FILM: LA GRANDE BELLEZZA

Posted on 2 giugno 2013. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , |

Di questo film se ne sono dette di tutti i colori: da "capolavoro" a "schifezza", sino all’accostamento blasfemo con il Maestro Fellini e quel monumento che è La Dolce Vita. Ma insomma, che film è La Grande Bellezza? Sono un appassionato di cinema, ho il dovere di dare una risposta a questo interrogativo.

Lo dico subito, a rischio di apparire banale: è un bel film. Diverte, io almeno mi sono divertito, e non stanca nonostante la lunghezza (due ore e mezza). Ma non è un capolavoro e l’accostamento con il mostro sacro Fellini non aiuta a essere benevoli nel giudizio. Qualcosa di felliniano c’è: ci sono i personaggi grotteschi (la santa, il cardinale appassionato di cucina che fornisce solo ricette e schiva qualsiasi altro argomento, il misterioso custode che porta sempre con sé in una valigetta le chiavi dei palazzi antichi, la spogliarellista più che quarantenne malata, i nobili decaduti che sbarcano il lunario apparendo a pagamento alle feste) e ci sono alcune situazioni sorprendenti, come la santa che raduna sulla terrazza del protagonista uno stormo di fenicotteri rosa ("Io conosco il nome di ognuno di questi uccelli") e poi con un soffio li fa volare via.

Ho citato il protagonista: Jep Gambardella, un intellettuale che ha scritto un solo libro e poi si è fermato, travolto dalla mondanità. Il film comincia proprio con una rutilante festa di compleanno: Jep compie 65 anni. Il sound da discoteca, le danze sguaiate dei personaggi esplodono all’improvviso: se si escludono questi momenti di confusione, per il resto assistiamo ad una Roma silenziosa, bellissima e decadente così come sono decadenti e profondamente inutili i personaggi che animano la scena.

Una vera e propria trama non c’è e Jep Gambardella, che per vivere (piuttosto bene, si direbbe) fa il giornalista e il critico d’arte, è il perno attorno al quale ruotano tutti gli altri. Persone che riempiono salotti, che si parlano addosso con aria annoiata, che sanno di essere inutili e di tanto in tanto se lo dicono in faccia.

Persone decadute e dacedenti come Roma, una città che è come una donna bellissima, ma vecchia. Jep Gambardella va in giro per la città vestito come un dandy, consapevole dell’inutilità propria e di quella altrui, del disfacimento in atto. Il tempo passa, si invecchia, la città pur sempre eterna non è più quella di una volta, è più barbara e cafona.

Tony Servillo è un Gambardella convincente. Carlo Verdone recita bene la parte di un giornalista che vorrebbe vedere rappresentato in teatro un suo lavoro e che spera nell’amore di una donna imprescrutabile che lo vessa. In più, e lo dico senza ironia, è la prima volta che vedo recitare bene Sabrina Ferilli.

La regia di Sorrentino è ricca di movimenti della macchina di ripresa. Ci sono dei buoni piani sequenza, seppure non magistrali. Altre volte lo zoom va avanti e indietro senza troppo significato. Ma la fotografia è bella, a tratti calligrafica, piena di magia.

Quello che manca, secondo me, a La Grande Bellezza per essere un vero e proprio capolavoro è quell’intima coerenza tra significato e forma che contraddistingue ogni opera d’arte, quel senso di compiutezza in grado di soddisfare lo spettatore. Rimane la sensazione di un qualcosa di non approfondito, di incompleto, di involuto.

"Perché non ha scritto più niente?" chiede la santa a Jep.

"Perché cercavo la grande bellezza" risponde.

Il film termina con l’inizio del nuovo romanzo: Jep Gambardella riprenderà a scrivere. E che la storia abbia inizio: La Grande Bellezza sta per cominciare.

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IL SILENZIO DELL’INNOCENZA RELIGIOSA

Posted on 12 settembre 2012. Filed under: società, spettacoli | Tag:, , , , , , , |

L’innocenza religiosa è in silenzio perché… Perché non esiste, e ciò che non esiste non può parlare. Ancora una volta l’intolleranza religiosa esplode uccidendo quattro persone colpevoli solo di avere la stessa nazionalità dell’autore di un film ritenuto offensivo, perché raffigura Maometto come un donnaiolo ed un truffatore. Ancora una volta le autorità politiche di alcuni Paesi, in combutta o addirittura tutt’uno con quelle religiose, approfittano della stupidità umana di gente rozza ed ignorante, che crede ciecamente, per imporre censure e mantenere in vita dittature oppressive ed oscurantiste (Afganistan, Iran).
Il bello è che molti pensano: che c’entra, la mia religione è buona, sono le altre ad essere cattive. A queste persone ricordo che ogni religione sostiene di essere buona, e che sono le altre ad essere cattive. A queste persone ricordo che ogni religione sostiene di dire, anzi di rappresentare la verità, mentre tutte le altre sarebbero bugiarde.
Tutte le religioni sono bugiarde e sono cattive.
Nessuna religione persegue la felicità dell’uomo, ma solo la sua schiavitù.
Il mondo sarebbe un posto di gran lunga migliore se non esistessero le religioni.
La libertà religiosa non va confusa con l’arroganza religiosa, ovvero la pretesa di decidere anche per i non credenti cosa sia bello e cosa sia giusto, cosa vedere e cosa non vedere, cosa leggere e cosa non leggere, quale partito votare e quale no, quali gusti sessuali siano leciti e quali punibili persino con la morte, quali esseri umani siano superiori o inferiori agli altri, cosa mangiare e cosa non mangiare, eccetera eccetera.
Le religioni sono in combutta tra loro: il Vaticano ha condannato le violenze (e ci mancherebbe), però ha condannato anche le offese.
Come se un film, ed una tesi personale liberamente e legittimamente espressa, possano essere messe sullo stesso piano di un assassinio.

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FILM: CESARE DEVE MORIRE, DI PAOLO E VITTORIO TAVIANI

Posted on 27 maggio 2012. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , , , |

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I fratelli Taviani hanno vinto l’orso d’oro a Berlino con il film Cesare deve morire confermando (non che ce ne fosse bisogno, ad 80 anni suonati, dopo una carriera meravigliosa) tutto il loro valore. Da sempre sono un  grande ammiratore dei due toscani e da buon appassionato di cinema non mi sono lasciato sfuggire l’opportunità di poterli vedere ed ascoltare da vicino a Fabriano, nell’ambito del festival poiesis: nella sala del cinema Montini è stata proiettata questa loro ultima opera e al termine della proiezione i due grandi registi sono apparsi di persona per rispondere alle stimolanti “provocazioni” di Tatti Sanguineti. 

Il film è per metà anche documentario: racconta infatti l’esperienza teatrale di alcuni carcerati a Rebibbia impegnati a mettere in scena il Giulio Cesare di Shakeaspeare. Non è un film lungo e ciò rappresenta un vantaggio considerando che non c’è molta azione: 70 minuti circa, poco più di un’ora per un concentrato di emozioni. Alla domanda se la brevità del film fosse voluta per fare da contrappeso alla lunghezza della detenzione, i due hanno risposto di non averci pensato proprio per niente.

Il film inizia, in modo che ormai potremmo definire classico, dalla fine: gli applausi del pubblico, il termine della rappresentazione. A colori. vedremo tutto il resto in flashback, in bianco e nero, perché il bianco e nero oggi come oggi è da considerarsi meno realistico, quasi surreale, hanno spiegato i registi. Il colore tornerà alla fine del film, dove rivedremo di nuovo gli attori sul palcoscenico di fronte al pubblico, che applaude.

Già, gli attori: bravissimi. Vediamo i loro provini, vediamo in sovrimpressione la condanna riportata ed il reato compiuto (per qualcuno più di uno) per cui hanno riportato la pena. “Con loro abbiamo stretto un legame molto forte” raccontano i registi. “Per contro non possiamo fare a meno di odiare il crimine, la mafia, la violenza. E’ un dilemma che non si risolve perché nella vita non tutto si può risolvere, è la verità.” Il film termina con uno degli attori-carcerati che rientra nella propria cella, si guarda attorno e dice, sconsolato: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è una prigione.” La frase è stata veramente pronunciata dall’attore che poi la recita nel film, hanno spiegato Paolo e Vittorio: solo che al posto della parola arte era stata usata in realtà la parola spettacolo

Con il pretesto cinematografico (almeno io lo ho ritenuto tale) che il palcoscenico ancora non è pronto, la troupe effettua le prove in vari ambienti del carcere, tutti diversi eppure tutti spaventosamente uguali, le mura grigie, le finestre con le sbarre, l’esterno solo in fotografia: il mare, ed una sedia in velluto rosso accarezzata da un carcerato che sospira: forse lì si poserà il culo di una bella donna. Ma sono frammenti di umanità su cui la regia non si sofferma più di tanto. Nel film non c’è banale pietà, così come non c’è banale condanna: ci sono in primo piano gli uomini, gli attori, alcuni bravissimi. Solo in alcuni passaggi i fatti privati vengono fuori, ma sono molto rari. Al centro di tutto c’è la rappresentazione scenica, c’è il copione, c’è il testo di Shakeaspeare che ognuno recita nel proprio dialetto. E le parole assumono, all’interno del carcere, di quelle stanze chiuse e disadorne, una forza formidabile.

Cesare è ambizioso, Cesare vuole il potere assoluto, sta per diventare un dittatore: è per questo, per salvaguardare Roma, per tutelarne la libertà, che i congiurati decidono di ucciderlo. E la parola libertà, acclamata in coro da più voci, acquisisce nel contesto, nell’interazione tra rappresentazione e realtà tipica di questo film, una valenza che induce a profonde riflessioni.

I fratelli Taviani ci portano per mano attraverso una sorta di teatro nel cinema, ma la cosa più sconvolgente è la terza dimensione, quella documentaristica, che inevitabilmente si aggiunge alle altre due, quella teatrale e cinematografica, creando un impasto di notevole potenza.

I due registi hanno raccontato che gli attori-carcerati chiedono continuamente come stia andando il film, se piace, se ha successo. Saranno contenti, immagino, di sapere che è stato vinto un premio prestigioso. Quanto al successo di pubblico, non si tratta certo di un film che farà cassetta o scalerà le classifiche del botteghino. Troppo impegnativo per spettatori che attualmente mettono gli occhialini per vedere una orribile simulazione di tridimensionalità (tecnologia vecchissima spacciata per nuova).

Alla fine, dopo che i due grandissimi registi hanno raccontato alcuni aneddoti, anche molto divertenti, riguardanti Zavattini, Fellini, Morricone solo per citare qualche famoso personaggio, sono stati tributati da una vera e propria ovazione da parte delle persone che accalcavano la sala. 

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AYAHOOOO!… LA CONDANNA DI YAHOO

Posted on 24 marzo 2011. Filed under: internet | Tag:, , , , , |

Yahoo è stata condannata, da un tribunale italiano, a risarcire una casa cinematografica, detentrice dei diritti di un film iraniano. Nel momento in cui scrivo non ho facile accesso ad internet, per cui mi perdonerete se sarò poco preciso: ma i dettagli di questa vicenda li trovate un po’ ovunque.

Questa casa cinematografica (o di distribuzione cinematografica, poco cambia) si è incazzata quando ha notato che il film era facilmente rintracciabile grazie al motore di ricerca di Yahoo, che linkava siti da cui poteva essere scaricato o visionato in streaming, illegalmente. Pensate un po’, un film iraniano… a parte qualche cinefilo, chi lo avrà mai visto? Quale sarà stato il danno realmente patito: un centinaio di biglietti? Ma questo film, sarebbe mai stato distribuito nelle sale? Siamo ai soliti discorsi che si fanno per il software piratato: se mille scaricano un programma che costa 100 euro a copia, la software house denuncia di aver perso 100.000 euro, senza tenere conto del fatto che, se avessero dovuto pagarlo, non tutti e mille lo avrebbero realmente acquistato; magari in dieci, in cento o trecento sì, ma mille no.

Il giudice ha riconosciuto che un motore di ricerca non può controllare (e quindi essere ritenuto responsabile di) ogni link che cataloga e mette a disposizione dei pubblico; ma quando un detentore di diritti segnala un link ad un contenuto illegale e ne richiede la rimozione, il motore di ricerca è responsabile dei danni procurati se non provvede con sufficiente rapidità. Nel caso che ci interessa, numerose erano le segnalazioni che erano state fatte a Yahoo, ma il celebre motore non aveva mai rimosso i link: ecco i motivi della condanna.

Quindi sembra prendere piede questo principio,  la reattività di fronte ad una segnalazione, e ciò tanto vale per i motori di ricerca quanto per altri siti aggreganti e di condivisione come, per esempio, YouTube.

E’ una soluzione come un’altra che, almeno, riconosce le specificità della rete e dimostra conoscenza del suo funzionamento (in passato si sono visti provvedimenti giudiziari e sentenze che tradivano invece una totale ignoranza). Solo che, solo poco tempo fa, giusto per fare un esempio, in Spagna non è stato ritenuto punibile un sito che contiene esclusivamente link a contenuti illegali.

La dimensione “mondiale” di internet, il suo esistere al di fuori delle vecchie logiche territoriali, la universalità dell’accesso rendono indispensabile, secondo me, una legiferazione sovranazionale condivisa almeno tra quei Paesi occidentali auspicabilmente non mossi da intenti censori o repressivi.

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IL CINEMA ITALIANO SBANCA IL BOTTEGHINO (ITALIANO)

Posted on 5 febbraio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , |

Il fenomeno è cresciuto nel tempo, ma negli ultimi due anni (2010 e quello in corso) ha assunto e sta assumendo proporzioni veramente macroscopiche, e tutti ne parlano. E’ vero, i film di produzione italiana stanno tornando ad incassare moltissimo, ma è tutto oro quello che luccica? In base a quello che ho letto qua e là, vediamo di fare un po’ di analisi.

Innanzitutto possiamo osservare che il tipo di film che ha successo è quello comico. Non c’è un giallo, un horror o un poliziesco italiano che possa vantare un qualche successo (al punto che dubito che siano prodotti). Unica eccezione potrebbe essere il film su Vallanzasca di Michele Placido, che però è lontanissimo dai primi della classifica: Qualunquemente, Immaturi, e soprattutto Che bella giornata. Pur non trattandosi di capolavori, neanche lontanamente paragonabili al grande cinema italiano di una volta, sono comunque oltre una spanna superiori ai parti della famigerata cricca Vanzina: gli amanti dell’estetica "scoregge-rutti-volgarità varie" si troveranno spaesati. Siamo insomma sulla scia (più o meno) di Pieraccioni: si fa ridere, ma si rifugge dalla banalità vanziniana. E questa è la notizia buona.

La notizia cattiva è che non siamo di fronte, purtroppo, ad un cinema di qualità, ma all’ennesima variante della commedia all’italiana: ci prendiamo amabilmente in giro, e ridiamo di noi stessi. Ciò comporta che questi film non abbiano alcun respiro internazionale e nessun mercato all’infuori degli angusti confini nazionali. L’umorismo in queste pellicole è dato dalla sfumatura dialettale, dalla contrapposizione socioeconomica nord/sud, e via discorrendo: nulla che possa interessare lo spettatore europeo e/o internazionale. E’, insomma, un cinema provinciale così come provinciale è il nostro paese, destinato ad un pubblico provinciale (e dai gusti non particolarmente raffinati).

Fatti i doverosi distinguo, rimane una realtà: la fetta degli incassi dei film italiani, nelle nostre sale, è ben superiore al 50% del totale (siamo oltre il 60%) e la sua crescita è superiore al trend del mercato. Chissà che tra tanti prodotti appena sufficienti, non fiorisca qualche nuovo talento (ci sono rimasti solo Tornatore, Bertolucci e, parecchio più indietro, Salvatores).

Il resto se lo pappano i film americani. Quella americana è in effetti l’unica produzione (anche se spesso di basso profilo artistico) pensata sin dall’inizio per essere internazionale, distribuita e venduta in tutti i mercati possibili immaginabili. E ciò non accade solo in Italia: dappertutto c’è una produziona nazionale che non varca la soglia di casa. Di nuovo, in Italia, c’è il fatto incontestabile che la produzione italiana piace al pubblico, e incassa una montagna di soldi.

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ORRIBILI PASSATEMPI

Posted on 29 gennaio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , |

Il titolo ORRIBILI PASSATEMPI può essere liberamente interpretato. Può quindi riferirsi all’attività preferita dai protagonisti dei film di cui sto per parlare, ma può anche essere riferita al fatto stesso di guardare questo tipo di film. Questo articolo, per via degli argomenti trattati e dei temi proposti, è riservato ad un pubblico adulto (se sei minorenne, sei pregato di non leggere oltre) e consenziente, oltre che non particolarmente sensibile al macabro, all’erotico ed allo “splatter” in generale.Scheda

Tocchiamo un argomento non proprio leggero, la necrofilia. Lo tocchiamo perché questa perversione è il tema di alcuni film che io ho visto solo recentemente, pur non trattandosi propriamente di novità (Nekromantik è del 1987, il sequel Nekromantik 2 è del 1991, mentre Kissed è del 1996). A mia scusante posso citare il fatto che Nekromantik non è mai stato diffuso attraverso i canali ufficiali di distribuzione, e se ha raggiunto una certa fama ciò è dovuto principalmente, se non esclusivamente, alla diffusione clandestina tramite internet. Nekromantik 2, il seguito, dovrebbe invece esistere anche in versione DVD. Infine Kissed, che non è l’oggetto principale di questa piccola rassegna, lo cito solo come termine di paragone.

Apro una parentesi: la necrofilia viene percepita come la peggiore tra tutte le perversioni. Cosa può spingere un essere umano (vivente) a provare attrazione per un cadavere? Sembra impossibile trovare una spiegazione e forse è per questo che il necrofilo viene visto come il peggiore tra tutti i pervertiti: perché le cose inspiegabili fanno sempre paura. In realtà, se dovessimo mettere sul piatto di una bilancia immaginaria la pericolosità di alcune perversioni, ne troveremmo facilmente di peggiori: il sadismo e la pedofilia, per esempio. Forse il necrofilo non è altro che un materialista estremo che cerca semplicemente un corpo inerte per soddisfare le proprie voglie, senza tante complicazioni. O forse è un filosofo decadente che cerca di cogliere ciò che di buono può dare una carcassa prima che il tempo (e la putrefazione) la rendano inutilizzabile. Di sicuro esiste anche in forma leggera, senza il reale utilizzo di cadaveri, e consiste nell’avere fantasie erotiche (che si trovano eccitanti) in ambito più o meno funebre.

Seconda parentesi: amore e morte da sempre costituiscono un binomio inscindibile in campo artistico e letterario. Il necrofilo porta questa tendenza alle estreme conseguenze…

Un breve cenno su Kissed. La trama in estrema sintesi: una ragazza, che prova una attrazione irresistibile verso i cadaveri (li trova “luminosi”), si fa assumere presso una agenzia di pompe funebri in modo da poter soddisfare i propri desideri. Conosce anche un ragazzo con cui instaura una relazione normale, ma la passione per i cadaveri è troppo forte e porterà il ragazzo ad uccidersi per essere desiderato dalla ragazza. Kissed, a dispetto della trama tragica e dell’argomento trattato, è una commedia leggera che viene ben digerita dallo spettatore. Il suo pregio principale è proprio questa capacità di raccontare una  storia come questa senza scandalizzare eccessivamente, quasi si trattasse di una cosa normale. Ben fatto, è un film tutto sommato gradevole, che però non trasmette emozioni fortissime.

Nekromantik (il primo) è tutt’altra bestia. Girato con a disposizione pochissime risorse finanziarie dal regista tedesco Jörg Buttgereit, è un film quasi amatoriale. Non si tratta di un horror in senso tradizionale: non c’è suspance, non ci sono momenti mozzafiato, né clamorosi colpi di scena. Ecco la storia: Robert lavora presso una ditta che si occupa di ripulire le strade dai cadaveri, dopo che le autorità hanno concluso i rilievi. Ogni tanto, per passione, si porta a casa qualche pezzo di carne che mette sotto spirito nei vasetti. Condivide questa passione con la ragazza che convive con lui. Un giorno, approfittando di una circostanza favorevole, si porta a casa un intero cadavere, che mostra orgogliosamente alla ragazza, che rimane molto intrigata. Si instaura quindi una sorta di relazione a tre, felice, tra lei, lui ed il corpo morto. Tutto va bene finché non viene licenziato: allora la ragazza dice che non può sprecare i migliori anni della sua vita con un buono a nulla come lui, e scappa… indovinate con chi? Ma sì, con il cadavere! Il povero Robert si ritrova quindi solo. Dopo alcune vicissitudini da single che tralascio, decide di praticare un estremo gesto di autoerotismo: si stende sul letto, si slaccia la patta dei pantaloni, prende un coltello e si uccide con una sorta di karakiri. Mentre la lama affonda nel suo ventre ed il sangue schizza da tutte le parti, dal suo pene eretto esce prima una quantità enorme di sperma, e subito dopo esce sangue, mentre il pover’uomo si contorce in preda a spasmi misti di dolore ed ebbrezza. Facile associare questa scena a quella (che sia una citazione?) presente nel finale del film Antichrist di Lars Von Trier (2009). Ma mentre Antichrist è il frutto sì di una mente visionaria, ma anche di una produzione ricca e costosa, con il risultato di apparire un po’ patinato e forzato nella sua esplicita finalità di voler scandalizzare a tutti i costi, Nekromantik stupisce proprio per il ritmo lento, i colori sbiaditi, la normale sbadigliosa quotidianità. Mentre Kissed trasforma tutto in una commedia quasi brillante, Nekromantik presenta dialoghi rarefatti, ambienti angusti, gente sola, isolati squallidi di una città qualunque che potrebbe essere in ogni parte del mondo. Nekromantik disturba proprio perché racconta una storia disturbante con una certa noncuranza. Nekromantik è bello, è malsano, ti fa respirare un’aria morbosa; ha una estetica malata che affascina come tutte le cose decadenti. Il corpo morto è viscido, gocciola, ribolle, quando viene accarezzato dai protagonisti sulle mani rimane come uno strato di gelatina appiccicosa che poi i due amanti si spalmano sul corpo, sulle labbra, mentre una romantica musica di sottofondo sottolinea non l’orrore, ma la passione che si cela sotto quei gesti. Le scene sono forti e sconsigliate a chi non ha uno stomaco sufficientemente forte, ma non c’è autocompiacimento, o perlomeno non è così evidente: in primo piano c’è la storia e piaccia o non piaccia è una storia d’amore, romantica. Nekromantik va subìto per rimanerne affascinati. Ha tutte le caratteristiche dell’opera maledetta, questo è il suo pregio più grande. Il film termina con la visione della tomba del povero Robert: il cumulo di terra è ancora fresco, quando all’improvviso una pala vi affonda, spinta da un piede di donna. Fine.

Come accennavo, Nekromantik è stato osteggiato dalle case distributrici di film e praticamente nei cinema non è mai stato proiettato, se non in ambiti per così dire “specialistici”. Alcuni paesi del mondo ne hanno proibito la visione ai propri cittadini. Ciò nonostante, è diventato un film di culto, cosicché Buttgereit ha potuto girare il sequel Nekromantik 2, con un po’ più di soldi a disposizione, ma con esiti non altrettanto positivi. Il film, che riparte esattamente da dove era terminato il primo, racconta la storia di una ragazza che, affascinata dai cadaveri e dalla morte, disseppellisce Robert (di cui aveva letto la storia sui giornali) e se lo porta a casa per farci sesso, con grande appagamento. Parallelamente conosce un ragazzo, che per mestiere fa il doppiatore di film porno (divertenti le scene di doppiaggio), con cui instaura una relazione, per portare avanti la quale decide di disfarsi del cadavere. Lo mette quindi nella vasca da bagno e lo fa a pezzi, ma è una sofferenza, piange e teme quasi di fargli del male. Alla fine decide di tenersi il pene (che congela nel frigo) e la testa. Però, quando fa all’amore con il ragazzo che ha conosciuto, per eccitarsi deve pensare al cadavere di Robert, altrimenti non prova piacere. Il ragazzo se ne accorge. Trova il pene nel frigo. Capisce che c’è qualcosa che non va… Alla fine, durante un amplesso (in cui lei cavalca lui, esattamente come era solita fare con il cadavere), mentre il maschio raggiunge l’orgasmo, lei lo decapita con un coltello che teneva nascosto sotto il letto. Mentre il corpo sputa sangue da tutte le parti e trema in preda alle convulsioni, lei sostituisce la testa dell’uomo con quella del cadavere, che aveva conservato, e finalmente gode. Per evitare l’afflosciamento del pene dell’uomo, lo aveva opportunamente stretto alla base con un laccetto, subito dopo averlo decapitato.

Nekromantik 2 non aggiunge nulla di nuovo a Nekromantik 1 e, pur rimanendo imperdibile per chi ha visto il primo, non raggiunge le stesse vette di malata poesia. Amplifica alcune tematiche già presenti nel primo film: l’associazione cadavere/cibo, per esempio; l’analogia con lo squartamento da macello degli animali  (nel primo film un coniglio, nel secondo una foca).

Alcuni link su Wikipedia:

NecromantikNecromantik 2Antichrist

Altri link:

Elenco di film che parlano di necrofilia (discussione)

Kissed

Parafilia e morte (tesina)

Mad Dame (artista)

Sito porno con fantasie necrofile  (se sei contro, non cliccare! Se clicchi, poi non prendertela con me!)

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IL FENOMENALE CHECCO ZALONE

Posted on 9 gennaio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , |

checco zaloneDal Devoto-Oli, definizione di fenomeno: Qualsiasi fatto od evento suscettibile di osservazione diretta od indiretta, provocato o meno dall’uomo. In questa accezione deve intendersi il titolo: Checco Zalone è un vero e proprio fenomeno cresciuto tumultuosamente negli ultimi anni, miscuglio ben riuscito tra cabarettista, cantante, attore. Disgustato dai film comici (o cosiddetti tali) della famigerata ditta Vanzina-Parenti, basati esclusivamente sulla nota triade stilistica rutto-scoreggia-parolaccia, sono rimasto favorevolmente colpito dal film Cado dalle nubi, che ho visto in tv su Sky, al punto che ieri sera sono andato al cinema a vedere l’ultima fatica: Che bella giornata, lungometraggio che nei primi giorni ha polverizzato ogni record, persino quello fatto registrare da Avatar al suo esordio.

Pur essendo molto diversi, e non potrebbe essere diversamente, per una certa leggerezza dei toni (da intendersi positivamente, in contrapposizione alla greve volgarità dei cinepanettoni che tutti ben conosciamo) io accosterei la comicità di Checco Zalone a quella di Pieraccioni; ma mentre Pieraccioni è sostanzialmente “politicamente corretto”, Zalone sarebbe offensivo oltre ogni limite, pur non essendolo di fatto. Perché, mi sono chiesto? Perché Checco Zalone, pur non scevro da riferimenti grossolani al sesso, pur non privo di battute pesanti sui diversi, sulle donne, sugli extracomunitari, perché riesce a mantenere questa levità, perché alla fine non risulta offensivo, perché nessuno si risente, perché tutti ridono? Me lo sono chiesto, e mi sono dato una risposta.

Ma perché Checco Zalone, il personaggio, è un povero coglione. Ignorante, pieno di pregiudizi, straconvinto della bontà dei luoghi comuni che costituiscono da soli la sua visione del mondo, meridionale con tutti i difetti tipici dei meridionali, nelle situazioni comiche il primo a far ridere è proprio lui. E’ tutto sommato un bravo ragazzo, ma ha la testa piena di cazzate e fa regolarmente la figura del cretino. Nelle stesse situazioni comiche, a ben vedere, vengono dileggiati anche gli altri personaggi (alcuni sensibili: omosessuali, extracomunitari, mussulmani, islamici), ma fanno ridere di riflesso, perché in primo piano c’è la goffaggine, la stupidità, l’ignoranza di Checco, tanto è vero che gli altri appaiono sempre migliori di lui (e quando ne parlano, lo definiscono immancabilmente un coglione). Come quando chiede agli arabi se vengono dall’Islam (poi si salva in calcio d’angolo dicendo che lui viene da Cattolica), come quando in un locale a Milano pensa di difendere i gay cantando una canzone in cui si sostiene che non si deve ridere di loro perché non è corretto ridere di chi è colpito da quella malattia; nell’ultimo film, caccia via alcuni monaci tibetani da una chiesa perché il loro abbigliamento non è consono (calzano persino sandali con l’infradito) e la stessa sorte capita ad un sacerdote ortodosso perché ha la barba troppo lunga (per rimediare gli indica un barbiere: digli che ti manda Checco). Quando la ragazza araba che ha conosciuto, e di cui si è innamorato, porta del cous-cous ad un picnic, lui lo dà da mangiare alle oche di un lago, sorprendendosi poi che si trattava di cibo per l’uomo. Insomma, è un deficiente, e poiché lo è, gli si può perdonare qualche battuta scorretta.

Checco Zalone è un meridionale attaccatissimo alla famiglia, di buon cuore, ignorante peggio di una capra e con la testa piena di luoghi comuni. Dotato di un vocabolario limitato, è convinto che in Italia studiare non serva a niente, servono solo le raccomandazioni, perché è così che funziona. La ragazza francese di origine maghrebina che ha conosciuto, nella sua testa diventa francese di madre Tina, e se da una parte afferma orgogliosamente che l’amore non ha religione, dall’altra parlando al telefono con un parente riferisce (lei presente) che è un po’ negretta, ma poco, così poco che non dà fastidio. Il posto di lavoro migliore è quello fisso, così racconta ad un leghista, cui poco dopo riferisce in tono ammirato di un suo conoscente che sbafa una pensione di invalidità senza avere niente e viaggia per tutto il mondo. Alla fine vede una statuetta di Alberto da Giussano e chiede: ma quello chi è, un power ranger? Gli esempi potrebbero continuare…

In sostanza Checco Zalone fa ridere perché prende in giro se stesso, così facendo prende amabilmente in giro noi italiani che siamo un po’ come lui, tremendamente provinciali ed individualisti. Nel vortice comico, spesso irresistibile, finiscono tutti i personaggi che gli ruotano attorno e che vengono messi alla berlina, involontariamente, dalla sua ignoranza piena di luoghi comuni e pregiudizi. Anche il grande Totò molto spesso ha usato questo meccanismo, ma mi sembra di poter dire che Checco Zalone lo abbia perfezionato ed adattato ai tempi moderni, caratterizzati dal melting pot.

Il nome ed il cognome, Checco Zalone, derivano da un termine dialettale pugliese: cozzalone, che significa più o meno contadinotto. Per cui che cozzalone = che contadinotto.

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LA DISFIDA DELLE TETTE

Posted on 17 ottobre 2010. Filed under: società, spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , |

Titolo n. 2: UNA TETTA TIRA L’ALTRA

Titolo n. 3: SPUNTANO LE TETTE, CADE IL FASCISMO


Siamo nel 1941. Il regime fascista sarebbe caduto da lì a poco quando nelle sale cinematografiche esce il film La Cena delle Beffe, diretto da Alessandro Blasetti.

cena beffe locandina

Vi recita l’attrice Clara Calamai, che in una scena appare a seno nudo.

clara calamai

In un’altra celebre sequenza Clara Calamai recita indossando maliziose trasparenze, che oggi fanno sorridere, ma 70 anni fa…

A titolo di curiosità, posso ricordare che Clara Calamai, dopo una lunghissima assenza dalle scene, è tornata a recitare (e con un ruolo importante!) nel film Profondo Rosso di Dario Argento.

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Eh sì, il tempo passa per tutti…

Tornando al seno nudo in La Cena delle Beffe, possiamo immaginare lo scandalo, le discussioni, le polemiche, la condanna del Vaticano e via discorrendo (la storia si ripete nel tempo: Ultimo Tango a Parigi… eccetera). Le tette della Calamai si vedono entrambe, in piena luce, mentre l’attrice è sdraiata sulla schiena. Forse proprio in virtù della sua evidenza, questa è considerata da molti la prima scena a seno nudo del cinema italiano. Ma non è vero.

Circa un anno prima, diretto sempre da Alessandro Blasetti, era uscito nelle sale un altro film, La corona di ferro. In questo film l’attrice Vittoria Carpi, in modo molto più discreto, quasi un vedo-non-vedo, fa spuntare un capezzolo da sotto un vestito, mentre è legata. Detto tra noi, questa scena ha un contenuto molto più erotico dell’altra: richiama infatti le tematiche bondage (od anche sadomaso). Di Vittoria Carpi non sono riuscito a reperire ulteriori notizie.

vittoria carpi

Come mai la censura dell’epoca non si attivò? In un paese come l’Italia dove la censura cinematografica preventiva è stata sempre protagonista di gravi episodi a danno di autentici capolavori, ed è stata definitivamente eliminata solo poco tempo fa? Forse il regime fascista aveva bisogno di non apparire troppo succube del Vaticano, oppure lo scandalo era limitato anche per l’epoca. Oppure, altra ipotesi, il regime (che sarebbe crollato da lì a poco) aveva ben altro a cui pensare!

Nelle cronache pettegole dell’epoca Clara Calamai era spesso confrontata con Doris Duranti. Non è certo che tra le due vi fosse un vero e proprio antagonismo; questa chiacchiera probabilmente era sfruttata dalla stampa che come sempre ha bisogno di dualismi per vendere ed interessare il pubblico.

doris

Doris Duranti è stata una vera e propria diva di regime. Sul set del film Carmela conobbe il ministro per la cultura popolare (il famigerato minculpop) Alessandro Pavolini, e ne divenne l’amante. Quando le cose precipitarono, fuggì con lui a Salò. Poi se ne è andata a Santo Domingo, ad aprire un ristorante, ove è morta nel 1995. Ha recitato per l’ultima volta nel film Divina creatura di Giuseppe Patroni Griffi, con Laura Antonelli come protagonista. Ebbene, proprio per non essere da meno, proprio nel film Carmela la Duranti volle recitare una scena a seno nudo, di cui purtroppo non ho trovato su internet nessuna immagine. (Se qualcuno la trova, mi può mandare il link nei commenti, grazie in anticipo…). Affermò orgogliosa che per la prima volta un seno nudo (il suo) era stato ripreso al naturale, mentre lei era in piedi, sfidando la legge di gravità.

Queste sono state le prime scene a seno nudo del cinema italiano, e queste attrici sono state le protagoniste. Ora farò una ricerca su quale sia stato il primo nudo integrale.

Perché ne ho parlato? perché sono appassionato di cinema, perché odio la censura in ogni forma, perché l’evoluzione del costume mi ha sempre interessato, e perché mi è sembrata comunque una storia interessante. Queste “audaci” esibizioni di tette hanno un sapore antico, poi sappiamo tutti come sono andate a finire le cose…

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MULVE E I SUOI FRATELLI

Posted on 5 ottobre 2010. Filed under: informatica, internet, musica, smartphone, società | Tag:, , , , , , , , , |

La lotta perenne tra i detentori dei diritti (la cosiddetta industria dei contenuti) e degli utenti che invece vogliono usufruire delle opere senza sborsare un quattrino, mi affascina terribilmente. E non vedo soluzione alcuna, nel senso che secondo me non c’è niente da fare: la vitalità di internet e gli strumenti che la rete mette a disposizione sono armi micidiali contro cui nulla possono le pur potentissime multinazionali dell’intrattenimento. Se fossi un marxista, sarei tentato di dire che è una sorta di materialismo dialettico / storico tra chi detiene il potere e teme di perderlo, e chi invece non lo detiene e vuole acquisirlo. Una vera e propria guerra piena di colpi a sorpresa. Io penso che la posizione delle major discografiche e cinematografiche sia antistorica e destinata alla sconfitta. I tempi sono questi, la tecnologia consente di scambiare facilmente i contenuti, chi sono questi signori che pretendono di fermare il corso della storia e della evoluzione umana, ancorandoci ad uno status quo che ormai appartiene al passato? Se i discografici (ma vale lo stesso per i produttori di cinema) dirottassero tutte le energie che profondono nella lotta alla cosiddetta “pirateria” verso lo studio di nuovi modelli di business, ne trarrebbero vantaggi enormi.  Oggi dietro il file sharing non c’è la criminalità organizzata, come poteva essere venti anni fa per la contraffazione dei CD: oggi c’è la quasi totalità degli utenti. Si dice che Churchill avesse coniato questa battuta: se metto un cartello con scritto “vietato fumare”, e trovo uno che fuma, gli faccio una multa. Se sono due, faccio loro una multa. Se sono dieci, dieci multe. Se sono mille, tolgo il cartello.

Fino a ieri la tecnologia principe per recuperare materiale pirata era il peer to peer, il vero e proprio scambio tra utenti, oggi rappresentato perlopiù da Emule. Funziona così: io condivido dei file residenti nel mio pc, consento che vengano indicizzati, e se a qualcuno interessano, acconsento che vengano copiati dal mio pc al suo e viceversa, il tutto organizzato da uno o più server centrali. Nonostante gli attacchi che si sono susseguiti per mettere fuori uso questi server, indispensabili per far funzionare l’ambaradan, il sistema regge ancora.

Poi è venuto il momento di bit torrent. Sistema straordinario per velocizzare i download (si possono raggiungere velocità davvero elevate), ha il difetto che prima di scaricare il contenuto che si vuole è necessario procurarsi un file con estensione torrent: sono nati quindi una pletora di siti che indicizzano questi file, ed ancora una volta si è cercato di farli chiudere uno dopo l’altro, con qualche successo ma abbastanza inutilmente (chiuso un sito, ne nasce un altro).

Tutto superato dall’ultima frontiera che è anche la tecnologia più antica: il semplice scaricamento. Come? Si fa così: scaricatevi Mulve (non fornisco il link, cercatelo con google), è un programmino da un paio di mega che non necessita nemmeno di installazione. Si collega ad un server (probabilmente russo) che contiene circa dieci milioni di canzoni. La ricerca dicono sia velocissima, così come il download.

Ma attenzione: Mulve ha avuto un effetto dirompente (è stato ribattezzato il terrore dell’industria discografica) e attualmente sembra essere fuori uso, c’è chi dice per i troppi utenti, chi invece sospetta altre cause sin troppo ovvie. Niente paura, Mulve (forma contratta di Music Love) ha già i suoi fratelli. Il primo si chiama, indovinate un po’, Pirate: praticamente è un clone di Mulve, stessa semplicità di utilizzo, dicono sia anche molto efficace ed in più è open source, quindi in teoria ognuno potrebbe scaricarsi il codice del programma per esaminarlo (bisogna però esserne capaci…). Altra alternativa è Songr, programma che cerca il contenuto in una pluralità di fonti e ne consente il download (anche di filmati da YouTube).

Aspettiamoci ulteriori programmi dello stesso tipo e godiamoci gli sviluppi di questa “guerra” tecnologica e sociale.

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CRACCATO L’HDCP

Posted on 19 settembre 2010. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , |

Come volevasi dimostrare. Neanche fosse un’equazione matematica, anche l’HDCP, il sicurissimo sistema anticopia voluto dalle case cinematografiche per proteggere i dischi blu-ray, progettato da Intel, è stato craccato.  Un hacker, naturalmente rimasto anonimo, ha pubblicato un codice numerico che la stessa Intel, ha dovuto ammettere, sembra proprio essere la chiave che permette la decodifica dei dati. Grazie a questa scoperta diventa possibile copiare i film ad alta definizione. Intel in realtà ha minimizzato il fatto sostenendo che sarà necessario creare un chip dedicato, attività proibita dagli accordi internazionali (manco fosse un trattato di pace!), e che sorveglierà affinché ciò non accada. Io credo invece che, aumentando (come è sempre aumentata) la velocità dei processori, dovremo attendere poco per vedere un software che emulerà le capacità di questo chip, finora inesistente se non in forma ufficiale all’interno dei lettori blu-ray, e che trasformerà la copia di un fim HD in un gioco da ragazzi. Altra soluzione sarebbe quella di cambiare la chiave in uso, teoricamente possibile ma in pratica no. Significherebbe rendere incompatibili i lettori blu-ray già presenti nelle case con i film rilasciati in futuro, e non è una buona idea.

Ormai è assodato che i sistemi anticopia rendano la vita difficile solo agli utenti che acquistano i prodotti ufficiali, per cui non capisco proprio perché la cosiddetta industria dei contenuti si ostini ad essere nemica dei propri clienti migliori. Basta girare un po’ in internet per leggere un sacco di storie raccontate da chi, per esempio, ha comprato un CD in un negozio di dischi per poi rendersi conto che, grazie al sistema anticopia ivi contenuto, non veniva riconosciuto dal lettore CD presente in auto; il nostro sfortunato acquirente allora ha regalato il CD ad un amico smanettone che gli ha fatto una copia, perfettamente funzionante dappertutto. Insisto: i sistemi anticopia rompono i coglioni e complicano la vita agli utenti che regolarmente acquistano i prodotti. Inoltre questi sistemi DRM (Digital Rights Management, gestione dei diritti digitali), che vengono regolarmente craccati , costano un sacco di soldi sia per la progettazione sia per la implementazione, per cui dubito fortemente che rappresentino un buon  investimento. Io penso che piuttosto l’industria dovrebbe investire per rendere il prodotto originale appetibile, in modo da far sì che l’appassionato lo riconosca come scelta migliore rispetto ad una copia. Credetemi, non ci sono opzioni differenti, la copia pirata non si sconfigge col software ma col marketing, con una politica di prezzi adeguata, ed attraverso la tutela dell’appassionato che non è un nemico da guardare con ostilità, ma un bene prezioso da tutelare.

Pur riconoscendo che la proprietà intellettuale debba essere tutelata, non posso non salutare con soddisfazione questo ennesimo exploit tecnologico da parte degli appassionati di informatica. Sì, perché un vero hacker ha come obiettivo la conoscenza e la padronanza dei sistemi, non lo sfruttamento illegale della conoscenza. Insomma, hacker non è uguale a pirateria. Che poi i pirati, quelli veri, se ne possano approfittare è cosa ovvia. Prima di internet e del file sharing, chi non ricorda i marocchini che vendevano pacchi di CD copiati?

Se poi avete, come me, antipatia per l’attuale politica commerciale dell’industria dei contenuti, anziché usare materiale illegale io suggerisco di astenersi dagli acquisti. Protesta molto più efficace nei confronti di chi pensa solo al proprio portafogli.

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