MAC OSX: COSA FARE QUANDO APPARE IMPOSSIBILE CAMBIARE LO SFONDO DELLE CARTELLE

Posted on 5 ottobre 2013. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , |

Quanto segue fa riferimento a Mac OSX Mountain Lion (versione 10.8.5) ma credo sia applicabile anche a versioni precedenti.

Premessa

Il Finder del Mac, ovvero l’interfaccia per l’esplorazione dei file, è altamente personalizzabile. Tra le caratteristiche ce n’è una oggetto di questo breve articolo: la possibilità di cambiare sfondo alle cartelle. Ecco come.

E’ sufficiente aprire in una finestra la cartella desiderata ed azionare il comando [Mostra opzioni Vista] raggiungibile dal menù [Vista] del Finder (ultima voce) oppure, se avete abilitato il tasto destro del mouse come vi consiglio di fare, dall’interno della cartella stessa: un clic con il tasto destro farà apparire un menù contestuale tra le cui voci scegliere appunto [Mostra opzioni Vista].  Si aprirà una finestra di dialogo che consentirà, tra le altre cose, di scegliere tra il normale sfondo bianco, oppure di cambiare colore, ed infine di scegliere un’immagine a nostro piacimento.

Il problema

Può accadere che in alcune cartelle l’opzione per cambiare lo sfondo sia disabilitata: si presenta infatti con il classico colore grigio e non è cliccabile. Nel mio caso oltretutto l’informazione riportata era incongruente: io volevo semplicemente rimuovere un’immagine di sfondo che avevo inserito tempo addietro e risultava selezionato (ma, ripeto, non cliccabile) lo sfondo bianco pur essendo presente lo sfondo immagine. Trascinando una nuova immagine nell’apposito quadratino, il nuovo sfondo veniva regolarmente visualizzato, ma non sembrava in alcun modo possibile azionare una delle due altre opzioni, ovvero lo sfondo bianco oppure quello colorato. L’unica cosa possibile era sostituire l’immagine di sfondo con una nuova.

Ciò non accadeva con tutte le cartelle, ma solo con alcune.

Ho cercato a lungo su internet ma, pur avendo trovato cenni del problema da parte di alcuni utenti, anche su forum in lingua inglese, non ho trovato alcuna soluzione funzionante.

La soluzione: bug del sistema operativo oppure…?

In realtà la soluzione, cui sono pervenuto dopo svariati tentativi, è piuttosto semplice. Tra le varie modalità di visualizzazione dei file all’interno di una cartella, ce ne sono alcune settabili tramite il menù [Organizza per] raggiungibile con il tasto destro del mouse oppure dal menù [Vista] del Finder. Ebbene, se la modalità selezionata è diversa da [Nessuno], l’opzione per cambiare lo sfondo risulterà disabilitata. Quindi è sufficiente selezionare la voce [Nessuno] per rendere di nuovo cliccabile l’opzione e poter cambiare lo sfondo a nostro piacimento. Ricordo che lo sfondo modificato sarà visibile solo nella vista a icone e che il bottone [Usa come default] non trasformerà tutte le nostre cartelle, ma solo per le nuove cartelle che andremo a creare. Potremo vedere in “diretta” il cambiamento di stato se terremo aperta la finestra di dialogo Opzioni vista mentre modifichiamo il settaggio di Organizza per.

Non sono riuscito a capire se questo strano comportamento della funzione di modifica dello sfondo sia un bug del sistema operativo oppure se si tratti di una caratteristica voluta, di cui comunque non capisco il senso. 

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BOOM DEL CLOUD: CON LA TESTA TRA LE NUVOLE

Posted on 26 aprile 2012. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , |

Un tempo con la testa tra le nuvole significava essere sbadati, poco concreti, portati a fantasticare, distratti. Adesso invece, in informatica, avere i dati sulle nuvole significa esattamente l’opposto: avere a disposizione i propri file sempre,  in qualunque momento, indipendentemente dal dispositivo con cui ci si connette in internet.
Aumentano quindi di giorno in giorno i fornitori di servizi cloud (che in inglese significa appunto nuvola) e se si pensa che ognuno di essi offre gratis alcuni giga di spazio, ecco che usandone più di uno contemporaneamente potremo usufruire della nostra nuvola personale senza spendere un euro (certo, andremo incontro ad una frammentazione dei nostri file, alcuni da una parte ed altri dall’altra, ma basterà un po’ di organizzazione: per esempio tutti i file di testo in una nuvola, i fogli Excel in un’altra, le immagini in un’altra ancora, e così via).
L’ultimo arrivato è Google Drive di cui si vociferava da tempo e che ora è diventato realtà. Offre 5 GB gratuiti, la sincronizzazione dei file tra tutti i nostri dispositivi e la possibilità nativa di aprire alcuni tipi di documenti senza doverli scaricare. Al momento in cui scrivo non ho ancora potuto testare la proposta di Google perché non mi è ancora consentito l’accesso. Infatti il mio dispositivo Android ha scaricato automaticamente l’app da Google Market, ma non è stato possibile fare la stessa cosa dal PC o dal Mac. Un aspetto positivo consiste nel fatto che, a quanto pare, Google Drive (che sostituisce di sana pianta Google Documents) avrà un’app dedicata per Mac, per Windows, per Linux e per iPhone (di Android vi ho già detto). E Windows Phone? Non so.

Comunque le alternative non mancano: i sistemi più famosi sono Dropbox (2 GB gratis), Fiabee, Box… e come dimenticare Windows Skydrive di Microsoft che offre gratis ben 25 GB di spazio (ultimamente ridotti a 7 per i nuovi utenti)? Skydrive però è solo un servizio basato sul web che non sincronizza automaticamente i contenuti. Per fare ciò Microsoft ha Live Mesh, 5GB, disponibile sia per Windows sia per Mac (niente Linux e dispositivi mobili!). La versione Mac però, debbo dire, dopo gli ultimi aggiornamenti del sistema operativo non funziona più. (AGGIORNAMENTO: adesso anche Skydrive ha un’app per Windows, Mac, iPhone/iPad, Windows Phone. Sembrerebbe niente Android e, ovviamente, niente Linux).

Leggermente differente è Evernote, che come dice il nome consente di salvare appunti per ritrovarseli belli e pronti sullo smartphone, sul Mac, sui PC, sull’iPhone, e persino su Linux grazie ad un programma open source compatibile.

Infine, senza avere la pretesa di essere esaustivo, vorrei citare Live Drive, un servizio sulla carta molto interessante che però ho abbandonato perché ha un bug nel salvataggio delle immagini in formato jpg, che non è mai stato risolto.

Salvare i propri documenti nelle nuvole ha indubbi vantaggi, ma anche svantaggi: senza connessione internet la nuvola è irraggiungibile ed anche la privacy potrebbe risentirne. In altre parole, bisogna avere fiducia nel gestore della nuvola.

Per concludere, ecco alcuni link:

Google Drive

Fiabee

Dropbox

Box

Livedrive

Skydrive

Live Mesh  (fa parte della suite gratuita Live Essential di Microsoft)

Evernote

NixNote (Evernote per Linux)

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IL MAC E’ SICURO? MAC…CHE’!

Posted on 7 aprile 2012. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , |

Macché, il Mac non è più sicuro di Windows. Preciso meglio: lo è, perché per MacOS non sono stati sviluppati così tanti malware come invece è accaduto e sta accadendo per Windows, però la maggior sicurezza deriva appunto da questa scarsità di attenzioni e non da una superiorità del codice. Infatti i recenti successi di Apple, come era prevedibile, stanno cambiando un pochino le carte in tavola e recentemente un malware denominato Flashback ha infettato circa 600.000 Mac nel mondo (si parla di 16.000 in Italia, più o meno). Cosa combina Flashback? Approfitta di una vulnerabilità Java per installarsi nel sistema. E’ in grado di inviare informazioni riservate, come per esempio le password, a server remoti, cui può trasmettere anche immagini del desktop. Il trojan è’ furbo: se nel sistema è presente uin antivirus si autocancella, nella speranza di rimanere globalmente invisibile il più a lungo possibile.

La java machine presente nei Mac è fornita dalla stessa Apple, quindi fa parte del sistema operativo a tutti gli effetti e non si tratta di una vulnerabilità che sfrutta un programma di terze parti. Infatti la Apple è intervenuta (non proprio celermente…) aggiornando per ben due volte il codice java presente nei propri sistemi.

Il vero problema non è criticare Apple (secondo la mia modestissima opinione, nessun sistema può vantarsi di essere intrinsecamente sicuro); il vero problema è che nel 99% dei casi i Mac collegati ad internet sono privi di un antivirus perché gli utenti Mac, come abbiamo visto in modo del tutto erroneo, sono convinti che il loro sistema sia immune da infezioni. Ecco perché Flashback se c’è un antivirus nel sistema, si autocancella: perché gli conviene farlo, trattandosi di un’evenienza piuttosto remota. Questa scarsa attenzione degli utenti Mac alla sicurezza è un vero e proprio tallone di Achille dei sistemi Mac.

Quindi è bene fare subito l’aggiornamento proposto da Apple ed installare un buon antivirus per Mac. Sophos ne fa uno gratuito che funziona bene.

Se volete smanettare per essere sicuri di non essere stati infettati e/o per tentare una rimozione manuale, consigliata però solo ai più esperti, potete seguire le istruzioni contenute QUI.

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MAC OSX LION SE NE FREGA DEL FILE HOSTS? ECCO LA SOLUZIONE

Posted on 11 gennaio 2012. Filed under: informatica | Tag:, , , , , |

Un bel po’ di gente, dopo l’aggiornamento a Lion effettuato on line, almeno così sembrerebbe leggendo i post nei forum e nei blog informatici, si è trovata a far fronte ad un problema misterioso: il sistema operativo prima di connettersi ad un indirizzo IP non consulta il file hosts, che nei sistemi Mac si trova nella cartella nascosta

 /private/etc/

Come è noto, il file hosts è (anche nei sistemi Windows) un semplice file di testo che, opportunamente compilato, può indirizzare il nostro computer verso un indirizzo IP senza necessità di transitare per un server DNS, oppure può impedire che venga risolto un determinato indirizzo assegnando alla URL l’indirizzo 127.0.0.1. A complicare le cose, c’è il fatto che sotto Lion editare il file Hosts è un po’ più complicato. Lo possiamo fare digitando su terminale

sudo nano /private/etc/hosts

ma l’editor nano non è così comodo da usare ed amichevole come il buon vecchio Text Editor. Dopo aver a lungo cercato su internet una soluzione, ecco come ho risolto il problema del file Hosts non funzionante usando nel contempo il Text Editor.

Il motivo per cui Hosts ad un certo punto venga ignorato dal sistema e regolarmente bypassato, non è stato scoperto con certezza. In base alla mia esperienza, è come se il file fosse corrotto e ritenuto non valido, per qualche oscuro motivo, da Lion. La cosa più conveniente è eliminare il vecchio file e ricrearne uno nuovo, rispettando qualche piccolo accorgimento. Il nuovo file funzionerà. Ecco come procedere.

Innanzitutto, è necessario lavorare con un account da amministratore, altrimenti certe operazioni saranno impossibili anche immettendo la password.

Digitiamo poi su terminale il seguente comando per rendere visibili i file nascosti:

defaults write com.apple.finder AppleShowAllFiles -boolean true;killall Finder

(potete fare copia-incolla). Il tutto potrebbe funzionare anche senza questo passaggio, ma io consiglio di farlo comunque, perché la buona riuscita è più sicura. Apriamo poi la cartella /etc per visualizzare il file Hosts. Il modo migliore per farlo è, tramite Finder, azionare il menù Vai e selezionare la voce Cartella… All’interno della finestra tipo input che compare, digitiamo il percorso /private/etc/. Individuato il file Hosts, clicchiamoci sopra col tasto destro (avete attivato il tasto destro del mouse, vero?) ed apriamolo con Text Editor. Vi accorgerete subito che il file Hosts non è modificabile, per cui il sistema ci chiederà se vogliamo lavorare su una copia. Diamo l’OK che viene richiesto e lavoriamo sulla copia che istantaneamente verrà creata. Cancelliamo senza pietà tutto il contenuto e riscriviamo da capo, con la santa pazienza, senza effettuare operazioni di copia-incolla, le righe standard che devono obbligatoriamente essere presenti:

##
# Host Database
#
# localhost is used to configure the loopback interface
# when the system is booting. Do not change this entry.
##
127.0.0.1 localhost
255.255.255.255 broadcasthost
::1 localhost
fe80::1%lo0 localhost

Ad essere sinceri le righe che iniziano con il cancelletto # si dovrebbero poter omettere, perché ignorate, però Lion è talmente schizzinoso e ci mette talmente poco a considerare corrotto un file Hosts, che io suggerisco di inserirle esattamente così come mamma Apple le ha fatte.

Dopo l’ultima riga possiamo inserire ciò che ci necessita per personalizzare il nostro Hosts. Giusto per fare un esempio, se vogliamo rendere irraggiungibile il sito http://www.nonvoglioquestosito.com aggiungeremo la riga

127.0.0.1   http://www.nonvoglioquestosito.com

avendo l’accortezza, al termine di ogni riga, di inserire un “a capo” (tasto invio). Dopo l’ultima riga, premiamo invio due volte in modo che l’ultima riga sia una riga bianca. Non è sicuro, ma sembra che Lion gradisca queste attenzioni. Da evitare invece le entrate multiple sulla stessa riga: non scrivere

33.120.56.78 eccoqui.com eccoqua.it

ma scrivere invece

33.120.56.78 eccoqui.com
33.120.56.78 eccoqua.it

A questo punto salviamo, per esempio, la nostra copia di Hosts sulla scrivania chiamandola proprio Hosts, deselezionando l’opzione per l’inserimento automatico dell’estensione txt: in altri termini, la nostra copia sulla scrivania dovrà chiamarsi semplicemente Hosts e non Hosts.txt.

Andiamo poi sulla copia originale presente nella cartella /etc, clicchiamoci sopra con il tasto destro e cambiamogli nome (per esempio, old hosts in modo da poterla facilmente riconoscere qualora dovesse servirci). Fatto ciò, trasciniamo nella cartella il file Hosts che abbiamo salvato in precedenza sulla scrivania. Sia per rinominare, sia per spostare, vi verrà richiesta la password di amministratore.

Fatto! A questo punto abbiamo inserito al suo posto il nostro file Hosts e, ciò che più conta, dovrebbe funzionare! Possiamo fare una prova con un ping ad una url indirizzata a 127.0.0.1. Per esempio, digitando a terminale il comando

ping http://www.nonvoglioquestosito.com

dovrebbero esserci restituiti i risultati all’indirizzo IP 127.0.0.1 con i ping regolarmente andati a buon fine, come se il sito fosse esistente sul serio. Altrimenti, vuol dire che qualcosa è andato storto.

Alla fine, rimettiamo ogni cosa al suo posto rendendo nuovamente invisibili i file, digitando a terminale il comando

defaults delete com.apple.finder AppleShowAllFiles;killall Finder

E’ tutto. Nel mio caso ha funzionato, dopo innumerevoli (e purtroppo inutili) tentativi di tutti i tipi e dopo aver letto moltissimi articoli sull’argomento.

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UNITY STA DISTRUGGENDO UBUNTU? LINUX MINT SCATTA IN TESTA!

Posted on 26 novembre 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , |

Un breve articolo su Punto Informatico mette in risalto la veloce discesa in classifica di Ubuntu, per popolarità, tra le distribuzioni Linux. La classifica è quella pubblicata dal sito Distrowatch.

Tale debacle non deve stupire più di tanto. La scelta di adottare Unity come desktop ha infastidito la maggior parte degli utenti, me compreso, anche se io sono un utente solo occasionale di Ubuntu. Il guaio, come ho avuto già modo di scrivere in precedenza, riguarda la (secondo me errata) convinzione che un sistema operativo nato per il desktop, o al massimo per i notebook, debba adattarsi anche ai tablet: quindi icone e pulsanti enormi che possano essere agevolmente azionati con le dita, oltre che con il tradizionale mouse. Una grafica grossolana e gigantesca che appare tanto più stupida quando visualizzata sugli attuali monitor superiosi ai 20 pollici. Unity a tutto ciò unisce una odiosa (per me) barra laterale e verticale sul lato sinistro che non può essere spostata (altrimenti io l’avrei posizionata sul fondo). Il problema, in prospettiva, non è solo di Ubuntu ma anche di Windows, che sembra seguire anche se solo in parte la medesima strada con le ormai famose piastrelle di Windows 8 ed anche di Mac OSX che sta provando a commettere gli stessi errori (od orrori): vedasi l’inutile e ridicolo Launchpad che, tanto per fare un esempio, visualizza su un iMac da 27" le icone dei programmi esattamente come avviene sul minuscolo schermo di un iPhone. Follia!

Ubuntu quindi scende in classifica dietro a Open Suse e Fedora. Al primo posto c’è quella che io considero, ormai, la migliore distribuzione Linux: Mint.

Ne ho già parlato in passato, ma Linux Mint merita ancora due parole, ed anche di più. Affidabile, con una grafica elegante, un bel menù, una barra delle applicazioni in basso come piace a me. Affidabile, molto ben scritta, completa. Mint si può scaricare, grats, in più di una versione: c’è quella derivata da Ubuntu (ma senza gli errori-orrori di Ubuntu), e quella derivata da Debian. La versione Ubuntu segue i rilasci della versione ufficiale, quindi ogni circa sei mesi c’è una nuova release stabile, mentre quella basata su Debian è una distribuzione rolling che riceve costanti aggiornamenti e non deve essere reinstallata da capo.

L’ultima versione derivata da Ubuntu non riprende l’odioso Unity, per fortuna, ma si basa su Gnome 3. Non è che Gnome 3 sia, secondo me, il massimo, ma è sempre meglio di Unity. Anche qui però abbiamo una interfaccia che non soddisfa pienamente. Cosa ti combina, allora, il team che sviluppa Linux Mint? Hanno integrato Gnome 3 con MGSE (Mint Gnome Shell Extensions), che consiste in una barra delle applicazioni a metà strada tra quella di Windows Seven e il dock di Mac OSX. Inoltre, grazie ad un fork di Gnome 2 chiamato Mate, si può agevolmente passare al tradizionale desktop di Linux Mint in qualsiasi momento. Il risultato è che Linux Mint ha staccato Ubuntu, nella classifica di Distrowatch, di parecchie lunghezze, e ciò testimonia meglio di ogni altra cosa che gli utenti desktop non vogliono assurde interfacce grafiche da tablet.

Linux Mint è la migliore distribuzione Linux attualmente esistente perché è capace di capire ed interpretare bene i desiderata degli utenti. Punto.

Attualmente io uso la versione Debian di Mint (la sto usando anche ora mentre scrivo), un po’ meno amichevole di quella derivata da Ubuntu ma che non deve essere reinstallata ogni sei mesi per avere la versione nuova.

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MICROSOFT, PANDA ED AVAST: CONFRONTO TRA TRE ANTIVIRUS GRATUITI

Posted on 23 ottobre 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , |

Un buon antivirus è sempre più fondamentale nel proprio PC Windows. Ma attenzione, il mio antivirus per Mac (ebbene sì, ne ho installato uno gratuito: Sophos)  pochi giorni fa mi ha trovato e neutralizzato una minaccia. Linux invece sembra, almeno per ora, al riparo (uso Ubuntu e Linux Mint Debian senza nessuna protezione). Chi scrive e diffonde virus vuole colpire quanti più computer possibile, quindi è ovvio che gli “sforzi” siano indirizzati in massima parte verso la piattaforma Windows.

In rete e sulla stampa specializzata possiamo trovare tantissimi test sulla efficacia dei vari antivirus in commercio. Io ne ho usati, nel corso degli anni, svariati, e mi sono convinto che la differenza tra gli antivirus a pagamento e quelli gratuiti non giustifichi il costo dei primi, per cui da parecchio tempo uso esclusivamente antivirus free. Inoltre nutro un’antipatia profonda per le cosiddette suite di sicurezza, molto invasive e che pretendono di controllare tutto: installano un firewall proprietario al posto di quello di sistema (o, peggio, fanno convivere entrambi), bloccano siti, fanno comparire pop-up da tutte le parti… Il primo antivirus è sempre, e sottolineo sempre, la prudenza comportamentale dell’utente e la sua perizia tecnica. Ho sempre evitato, quindi, le odiose suite!

Negli ultimi tempi sul mio PC Windows ho alternato, più che altro perché spinto dalla voglia di cambiare e dalla curiosità, 4 antivirus: un GData a pagamento, Microsoft Security Essential, Panda Cloud, Avast. Gli ultimi tre sono gratuiti e formano l’oggetto di questo articolo. Il primo, GData, che in base ai test specializzati è fenomenale, è sicuramente un antivirus eccezionalmente potente, ma è anche piuttosto pesante. Combina, infatti, ben due motori antivirus in un unico software. Il mio PC è veloce (Intel i7, 8GB di ram, sistema dischi in raid), eppure quando l’ho disinstallato ha tirato un sospiro di sollievo. Il problema dei test specializzati consiste proprio nel fatto che si basano su test e non sull’utilizzo effettivo dell’antivirus, lacuna che voglio colmare ora… Occhiolino

Secondo me le caratteristiche che deve avere un buon antivirus sono le seguenti: leggerezza (la sua presenza non si deve notare se non quando è necessario), velocità, efficacia.

Microsoft Security Essential, che uso tuttora in un netbook, è un discreto antivirus. E’ accurato, nel senso che ben difficilmente incappa in falsi allarmi, e rimuove con efficacia i virus. E’ molto leggero e se ne sta buono nella system tray senza dare fastidio. Però è molto lento, in tutto tranne nella scansione, dove mi sembra che sia alla pari con gli altri. Le definizioni vengono aggiornate con lentezza, non nel senso che le nuove definizioni tardino ad arrivare, ma proprio perché la routine di aggiornamento si svolge molto lentamente dal momento del download fino alla installazione, e non di rado l’operazione è stata ripetuta due volte perché nella prima non è andata a buon fine. Anche l’eliminazione di un virus è un’operazione abbastanza lenta, rispetto ai concorrenti. L’interfaccia è molto spartana, ma le funzionalità sono sufficienti. Una particolarità fastidiosa di questo antivirus è che consiglia di cancellare ogni file dal nome keygen eccetera… e lo cancella istantaneamente mettendolo in quarantena. Naturalmente lo si può settare i modo da non agire in modo automatico e gli si può anche ordinare di non considerare un file di cui siamo sicuri.

Panda Cloud Antivirus l’ho installato perché attratto dalla modalità di funzionamento. Praticamente sul proprio PC si installa un client, molto leggero, che contiene solo alcuni strumenti, quelli adatti a debellare le minacce più frequenti, mentre il resto del lavoro, quello pesante, viene svolto in collegamento con il server di Panda, continuamente aggiornato grazie ai milioni di file inviati dagli utenti. Il vantaggio è che non si debbono installare continuamente nuove definizioni (ogni tanto sì, comunque). Lo svantaggio è che un sistema simile funziona al meglio solo su un computer perennemente connesso alla rete, come un PC desktop con linea ADSL. L’interfaccia è graficamente piacevole, con poche opzioni. All’inizio ho usato con soddisfazione questo antivirus, ma poi mi sono accorto di spiacevoli effetti secondari che fanno di questo antivirus il peggiore dei tre. Abbastanza spesso, al boot del PC, ho cominciato a ricevere strani messaggi che mi avvisavano che un driver (quasi sempre uno della scheda video Nvidia) non aveva potuto essere caricato perché interessato da un altro processo. Altre volte, al momento di lanciare un programma, un avviso simile mi diceva che il programma non poteva essere avviato perché (idem) interessato da un altro processo. Poiché in precedenza non avevo mai avuto simili problemi, è stato facile individuare il colpevole in Panda Antivirus. Secondo la mia opinione, certe volte la trasmissione dei file al server è troppo lenta: Panda pertanto tiene sotto controllo i file per un periodo di tempo troppo lungo, causando questi messaggi di errore che, infatti, disinstallato Panda, sono spariti. Mi dispiace ma debbo bocciare, almeno per ora, questo antivirus.

L’aggiornamento delle definizioni di Avast è, invece, fulmineo. Al boot del PC, non appena appare il desktop, una voce sintetizzata mi avverte che l’aggiornamento è avvenuto, ed una piccola finestra spunta dalla system tray con la stessa indicazione. L’interfaccia non è quella spartana di altri antivirus gratuiti: al contrario, è esteticamente gradevole e ricca di opzioni. Sembra quella di un antivirus a pagamento, non quella di un software gratuito. La velocità di scansione è buona e non noto rallentamenti nel funzionamento del PC. Al momento di esaminare un file, Avast fa girare una pallina colorata nella system tray, al punto che ho preferito tenere l’icona sempre visibile proprio per poter monitorare l’attività del programma (è anche graziosa a vedersi). Una caratteristica che mi piace molto di Avast, è che è in grado di effettuare una scansione del sistema mentre è in funzione il salvaschermo: basta selezionare Avast tra gli screen saver e poi scegliere, tra le opzioni, il nostro salvaschermo preferito, che partirà come sempre. In background, Avast effettuerà la scansione. Non si deve rinunciare, quindi, al proprio screensaver preferito. In certi casi viene mostrata una finestra, in sovraimpressione, che illustra l’avanzamento della scansione, mentre in altri casi non si vede ma la scansione c’è ugualmente. A mio avviso, Avast è senza dubbio il migliore. Se fate una ricerca su Google, vi segnala subito l’affidabilità di un sito ed è possibile anche, con un clic, inviare la propria valutazione su un sito che si sta visitando.

In ogni caso, se installate uno di questi antivirus su Windows Seven, ricordatevi di disabilitare Windows Defender, attivo di default, ed il funzionamento in tempo reale di ogni altro antivirus o antispyware eventualmente installato, perché i due programmi, oltre a rallentare in modo indicibile il computer, entrerebbero in contrasto tra loro con effetti deleteri. Microsoft Security Essential lo fa automaticamente, gli altri no.

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WINDOWS 8, iOS 5, apple & Microsoft… la convergenza tra PC e dispositivi mobili

Posted on 17 settembre 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , |

Windows ha presentato l’anteprima del nuovo Windows 8, che vedremo probabilmente nel 2013 (al massimo, credo, a fine 2012). La novità più eclatante consiste nella nuova interfaccia denominata Metro che porterà sui PC desktop e sui notebook la grafica a piastrelle già vista su Windows Phone 7, il sistema operativo per smartphone di Microsoft. Questa interfaccia è studiata espressamente per i dispositivi touch, per cui Windows 8 potrà passare istantaneamente al “solito” desktop cui siamo abituati e che, a quanto sembra, sarà identico a quello di Seven.

Nel frattempo Apple, con l’ultimo aggiornamento del proprio sistema operativo per i propri computer, ha introdotto sul desktop, anche lei, alcune schermate identiche a ciò che possiamo trovare sugli iPhone e gli iPad, insieme ad alcune gesture che permettono di sfogliare le schermate come fossero pagine. Tra poco uscirà iOS5 per iPhone e iPad, e la sensazione è che la convergenza tra i due sistemi operativi di casa Apple sia destinata a continuare.

Apparentemente, dunque, Microsoft e Apple stanno andando nella stessa direzione: portare la grafica ed il modo di usare i dispositivi mobili, che sono sempre più usati, anche sul desktop. Eppure, secondo me, ci sono grosse differenze.

Lo scopo di Apple è facile intuirlo: attrarre ai propri computer anche la clientela di iPhone, iPad eccetera (in quell’eccetera metto ciò che ancora non c’è, ma che potrebbe arrivare). Infatti ad usare OS X, il sistema operativo dei Mac, è una minoranza di utenti, mentre iOS (il sistema operativo di iPhone) ha una diffusione di gran lunga maggiore rispetto a Windows Phone, e se la batte con Android che, però, ha il vantaggio di essere adottato su un gran numero di dispositivi. Quindi, Apple vuole portare i clienti di iOS a sentirsi a casa propria anche sui Mac, sperando di incrementare le vendite di questi ultimi.

Invece Microsoft, che spadroneggia sui desktop ma arranca sul mobile, inserendo l’interfaccia di Windows Phone in Windows 8 spera che gli utenti desktop, imparando a conoscere e, si spera, apprezzare la nuova interfaccia metro, si convincano ad acquistare gli smartphone che adotteranno Windows Phone. In pratica, il contrario di Apple: portare i clienti desktop sul mobile.

Due operazioni di marketing uguali ma diverse, quindi, da parte di questi due colossi dell’informatica.

In mezzo ci stanno gli utenti che, probabilmente, non sapranno che farsene di interfacce touch su un desktop.

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LINUX ALLA MENTA

Posted on 28 marzo 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , |

Non voglio passare per quello che non sono, ovverossia per un guru dell’informatica. Sono semplicemente uno curioso, e da assoluto autodidatta mi sono sorbito, negli anni, il Commodore 64, poi l’Amiga sempre della Commodore, il primo PC con Windows 95 e tutti i Windows successivi fino a Seven. Adesso a casa ho anche un Mac, ma ultimamente mi è presa la mania di provare le distribuzioni Linux. Il sistema operativo del pinguino non è una vera e propria novità per me: già molti anni fa avevo installato, ed usato per un po’ di tempo, una Red Hat (la 6 o giù di lì), che adesso si chiama Fedora. Successivamente ricordo una Mandrake (oggi Mandriva) e via via, negli anni, le ho provate un po’ tutte, anche se non a fondo. Il mondo di Linux all’inizio può apparire ostico, un po’ difficile, per fare alcune cose bisogna ricorrere ancora alla odiosa linea di comando, ma con il passare del tempo gli ambienti desktop si sono perfezionati, ed attualmente alcune distribuzioni rivaleggiano, per facilità di installazione e di uso, con i costosi sistemi operativi proprietari: basti pensare ad Ubuntu, che in effetti parecchia gente comincia ad utilizzare, ma anche Fedora, Open Suse, ed altri sono ormai in grado di offrire una confortevole esperienza d’uso. Vantaggi: costo zero, non esistono virus (almeno sinora), dopo l’installazione abbiamo già pronti i programmi di uso più comune, ed infine usare Linux in certi ambienti fa figo, il che non guasta.
Svantaggi: spesso ci troviamo di fronte ad una interfaccia grafica non così coerente come con Windows o Mac. Con certe distribuzioni, installare i programmi è un quiz: ogni distribuzione ha il sistema suo. In effetti, si parla di Linux come fosse una cosa sola, ed in parte è così, ma dobbiamo considerarlo piuttosto come una galassia popolata di realtà differenti. Per fortuna ultimamente sta prendendo piede una sorta di installazione automatica: si scarica il file e all’installazione provvede il computer. Bello, vero? Un po’ come avviene con Mac dall’AppStore, solo che in questo caso è tutto gratis. Non solo l’interfaccia grafica può cambiare molto da distribuzione a distribuzione, ma anche all’interno di una stessa distribuzione si può scegliere se adottare un  desktop oppure un altro, perché in Linux l’ambiente grafico è separato dal sistema operativo vero e proprio.
Tutto questo preambolo per tessere le lodi di… rullo di tamburi… una distribuzione che mi sta veramente deliziando: Linux alla menta, ovvero Linux Mint! Alla menta ma non solo: mint in inglese non significa solo menta, ma anche nuovo di zecca.

Non si tratta di una novità, se ne parla da tempo ed io stesso anni fa ne avevo installato una copia, senza però approfondirne troppo l’uso. Attualmente Linux Mint è fisso su uno dei miei PC, in dual boot con Seven, ed ha preso il posto di Ubuntu e Kubuntu messi insieme. Perché, secondo me, Linux Mint è meglio.

Ora qualche estremista linuxiano puro e duro dirà che queste sono distribuzioni per “utonti”, troppo facili, un po’ bastarde. Ma non me ne frega niente, Linux Mint è una bellissima distribuzione, ed è l’ideale per chi non ha mai osato avvicinarsi a Linux. Io la raccomando proprio a chi abbia voglia di cimentarsi con questo sistema operativo senza averlo mai fatto in precedenza.
Come sempre con Linux bisogna scaricare un file immagine dal sito e poi masterizzare un CD o DVD di installazione. Con molte distro (come in gergo vengono chiamate le distribuzioni) il CD così creato è un LiveCD: è sufficiente fare il boot del nostro PC dal lettore di CD per trovarci in ambiente Linux senza aver dovuto installare niente su disco. Anche Linux Mint ha questa caratteristica, per cui si può provare il sistema operativo senza modificare nulla nel proprio disco rigido. Se non vi piacerà, dopo averlo provato basta togliere il CD dal lettore, e tutto torna uguale a prima. Altrimenti, c’è la possibilità di installarlo, “piallando” tutto il disco oppure, cosa un po’ più complicata, affiancandolo ad un eventuale sistema operativo già presente. Ma le note tecniche esulano dallo scopo di questo articolo, per cui passo a dirvi perché mi piace così tanto Linux Mint: in primo luogo, è estremamente curato ed elegante, pulito, essenziale, come piace a me.

Questa sopra è la scrivania del mio PC con Linux Mint. Pulita, senza fronzoli, con il piano di lavoro sgombro che di default presenta solo due cartelle, ma si possono togliere. Basta però cliccare su menù, e si attiva uno dei migliori menù tipo start che si siano mai visti. Linux Mint esiste in numerose versioni, ma quella di cui sto parlando è la main (la principale) derivata da Ubuntu (la versione più recente al momento in cui scrivo è la 10).

Il gruppo di sviluppo che lavora su Linux Mint ha come obiettivo principale la soddisfazione dell’utente, e si vede. Non ci sono quindi prese di posizione come, per esempio, il rifiuto di utilizzare driver proprietari, ancorché gratuiti: subito dopo l’installazione, Linux Mint vi avvertirà se ci sono, per esempio, driver proprietari per la vostra scheda video, e vi consiglierà di installarli.

Insomma, la finisco qua. Sottolineo che funziona tutto, e bene. Il sistema è piuttosto veloce. Una chicca: Linux Mint ha riconosciuto senza battere ciglio, e senza la necessità di intervento da parte mia, il mio sistema fake-raid di dischi, operazione nella quale hanno fallito tutte le altre distro che ho provato. Questo significa che quando sono al lavoro con Linux Mint, come in questo momento mentre scrivo, posso navigare tra le cartelle di Windows e condividere con grande facilità documenti tra i due sistemi operativi.

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RECUPERARE DATI (CANCELLATI PER SBAGLIO) SU NAS LINUX

Posted on 27 dicembre 2010. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , |

Tempo fa nella mia rete domestica ho inserito un NAS. Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, NAS è l’acronimo di Network Attached Storage, praticamente un disco di rete collegato non ad una singola postazione di lavoro come un disco esterno qualsiasi, ma ad un router tramite cavo  ethernet (oppure anche wi-fi). In quanto tale ogni PC collegato alla rete, in base ai permessi concessi dall’amministratore, può scrivere e leggere dal NAS, il cui contenuto quindi è condiviso da tutti. In più, parecchi NAS hanno capacità multimediali per cui sono in grado di inviare video ad una TV collegata in rete.

Bene, sul mio piccolo NAS c’è finito un po’ di tutto (foto, mp3, file di word, eccetera). Volendo fare pulizia, ho inavvertitamente (oppure incautamente, chi si ricorda) cancellato una intera cartella contenente una gran quantità di documenti, soprattutto fotografie, della mia figlia più grande, di cui non esisteva copia. Da qui la necessità di rimediare almeno in parte all’errore.

Il protagonista è questo qua: un NAS Philips da 500 GB. Per sua natura, poiché opera senza PC ma vive attaccato alla rete, un NAS è dotato di un proprio sistema operativo. Non è quindi un semplice disco esterno.

Per prima cosa ho spento subito (insomma, quasi subito) il NAS perché quando si vogliono recuperare dati cancellati erroneamente, anche a seguito di una formattazione veloce, da un disco rigido, bisogna evitare che i dati stessi vengano sovrascritti oppure irrimediabilmente corrotti da attività di vario tipo quale, per esempio, un processo di deframmentazione. Infatti i file cancellati sono ancora fisicamente al loro posto, mentre alla unità che gestisce il disco viene riferito che lo spazio da loro occupato è libero. Insomma, è come se ad un libro certe pagine venissero cancellate dall’indice: le pagine però resterebbero al loro posto e potrebbero essere cercate manualmente sfogliando il libro.

Questo è esattamente (insomma, più o meno) ciò che fanno i vari software specializzati nel recupero dei file: scandagliano il disco settore per settore e tentano di ricostruire i file, spesso con successo. Ma qui l’operazione doveva essere fatta su un NAS e nessuno di questi software, almeno nessuno di quelli da me provati in ambiente Windows, è stato in grado di “vedere” il disco di rete. Una breve ricerca su Google ed ho trovato alcune indicazioni. La prima: per operare su un NAS, bisogna armarsi di cacciavite, estrarre il disco rigido presente al suo interno, collegarlo fisicamente ad un PC come disco esterno, lanciare i software per tentare il recupero dei file.

Smontare il NAS senza distruggerlo è stato tutto sommato abbastanza facile, anche per me che con un cacciavite in mano sono un pericolo pubblico. La custodia esterna la ho potuta sfilare svitando due sole viti; poi, operando con calma e sangue freddo, ho portato alla luce il disco rigido collegato alla elettronica di gestione. Ho dovuto svitare quattro viti che lo tenevano ancorato al telaio ed altre due che tenevano fermi due fili elettrici e che avevano l’aria di una sorta di “messa a terra” (non saprei altrimenti come dire). Dopodiché è stato sufficiente staccare il cavetto SATA ed il connettore dell’alimentazione elettrica, del tutto identici a quelli di qualsiasi PC, per avere in mano l’Hard Disk (un Hitachi) in mano, libero da ogni legame con la sua collocazione originaria originaria.

Ho quindi aperto il case del mio PC, che ha un sistema raid per cui non è possibile scollegare uno dei due dischi per poter collegare quello prelevato dal NAS. Così ho scollegato invece il lettore ottico (DVD) che nel mio sistema è sempre SATA, ed al suo posto ho messo l’hard disk del NAS.

Avviato Windows 7, come sospettavo il sistema operativo non vede il disco. Ero convinto, infatti, che fosse formattato in Ext3, tipico di Linux. Infatti è così: lancio il programma Disk Director di Acronis, che è in grado di gestire le partizioni formattate un po’ in tutti i modi, e ne ho la conferma. Insomma, il NAS Philips (come molti altri) ha al proprio interno un sistema operativo derivato da Linux. Grazie a Google, apprendo numerose altre cose.

Recuperare dati da un NAS formattato con Ext3 è particolarmente difficile, secondo molti. Infatti, questo sistema prevedrebbe alcune routine di auto-deframmentazione che corromperebbero i dati rendendoli irrecuperabili. La prima cosa da fare, comunque, è accedere al disco da un sistema Linux e cercare un programma in grado di tentare il recupero. Detto fatto, riavvio il mio PC scegliendo Ubuntu come sistema operativo. Sotto Linux riesco ad accedere facilmente al disco ed a vedere i file (naturalmente non quelli cancellati); purtroppo ho la conferma che non esiste alcuna specie di cestino dove andare a riprendere i file cancellati, ma questo lo sapevo già (nell’uso come NAS, non ho mai visto alcun “cestino”). A questo punto è sufficiente cercare un programma analogo a quelli esistenti per Windows. Ancora una volta San Google mi viene in aiuto: ne trovo alcuni, ma alla fine la mia scelta cade su un programma che si chiama Photorec e che viene fornito insieme ad un altro, Testdisk. Lo strumento Gestione Software di Ubuntu non me li fa scaricare perché, avvisa, la provenienza non è sicura… allora procedo ad un download manuale. Per fortuna i programmi in questione non devono neanche essere installati, funzionano così come sono. Come spesso accade in ambito Linux, le interfacce sono spartane o persino assenti, però l’efficacia c’è. Dei due software, quello che fa al caso mio è Photorec. Bisogna aprire una finestra di terminale e lanciarlo da riga di comando: sudo ./photorec (dopo essersi spostati nella sua directory). Così facendo, i file recuperati verranno salvati nella stessa directory che contiene il programma.

Tutto funziona a riga di comando, ma è abbastanza facile da usare. Gli indico il disco e la partizione da usare, il file system, e poi vedo che succede.

Il programma scansiona tutto il disco in due passaggi, trova parecchia roba inutile (un sacco di file .txt che secondo me non esistono, infatti molti non si aprono) e così alla fine faccio un secondo tentativo spuntando, come opzione, non tutti i tipi di file come in precedenza, ma solo quelli che possono interessarmi. Io, per esempio, ho indicato solo i file di immagini (jpg, bmp, gif, tiff, png) oltre a quelli formato doc. Adesso le cose si fanno interessanti: vengono subito trovate una caterva di foto. Alla fine, dopo alcune ore ed i due passaggi, il software ha recuperato oltre 16.000 – diconsi sedicimila! – immagini, molte inutili (copertine di dischi, “pezzi” di siti, ecc.) ma altre di indubbio interesse, tra cui quelle di mia figlia che stavo cercando. Non sono in grado di dire di averle recuperate tutte, perché le 16.000 e passa fotografie andranno guardate una per una, però posso dire che la complessa “operazione salvataggio” ha avuto un successo insperato!

Alla fine rimonto il disco nel suo case e riattacco il NAS: funziona perfettamente!

Morale della favola: anche se è un’operazione abbastanza difficile da fare, recuperare dati cancellati per sbaglio da un NAS non è poi impossibile, basta avere un po’ di tempo a disposizione e smanettare un po’ sia col cacciavite che con il software.

Un’ultima nota: i file salvati da Photorec nella propria cartella sono suddivisi in directory numeriche (nel mio caso da 1 a 71) e risultano essere di proprietà di root, per cui non possono essere spostati né cancellati se non ricorrendo a noiose (almeno per me) operazioni a riga di comando per cambiarne il proprietario. Alla fine ho optato di uscire dal sistema ed accedervi di nuovo come root (sotto windows, diremmo come amministratore). In molte distribuzioni Linux attuali l’utenza root è disabilitata di default. In Ubuntu 10.10, quello che ho usato io, è stato necessario inserire da riga di comando una password per root (sudo passwd root, quindi seguire le istruzioni che compaiono). Successivamente, al login, digitare root come utente e poi la password precedentemente scelta. In caso di problemi, occorre smanettare tramite menù Amministrazione –> Schermata di accesso se c’è qualche altra voce da configurare.

Photorec è un programma multipiattaforma: oltre alla versione Linux, esiste anche una versione per Windows e persino una per Mac.

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