vecchie cose esattamente come erano.
Tutto ciò sta accadendo nel mondo Ubuntu. La celebre distribuzione Linux infatti ha deciso di adottare, come desktop attivato di default, Unity, un sottosistema grafico che finora aveva adottato solo nella versione per netbook. Innanzitutto (sto provando la beta 2, la versione definitiva sarà scaricabile tra pochi giorni e precisamente il 28 Aprile) al momento di fare il login si potrà specificare se attivare la versione tradizionale di Gnome (Ubuntu Classic) oppure Unity (Ubuntu). Come vedete il nome puro e semplice della distro è associato ad Unity, a meno che le cose non cambino nella versione definitiva. E’ un segnale forte di cambiamento su cui la comunità Linux sta discutendo in modo appassionato, con valutazioni controverse.

In sostanza Unity è una barra laterale verticale, posta a sinistra del desktop, il cui funzionamento è un misto tra la barra delle applicazioni di Windows Seven e il dock di MacOS. Le icone dei programmi si possono lasciare lì per sempre, ma solo dopo essere stati lanciati (in pratica, non si può inserire l’icona a programma disattivato, così come è invece possibile in Windows). Il programma attivo si riconosce perché a sinistra dell’icona appare una freccetta bianca. Quando la barra entra in contatto con una finestra in cui gira un programma, scompare; per farla riapparire è sufficiente portare il cursore del mouse verso il bordo destro dello schermo. Analogamente a MacOS, c’è una icona dal nome Applicazioni che apre una finestra con tutti i programmi installati sul computer. Da notare che all’interno di questa finestra è possibile attivare un sottomenù con le applicazioni suddivise per categoria; infatti Unity non ci mostra tutti i programmi installati, ma divide la schermata in tre spazi, in cui campeggiano icone piuttosto grosse, che distinguono tra applicazioni lanciate di recente, lanciate più spesso, eccetera… Occorrono altri clic per visualizzarle tutte.

Mi piace Unity? Sì e no. Da una parte sono uno che apprezza le novità, poi trovo la barra colorata e soprattutto apprezzo che sparisca da sola quando non serva… Dall’altra, ho l’impressione che stiamo parlando di una interfaccia ancora acerba, poco personalizzabile ed ancora non del tutto funzionale. Per esempio, non sembra possibile spostarla a destra, mutarne le dimensioni ed il comportamento. (Uso il condizionale perché non posso dire di averla testata veramente a fondo). Inoltre ho la netta sensazione che certe volte, per cercare un programma x, questo se ne resti ben celato nel menù ed occorrano troppi clic per raggiungerlo, ma forse è solo questione di farci l’abitudine.

Un’altra cosa importante da dire è che non c’è più la barra inferiore, quella dove andavano a ridursi ad icona le finestre aperte, sostituita in tutto e per tutto dalla barra verticale, mentre quella superiore rimane ed ha un funzionamento del tutto analogo a quella di MacOS, con i menù che cambiano in modo dinamico secondo l’applicazione attiva in quel momento; anzi, l’integrazione con il programma in corso è ancora più forte: infatti se si allarga la finestra a tutto schermo, finiscono nella suddetta barra anche i tre classici bottoni di funzionamento della finestra. Bello, brutto? Dipende. Io per esempio non sono un fan sfegatato della barra superiore stile MacOS, tutt’altro.

Gira voce che la versione definitiva tornerà ad avere Gnome come ambiente di lavoro di default. Potrebbe anche essere. Sparisce infatti la versione netbook a favore di una versione unica che permetterà di scegliere tra i due ambienti grafici.

Solo il tempo potrà dirci se Canonical (la società che gestisce Ubuntu) avrà compiuto la scelta giusta.

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UN MAC IN CASA (RECENSIONE iMAC 27)

Posted on 8 gennaio 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , |

Be’, prima o poi doveva accadere… Da una settimana circa la mia rete domestica ha un nuovo componente, un iMac con schermo da 27 pollici (quasi una tv!). In precedenza non avevo mai seriamente preso in considerazione l’acquisto di un Mac, per i seguenti motivi: costo eccessivo dell’hardware, prodotti basati esclusivamente sul design (in sostanza, roba da fighetti), utilizzatori perlopiù fanatici, Steve Jobs che quando presenta un prodotto sembra un messia, sistema operativo poco flessibile (che funziona solo come vuole lui), politica commerciale basata sul marchio (in realtà Apple non produce niente). Insomma, confesso di aver nutrito antipatia nei confronti di Apple. Poi c’è stato l’incontro fortunato con l’iPhone, che mi ha fatto capire come i prodotti Apple siano costosi, è vero, ma anche molto ben costruiti. Poi, si è rotto un PC in sala, a casa, ed ho buttato là l’idea: perché non ci compriamo un Mac che è bello esteticamente ed in sala ci sta bene? Inoltre ci si può installare anche Windows…

Il bello del Mac è che è… bello da vedersi, elegante, ed anche comodo perché per farlo funzionare basta inserire il cavo dell’alimentazione elettrica. Monitor e PC sono in un blocco solo, di spessore compatto; sul retro ci sono 4 prese USB, l’uscita per le cuffie, la porta ethernet (per la rete cablata) ed anche una presa firewire. La tastiera (minimale, piccolina, senza tastierino numerico e senza tasto canc, che si simula con fn+backspace) è bluetooth, così come il mouse ed anche il trackpad. Quindi da dietro il Mac escono due soli fili, quello elettrico e il cavo di rete: un grosso passo avanti rispetto ad un tradizionale pc dove i componenti sono di più e tutti collegati tra loro tramite cavi. Una controindicazione consiste nel fatto che il Mac non è aggiornabile: l’utente non può cambiare i componenti interni, per esempio inserire un altro disco rigido, e se si guasta qualcosa bisogna mandare in assistenza tutto l’apparecchio, anche per un banale guasto al masterizzatore! Comunque nella mia sala il Mac fa la sua porca figura e la scrivania su cui è posato dona una sensazione di ordine, con l’imponente schermo che domina il tutto, la tastiera piccola ma stilosa, il mouse ed il trackpad di cui parlerò.

Tornando a descrivere il Mac, sempre sul retro (ma a sinistra) si trova il pulsante di accensione, perfettamente in linea con il retro dell’apparecchio, ma si trova facilmente anche senza guardare. Sul lato destro ci sono due fessure: una grande per il masterizzatore CD+DVD (niente bluray sui Mac, nemmeno come opzione, almeno finora) ed una piccola per le schede SD (Secure Digital), le più diffuse in ambito fotografico. Chi, come me, utilizza apparecchi semiprofessionali con schede Compact Flash, dovrà arrangiarsi con un lettore USB. Sempre sul retro dell’apparecchio spicca una grossa mela morsicata che nasconde l’antenna wifi.

Visto di fronte, il mio nuovo amico si presenta con il grande monitor padrone assoluto del look. E’ di tipo lucido, ricoperto da una lastra di vetro, che stando a quanto ho letto su internet è trattenuta solo da un sistema di calamite per cui bastano un paio di ventose per sollevarlo, per esempio per togliere eventuale polvere infiltratasi. In alto c’è la webcam integrata, un occhio piccolissimo in tasto spazio. Lo schermo lucido va di moda e fa figo, ma è più soggetto a riflessi fastidiosi. Premesso ciò, non ho notato particolari fastidi. Le casse acustiche, dal suono sufficiente (i bassi sono un po’ sacrificati) sono situate sul fondo dell’iMac, dirette verso il basso. Sempre sul fondo ci sono gli slot per ampliare la memoria di sistema, unica operazione concessa all’utente.

Il mio Mac l’ho ordinato direttamente dal sito della Apple ed è arrivato a casa in pochissimi giorni, considerando che c’erano le festività di mezzo. Perfettamente imballato, si estrae dalla scatola e si mette in funzione in un attimo. La configurazione da me prescelta è quella base con processore i3 a 3,2 GHz, 4 GB di ram, scheda video ATI Radeon HD 5670 con 512MB, disco rigido da 1 TB. Lo scopo era quello di ottenere il più vantaggioso rapporto prezzo/prestazioni, nei limiti di un budget prefissato. La prima cosa che il nuovo arrivato fa, non appena alimentato, è quella di emettere un suono non particolarmente accattivante, seguito da alcuni raggi di luce sgargiante, musica ritmata ed una serie di benvenuto in tutte le lingue. Poi chiede alcune cose (dove utilizzerai il tuo Mac, e per che cosa?) con conseguente tentazione di fornire risposte assurde (per es., sul treno). Chiede poi di scattare una foto per l’account di amministratore, ma si ostina a far lampeggiare lo schermo come un flash e la foto viene di merda, clamorosamente sovraesposta. Alla fine, si è finalmente operativi!

Avevo un po’ giochicchiato su un Mac in qualche centro commerciale, e basta. Nonostante la mia ignoranza in materia, in pochi istanti ho configurato la connessione di rete con un indirizzo IP fisso, ho disabilitato il wifi che non mi serve, ho creato gli account per tutta la famiglia, installato open office e videolan che hanno versioni anche per il Mac, e fatto qualche altra cosina senza alcuna difficoltà. Persino il NAS viene visto sotto la voce di menù Network, anche se compare con la sigla assurda del prodotto; non ho ancora provato a vedere se si può rinominare semplicemente come NAS, così come avviene con Windows grazie alla funzione Connetti unità di rete.

Circa la tastiera, ho già accennato che è bianca, elegante, ma molto piccola, praticamente come quella di un notebook, senza tastierino numerico separato. Ha un tasto dedicato per l’espulsione dei CD-DVD dallo slot laterale e per egolare la luminosità dello schermo. Ha comunque un certo peso, che la rende piuttosto stabile, ed è alimentata a pile. L’utlizzo è gradevole, ma forse per lunghe digitazioni una tastiera più tradizionale potrebbe essere meglio. Il mouse, pomposamente chiamato Magic Mouse, anch’esso bianco traslucido, ha il clic sinistro ed anche quello destro (che deve però essere abilitato tramite driver) senza l’apparente presenza di bottoni; al posto della rotella basta carezzare la superificie con un dito. Altri tipi di gesture servono a sfogliare pagine, eccetera… Io ho comprato anche il Magic Trackpad: in sostanza, un touchpad identico a quello presente sui portatili, solo molto più grande e cliccabile in modalità hardware. Inoltre è multitouch, consentendo per esempio l’ingrandimento di un’immagina allargando due dita. L’altezza è identica a quella della tastiera, per cui i due oggetti stanno bene affiancati e la tastiera, con il trackpad a fianco, sembra quasi di dimensioni standard.

Il sistema operativo MacOS X è facile da usare. Alcune cose mi lasciano un po’ perplesso (l’applicazione iPhoto ha un cestino suo e non usa quello di sistema; l’opzione taglia non c’è, ma in qualche applicazione sì; il finder non mi sembra il massimo, meglio esplora risorse di Windows; mi mancano alcune funzionalità di Windows, tipo i menù contestuali, che in Mac praticamente non esistono; la possibilità di ingrandire una finestra a metà schermo semplicemente trascinandola sino al bordo del desktop, le jumplist) ma potrò dare un giudizio più competente solo dopo averlo utilizzato un po’ più a lungo. Posso solo dire che chi viene da Windows non dovrebbe trovare particolari difficoltà, e nemmeno chi viene da Linux. Questi ultimi troveranno anzi familiare la cartella Home, che in MacOS si chiama Inizio, ma è la stessa cosa. Comunque nessuno in casa ha trovato difficoltà nel cominciare da subito ad utilizzare MacOS, anzi siamo partiti tutti con grande facilità!

Sembrerebbe inevitabile, a questo punto, un confronto con Windows. I forum sono pieni di fanboy della mela che attaccano i PC Microsoft. Sono discussioni abbastanza assurde, vi dimostrerò il perché. Innanzitutto, Apple vende computer, che adesso sono uguali in tutto e per tutto ai PC, mentre Microsoft vende software (a parte hardware di poco conto fabbricato da terzi). Vi suggerisce niente, questo? Pensate sul serio che Apple (che vende computer) e Microsoft (che vende software) possano essere aziende in concorrenza tra loro? Se così fosse, Microsoft scriverebbe software per MacOS (vedi Office) e Apple incoraggerebbe l’installazione di Windows sui propri pc (vedi bootcamp)? Il vero business di Apple è concentrato nell’hardware, e nella vendita di canzoni. Di Microsoft non gliene può fregare di meno, almeno sino a quando Microsoft rimarrà principalmente una software house, e viceversa a Microsoft non può che fare piacere se Apple vende parecchi pc su cui si possano installare anche i suoi software. Ora non voglio dire che non ci sia un minimo di concorrenza tra le due aziende, ma secondo me non è così accanita come credono alcuni appassionati. Comunque, tornando al confronto tra i due sistemi operativi, premesso che con MacOS sono agli inizi e non posso dare un giudizio definitivo, premesso anche che sono un utente smaliziato che usa abbastanza regolarmente pure Linux (per esempio ora sto scrivendo questo articolo usando il programma Blogilo su Kubuntu), il mio parere è che Windows Seven sia un gran bel sistema operativo, e rimane il mio preferito, soprattutto nella versione a 64 bit; MacOS è piacevole da usare ed è come se ti prendesse per mano nel fare ogni cosa, atteggiamento che può essere più o meno gradito a seconda dell’utilizzatore. E’ molto bello graficamente ed accompagna le operazioni con suoni accattivanti… Appare sin da subito stabile ed affidabile, ma la stessa cosa posso dirla per Windows 7, se correttamente installato, ed anche per Linux, che nella distribuzione Ubuntu/Kubuntu è anche facile da usare ed installare. Tirando le somme, secondo me non è il sistema operativo a fare la differenza tra un pc con Windows o con MacOS, ma sono altri aspetti: la sensibilità dell’acquirente al design, la disponbilità economica, l’attenzione più o meno marcata alla compatibilità e reperibilità dei programmi, sono tutti elementi che possono condurre ad una scelta oppure ad un’altra. A favore dei Mac, c’è la possibilità di installare anche Windows, mentre il contrario è molto difficile da farsi se non ricorrendo a copie appositamente modificate di MacOS che in alcuni casi richiedono addirittura la modifica del bios della scheda madre, con il rischio di cimpromettere la funzionalità di tutto il pc!

E veniamo alla installazione di Windows 7 sul Mac. Come anticipato, Apple fornisce una apposita utility, Assistente Bootcamp, che facilita enormemente l’operazione. Da qualche parte avevo letto che per installare Windows sarebbero stati necessari una tastiera ed un mouse USB, perché quelli bluetooth non avrebbero funzionato, ma non è vero. Lanciato il programma, questo prima di tutto procederà al partizionamento del disco nella misura da voi indicata (io ho fatto metà e metà), poi chiederà l’inserimento del disco di Windows. A questo punto il sistema si riavvia e parte l’installazione, proprio come se stessimo operando su qualsiasi PC. Un minimo di attenzione nel momento in cui dobbiamo indicare la partizione su cui installare (è quella di nome Bootcamp) altrimenti rischiamo di azzerare MacOS, ed attenzione anche a formattare in NTFS la medesima partizione. Alla fine, il sistema si riavvia di nuovo: espelliamo il disco di Windows ed inseriamo il disco di MacOS. Da questo strano connubio otterremo l’installazione dei driver necessari per il corretto funzionamento dell’hardware presente nel nostro iMac! Un ultimo riavvio e vedremo Windows Seven in tutto il suo splendore, perfettamente funzionante, inclusi tastiera, magic mouse, magic trachpad, videocamera, eccetera eccetera! Il tutto ha funzionato alla perfezione, senza intoppi. Da ora in avanti, premendo alt sulla tastiera subito dopo l’accensione dell’iMac, potremo scegliere tra Windows e MacOS; potremo scegliere anche con quale sistema operare di default senza effettuare alcuna scelta. Ultima chicca: avevo letto che le due partizioni non si sarebbero viste, ma non è vero. Non ho ancora provato ad effettuare operazioni di trafserimento file, ma da Windows si vede e si naviga tranquillamente nella partizione MacOS, così come da MacOS si vede e si naviga nella parizione NTFS di Windows.

Pochi giorni dopo il mio acquisto, Apple ha ufficialmente lanciato il Mac App Store, l’equivalente Mac dell’App Store per l’iPhone. Pressi stracciati per Aperture 3, il programma di ritocco fotografico sceso da 199 a 62,99 euro, che ho subito acquistato insieme a Pages (word processor), Keynote (l’equivalente di Powerpoint per le presentazioni) e Number (Excel). Questi software li ho appena visti, per cui non sono in grado di dare un giudizio degno di nota; si aggiungono a quelli già in dotazione che comprendono sostanzialmente il pacchetto iLife (che palle ‘sta i all’inizio di ogni parola!), ovvero iPhoto, simile a Windows Photo, Garage Band per la creazione di musica, che mi sembra un ottimo programma, ed iMovie per la creazione di filmati. Quest’ultimo è l’unico che ho veramente usato, sicuramente senza sfruttarne tutte le possibilità, per assemblare degli spezzoni video ed aggiungere titoli transizioni. Facendo un confronto con Movie Maker di Windows, quest’ultimo ha più transizioni, ma iMovie è un programma di caratura superiore, più professionale anche se più complesso da utilizzare.

Per concludere, ora ho messo piede sui tutti i tre mondi dell’informatica consumer (Windows, Linux e Mac)!…

 

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SISTEMI INOPERATIVI

Posted on 27 ottobre 2010. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , |

maverick2E’ solo una battuta, un gioco di parole. Che valenza può aver un sistema inoperativo? In ambito informatico il sistema è operativo per eccellenza: gestisce un ambiente per i programmi, per gli input dell’utente, per la ricerca e la organizzazione dei file, quando è grafico (ormai la norma) gestisce le onnipresenti finestre, il drag & drop, eccetera eccetera… Un sistema inoperativo è un controsenso per eccellenza, una inutility (non utilità) all’ennesima potenza, un aborto, un non-vivo non-morto come i vampiri e gli zombie.

Bene, questa cazzatina mi serve per introdurre la notizia, ampiamente presente sul web, che Ubuntu (la nota distribuzione Linux) nelle future versioni abbandonerà Gnome per utilizzare, al suo posto, Unity. Di che sto parlando? Linux ha la possibilità di cambiare a piacimento il gestore grafico del sistema e quindi potremo avere un Linux con Gnome, un altro con KDE, eccetera (solo per citare i due principali). Ma allora, mi si dirà, è solo un fatto grafico, un aspetto, una roba del tipo l’abito non fa il monaco, e allora chi se ne fotte? Non è proprio così semplice. Premesso, per fare contenti i più pignoli e facinorosi, che Unity deriva da Gnome, e che il mio preferito sarebbe KDE (forse perché ricorda Windows), tenterò di spiegare perché la scelta di Ubuntu è importante e cosa si cela dietro questo cambiamento.

Ok, premessa numero due. Io non sono un guru di Linux. Uso principalmente Windows, un po’ perché mi piace ed un altro po’ perché mi ci trovo bene. Windows 7 poi è una vera bomba e ci girano tutti i programmi che mi servono. Ma non ho il paraocchi e sono curioso: ho installato varie volte quasi tutte le distribuzioni Linux possibili immaginabili (Red Hat… chi se la ricorda? Ora si chiama Fedora, poi Mandrake che ora è Mandriva, naturalmente Ubuntu in tutte le sue varianti, Suse, Linux Mint, Debian, eccetera eccetera…). Attualmente in un vecchio portatile ho installato per sfizio Ubuntu, Kubuntu e Xubuntu. Insomma, non sono un esperto Linux, ma lo uso, lo installo, e un po’ lo conosco, anche se non intimamente.

Di Windows ammiro la coerenza dell’interfaccia, che non può dare Linux. Apprezzo la compatibilità che deriva dalla enorme diffusione, e viceversa. Ma (di nuovo) non ho il paraocchi e sono consapevole che c’è un intero mondo oltre quella finestra.

Kubuntu-10.10-desktopAllora, voglio raccontare le mie perplessità su Linux. La precedente versione di Ubuntu, la 10.04 se non vado errato, sul mio portatile non si installa. Sembra andare tutto bene ma alla fine il pc si pianta, lo schermo rimane nero, nessun comando è attivo. Poi scopro, leggendo sui vari forum, che forse alcune macchine con scheda grafica integrata potrebbero aver bisogno di inserire un parametro all’avvio, altrimenti va tutto a puttane. Ma porcaccia la miseria, penso, chi ha creato la routine di installazione, non poteva prevedere questa situazione del cazzo? E se uno (come in effetti tanti) avesse un solo pc, da chi si fa suggerire la soluzione, dalla buonanima di Maria Teresa di Calcutta, magari in sogno? E’ come se andate in garage a prendere la macchina e, se non parte, è colpa vostra perché non avete recitato a voce alta l’Eterno Riposo. Insomma, inserito il parametro giusto il sistema si avvia, poi bisogna modificare a mano (così suggeriscono gli esperti) un file inserendo in modo permanente il parametro mancante. Peccato che il file in questione non c’è, non esiste, anche se ci vuole poco per capire che in realtà il file da modificare è un altro. Per modificarlo bisogna dare il comando da superutente, altrimenti è immodificabile. Bisogna quindi lanciare l’editor di testo (ogni distribuzione ne ha uno diverso) tramite l’editor dei comandi (ogni distribuzione ne ha uno diverso) loggandosi come superutente (ogni distribuzione lo fa in modo diverso, su, sudo, e compagnia bella). Fatto. Finalmente tutto funziona, o quasi. Infatti voglio inserire un indirizzo di rete fisso al pc, ed è una operazione che durerebbe si e no venti secondi… ci metto poco a scoprire come si fa… peccato che quando vado a mettere l’indirizzo del router, le altre caselle (indirizzo del pc, maschera di rete e bla bla) si cancellano. Sì, avete capito bene, si annullano e non c’è verso, ma chi cazzo ha progettato ‘sta benedetta cosa? Alla fine, dopo innumerevoli tentativi e dopo aver scoperto sui forum che latri utenti hanno avuto lo stesso problema, finalmente riesco a farcela: inserisco prima l’ultimo dato poi tutti gli altri, spingo save all’inizio e non alla fine, insomma faccio qualcosa di autenticamente non intuitivo e finalmente, dopo un’oretta buona, ho personalizzato la connessione di rete. Con Windows avrei impiegato si e no dieci secondi, sul mio iPhone anche meno.

Non voglio bastonare Linux: è fantastico, hai tutto gratis, quando lo installi ti ritrovi non solo il sistema operativo ma anche tutto quello che può servirti. Peccato che installare altri programmi non è così agevole, ogni distribuzione lo fa in modo diverso; le ultime versioni però hanno un sistema automatico che rende veramente tutto molto semplice, sempre che l’installazione funzioni. Più volte, infatti, mi è capitato di installare programmi che poi non partono.

ubuntu-unityQuanto sopra serve per tornare a bomba sull’argomento topico: Ubuntu abbandona Gnome e passa ad Unity. Sembra infatti che siano sorte insanabili divergenze su come debba essere l’ambiente desktop del futuro tra la community di Gnome e Canonical, la società che produce Ubuntu. Canonical, ci vuole poco a capirlo, vuole rendere le cose più semplici all’utente e per farlo non c’è altra scelta se non rendere Linux più somigliante a Windows oppure a Mac OS, se non nella grafica almeno nella filosofia: tutto deve funzionare senza intoppi, i pulsanti debbono stare là dove uno pensa di trovarli, se il drag & drop funziona in una finestra deve funzionare in tutte (su Linux non è sempre detto). Se per confermare le opzioni settate in una finestra debbo cliccare Ok, in tutte le finestre simili devo trovare OK e non Chiudi  oppure atre scritte ancora più fantasiose. Il problema secondo me è che Linux è ideato da appassionati di informatica che non tengono nel debito conto certe esigenze di interfaccia. Ecco perché Ubuntu abbandonerà Gnome  per passare ad una interfaccia (Unity) progettata in proprio e da migliorare nel tempo secondo le linee guida della società, che è famosa per aver creato una distribuzione Linux abbastanza user friendly (ma non perfetta, come ho detto) e che ha proprio la mission di diffondere una versione di Linux facile da usare, bella da vedere ed affidabile.

L’utente finale, sia pure utonto come i fan boy di Linux definiscono l’utilizzatore medio di Windows, ha tutto da guadagnare se il panorama dei sistemi operativi si arricchirà di un contendente reale e non solo teorico. La concorrenza fa bene… Avremmo così Windows a caro prezzo, Mac OS a prezzo carissimo e con in dotazione hardware sovrapprezzo nonostante i processori di penultima generazione, e Linux Ubuntu facile da usare e gratuito. Gratuito? Pensiamoci bene. Sì, il sistema operativo non lo pagheremo, ma Canonical vorrà venderci la musica ed altri servizi… La parola gratis ha la brutta tendenza ad estinguersi… Ci sarà persino l’icona del carrello sulla barra delle finestre!

Capisco perfettamente  i motivi per cui la distro Linux più famosa e diffusa abbia pianificato questo cambiamento epocale,  e capisco perfettamente perché alcuni affezionati linari disprezzino Ubuntu definendola la peggiore distribuzione Linux. E’ tutta questione di attese, aspettative, obiettivi e tendenze.

Ma se per caso Ubuntu con Unity dovesse avere successo, e se avrà successo il futuro sistema operativo di Google, e se Mac dovesse aumentare la propria quota di mercato a discapito di Windows (come in parte sta accadendo), allora ci troveremmo di fronte ad una concorrenza di sistemi operativi per desktop come non avremmo mai sperato. L’alternativa è stare arroccati sulle vecchie posizioni per accontentare lo zoccolo duro (per quanto sparuto) degli affezionati, oppure attaccare la concorrenza proprio sugli aspetti in cui è migliore. Windows lo sta facendo sul fronte della sicurezza e stabilità, Linux lo deve fare sul fronte della piacevolezza e facilità d’uso.

Guardiamo per esempio cosa sta succedendo nel settore dei sistemi operativi per smartphone, dove non c’è un dominatore del mercato e numerosi contendenti contribuiscono a rendere sempre migliori i prodotti e le loro funzionalità.

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