FILM: CESARE DEVE MORIRE, DI PAOLO E VITTORIO TAVIANI

Posted on 27 maggio 2012. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , , , |

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I fratelli Taviani hanno vinto l’orso d’oro a Berlino con il film Cesare deve morire confermando (non che ce ne fosse bisogno, ad 80 anni suonati, dopo una carriera meravigliosa) tutto il loro valore. Da sempre sono un  grande ammiratore dei due toscani e da buon appassionato di cinema non mi sono lasciato sfuggire l’opportunità di poterli vedere ed ascoltare da vicino a Fabriano, nell’ambito del festival poiesis: nella sala del cinema Montini è stata proiettata questa loro ultima opera e al termine della proiezione i due grandi registi sono apparsi di persona per rispondere alle stimolanti “provocazioni” di Tatti Sanguineti. 

Il film è per metà anche documentario: racconta infatti l’esperienza teatrale di alcuni carcerati a Rebibbia impegnati a mettere in scena il Giulio Cesare di Shakeaspeare. Non è un film lungo e ciò rappresenta un vantaggio considerando che non c’è molta azione: 70 minuti circa, poco più di un’ora per un concentrato di emozioni. Alla domanda se la brevità del film fosse voluta per fare da contrappeso alla lunghezza della detenzione, i due hanno risposto di non averci pensato proprio per niente.

Il film inizia, in modo che ormai potremmo definire classico, dalla fine: gli applausi del pubblico, il termine della rappresentazione. A colori. vedremo tutto il resto in flashback, in bianco e nero, perché il bianco e nero oggi come oggi è da considerarsi meno realistico, quasi surreale, hanno spiegato i registi. Il colore tornerà alla fine del film, dove rivedremo di nuovo gli attori sul palcoscenico di fronte al pubblico, che applaude.

Già, gli attori: bravissimi. Vediamo i loro provini, vediamo in sovrimpressione la condanna riportata ed il reato compiuto (per qualcuno più di uno) per cui hanno riportato la pena. “Con loro abbiamo stretto un legame molto forte” raccontano i registi. “Per contro non possiamo fare a meno di odiare il crimine, la mafia, la violenza. E’ un dilemma che non si risolve perché nella vita non tutto si può risolvere, è la verità.” Il film termina con uno degli attori-carcerati che rientra nella propria cella, si guarda attorno e dice, sconsolato: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è una prigione.” La frase è stata veramente pronunciata dall’attore che poi la recita nel film, hanno spiegato Paolo e Vittorio: solo che al posto della parola arte era stata usata in realtà la parola spettacolo

Con il pretesto cinematografico (almeno io lo ho ritenuto tale) che il palcoscenico ancora non è pronto, la troupe effettua le prove in vari ambienti del carcere, tutti diversi eppure tutti spaventosamente uguali, le mura grigie, le finestre con le sbarre, l’esterno solo in fotografia: il mare, ed una sedia in velluto rosso accarezzata da un carcerato che sospira: forse lì si poserà il culo di una bella donna. Ma sono frammenti di umanità su cui la regia non si sofferma più di tanto. Nel film non c’è banale pietà, così come non c’è banale condanna: ci sono in primo piano gli uomini, gli attori, alcuni bravissimi. Solo in alcuni passaggi i fatti privati vengono fuori, ma sono molto rari. Al centro di tutto c’è la rappresentazione scenica, c’è il copione, c’è il testo di Shakeaspeare che ognuno recita nel proprio dialetto. E le parole assumono, all’interno del carcere, di quelle stanze chiuse e disadorne, una forza formidabile.

Cesare è ambizioso, Cesare vuole il potere assoluto, sta per diventare un dittatore: è per questo, per salvaguardare Roma, per tutelarne la libertà, che i congiurati decidono di ucciderlo. E la parola libertà, acclamata in coro da più voci, acquisisce nel contesto, nell’interazione tra rappresentazione e realtà tipica di questo film, una valenza che induce a profonde riflessioni.

I fratelli Taviani ci portano per mano attraverso una sorta di teatro nel cinema, ma la cosa più sconvolgente è la terza dimensione, quella documentaristica, che inevitabilmente si aggiunge alle altre due, quella teatrale e cinematografica, creando un impasto di notevole potenza.

I due registi hanno raccontato che gli attori-carcerati chiedono continuamente come stia andando il film, se piace, se ha successo. Saranno contenti, immagino, di sapere che è stato vinto un premio prestigioso. Quanto al successo di pubblico, non si tratta certo di un film che farà cassetta o scalerà le classifiche del botteghino. Troppo impegnativo per spettatori che attualmente mettono gli occhialini per vedere una orribile simulazione di tridimensionalità (tecnologia vecchissima spacciata per nuova).

Alla fine, dopo che i due grandissimi registi hanno raccontato alcuni aneddoti, anche molto divertenti, riguardanti Zavattini, Fellini, Morricone solo per citare qualche famoso personaggio, sono stati tributati da una vera e propria ovazione da parte delle persone che accalcavano la sala. 

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SANREMO: BENIGNI SHOW

Posted on 18 febbraio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , |

Con mia grande sorpresa, eccomi nuovamente a scrivere del festival. Non ho ancora finito, si fa per dire, di parlarne male (si veda il mio precedente post), che già devo mettere mano alla tastiera per lodare la lezione di Benigni sull’inno nazionale, e non solo. Anzi, a dire il vero l’inno è stato solo il pretesto per toccare argomenti molto importanti.

Ieri sera il formidabile showman toscano mi ha letteralmente inchiodato davanti al teleschermo. Irruente come sempre, anzi direi inarrestabile, pur non tralasciando di far ridere con qualche battuta delle sue (Cavour il più grande statista della storia italiana… anzi, il secondo più grande statista… ebbe una relazione con la nipote del Metternick), ha tenuto una vera e propria lezione sul risorgimento, sull’unità di Italia, su Garibaldi Mazzini ed il già citato Cavour, celebrando gli ideali e ricordando i sacrifici estremi di quei giovani di allora che hanno unito il nostro Paese cacciando gli stranieri che imperversavano in ogni zona del territorio. Perché è stando uniti, ha ammonito Benigni, che si vince.

Patriottismo quindi, ma senza esagerare perché anche il troppo amore è dannoso. Amore giusto ed equilibrato per il posto in cui si vive, un posto meraviglioso nonostante tutti i problemi che ci sono; amore per la propria lingua, per la propria cultura, per la propria arte e la propria musica, che non hanno eguali nel mondo.

Insomma, Benigni mi ha sorpreso, stupito, e mi è piaciuto un sacco. Mi aspettavo qualcosa di molto più facile, visto il bassissimo tenore della trasmissione ospitante, invece il geniaccio toscano è salito in cattedra ed ha persino cantato, nel silenzio più assoluto, l’inno di Mameli solo con la sua voce, senza neanche l’accompagnamento musicale: e debbo dire che eseguito in quel modo, l’inno è sembrato quasi bello.

Ora, naturalmente, soprattutto da parte leghista, si alzerà il polverone delle polemiche. Il primo ha rilasciare una intervista al vetriolo è stato Borghezio, che in comune con Benigni ha una cosa sola: la B iniziale.

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S COME SANREMO E COME SEPOLCRO

Posted on 17 febbraio 2011. Filed under: musica, spettacoli | Tag:, , , , , |

Non so da quanti anni, ormai, non guardo il festival di Sanremo. Se debbo basarmi su quello che si verifica a casa mia, neanche mia moglie, la più tendenzialmente a target, mostra più alcun interesse, mentre le figlie sì e no sanno che esiste. Mi meraviglio sempre, quindi, del rilievo che viene dato dalla stampa a questa manifestazione e mi meravigliano ancora di più le statistiche di ascolto quando parlano di record, boom e via dicendo. Questa mattina ho letto del bacetto saffico tra Belen e la Canalis (roba ormai vecchiotta, tra un po’ i baci saffici li vedremo anche su Diney Channel, magari tra Lizzy Mc Guire e Hanna Montana) ed ho tirato un sospiro di parziale sollievo. Ecco, il festival della canzone italiana per fare ascolto e notizia deve affidarsi a questi trucchetti da baraccone: le presentatrici gnocche e possibilmente un po’ nude, il personaggio celebre di turno possibilmente un po’ scandaloso col beneplacito del Cardinale di zona e lo sguardo compiaciuto del Direttore di rete e del Sindaco di Sanremo, il falso scoop costruito ad arte e qualche altra stronzata per un pubblico di bocca buona. Niente che riguardi quella che dovrebbe essere la vera protagonista: la musica, questa grande assente (da anni).

Che la musica, quella non dico buona, ma almeno accettabile, non abbia cittadinanza al teatro Ariston, è ormai postulato che non ha bisogno di dimostrazione. Basta sentire le cosiddette canzoni, salvo rare eccezioni quanto di peggio possa offrire il panorama italico della musica leggera. Come non ricordare epiche cavalcate musicali come il Ballo del qua qua? Oppure le profonde circonvoluzioni filosofiche di Finché la barca va? Per contro, è impossibile dimenticare i celeberrimi artisti che a Sanremo non hanno mai incontrato fortuna o addirittura non sono stati mai ammessi (uno su tutti: Lucio Battisti). Altri big si sono rifiutati di andare; ed hanno fatto bene, perché Sanremo porta una sfiga tremenda. Alcuni, dopo aver vinto il festival, hanno terminato la loro carriera artistica (per esempio i Matia Bazar).

Oggi Sanremo è un sepolcro in cui si esibiscono artisti-zombie privi di talento e di mercato. Si è arrivati a questo punto dopo anni in cui la competenza musicale, nella selezione delle canzoni, è stata tenuta attentamente alla larga. Nominare direttore artistico un Pippo Baudo, autore di capolavori come Brava brava Maria Rosa ogni cosa sai far tu, spacciatosi per esperto musicale dopo aver sposato la cantante lirica Katia Ricciarelli, è un esempio di questa incuria. Il resto secondo me lo hanno fatto e lo stanno facendo le case discografiche con la loro attività lobbistica. Le major  non hanno alcun interesse a mandare a Sanremo chi vende dischi ed ha successo, mentre sperano di cogliere l’occasione per ripresentare qualche artista tuttora sotto contratto ma che non venderebbe più un disco neanche dopo un viaggio a Lourdes. Ecco perché a calcare il  palcoscenico del teatro Ariston  sono perlopiù cantanti che con stupore, dopo anni di sparizione, vengono riesumati e presentati come big.

A tenere alto il nome del festival potrebbe essere la tradizione. Certe manifestazioni possono essere anche odiose, ma possono mantenere un certo valore perché tradizionali.  Purtroppo il festival ha toppato anche sotto questo profilo. Nel corso della sua storia ci sono stati troppi cambiamenti di formato, troppi tentativi goffi di adeguarsi alla modernità, molti dubbi sulla serietà e poche certezze sul sistema di nomina del vincitore. Ma se il conteggio dei voti, la loro provenienza e la loro genuinità destano sempre molti dubbi, non altrettanto può dirsi per il nome del vincitore, quasi sempre ampiamente previsto, per esempio dalla trasmissione satirica Striscia la notizia.

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FILIBERTO vs RANIA: CONFRONTO (impari) TRA MONARCHIE A SANREMO

Posted on 21 febbraio 2010. Filed under: società, spettacoli | Tag:, , , , , , , , |

Non vorrei parlare (male) del Festival di Sanremo, che non ho visto nemmeno questa volta e che non vedo da anni, deluso dal contenuto musicale. E’ risaputo come a Sanremo vengano presentate e vincano canzoncine da quattro soldi e che i protagonisti siano spesso artisti rifiutati dal mercato, che sperano nella passerella canora per qualche guadagno facile con musichette orecchiabili prive di qualsiasi valore. Per dovere di cronaca riferisco quello che ho letto sui giornali, ovvero del buon risultato in termini di ascolti e del successo personale di Antonella Clerici, nazionalpopolare come mai tra gaffe sapientemente dosate (“io adesso la do“, la Cuccarini che è una “topolona“, ecc.) e misure sovrabbondanti. Diciamo che potrebbe essere la futura protagonista di un film di Tinto Brass. Sì, lì la vedrei bene.

Ieri sera girando per il web ho letto parecchi articoli di cronaca sul festival e sono andato a vedermi dei pezzetti su Youtube, per cui eccomi parzialmente legittimato ad esprimere un parere non sul contenuto artistico, che penso di poter tranquillamente ignorare, ma su due personaggi che in vesti totalmente diverse sono apparsi sugli schermi, la regina Rania di Giordania ed il principe Emanuele Filiberto di Savoia che ha cantato in coppia con Pupo, ed un’altra persona di cui non ricordo nemmeno il nome, una canzone piuttosto scialba dedicata all’Italia, sì proprio lo stesso paese cui la ex famiglia reale, dopo essere rientrata nel territorio grazie ad una legge ad hoc, ha chiesto un risarcimento danni miliardario per le conseguenze economiche del referendum del 1946. Per la cronaca lo sgangherato trio era stato eliminato, poi sarebbe stato ripescato dopo il voto popolare (che sua maestà si accontenti di ciò come rivincita del referendum?), ed infine, tra lo sdegno del pubblico e degli orchestrali che avrebbero addirittura stracciato gli spartiti, è arrivato secondo. Insomma, ha rischiato di vincere una persona che in contemporanea non è due cose: non è re e non è nemmeno cantante. La prima cosa era risaputa, la seconda solo sospettata, ora però confermata dal festival. Il nostro Filiberto sembra essersi tuffato in pieno nel calderone mediatico del cattivo gusto: immagino che lo vedremo protagonista di reality tipo L’isola dei famosi o una futuribile La reggia degli sfigati (se la fanno sul serio voglio i diritti d’autore!). Almeno una cosa è certa: è un italiano medio in tutto e per tutto, oppure è molto intelligente ed ha capito come vivere bene in Italia con poca fatica: facendo il pagliaccio ed il buffone in tv.

Di ben diverso spessore la regina Rania di Giordania. Potete trovare la sua apparizione al Festival su Youtube, in tre spezzoni. Molto elegante, austera ma semplice, disinvolta, molto bella ma di una bellezza assolutamente non volgare, ha davvero elevato il tono di una manifestazione altrimenti inutile come quella sanremese. E non lo dico solo perché è una bella gnocca (lo è), credetemi. Lo dico perché ho apprezzato veramente il suo modo di porsi, la sua semplicità, l’intelligenza che traspare da ciò che dice, in modo particolare quando ha parlato dell’Islam e della religione islamica dicendo ciò che è ovvio ma che molti ignoriamo, ovvero che l’Islam non deve terrorizzare, che i mussulmani non sono tutti terroristi e che sono alcune organizzazioni criminali ad aver stravolto quella religione per i propri scopi. Su Wikipedia la Giordania risulta essere una monarchia costituzionale ma alquanto indietro a democrazia: i partiti ci sono, sono tanti, la popolazione è poca (5 milioni di persone o giù di lì), un solo partito rappresentato in parlamento, con pochi poteri di controllo sul re. Peccato per l’area medio-orientale perennemente instabile ed a rischio, ma la Giordania sarebbe veramente un paese da visitare: ci sono bellissimi siti archeologici (Petra su tutti), c’è il deserto, c’è la gente che è molto cordiale e capace di invitarti a prendere un tè in casa senza volerti vendere un tappeto e c’è la certezza di ritrovare le tue cose se te le perdi.

Alla fine delle mie googleate sul festival, sulla Giordania, su Filiberto e Rania, il confronto tra l’ex futuro monarca italiano e l’attuale regina giordana mi è sorto spontaneo. La seconda mi ha fatto venire la voglia di visitare il suo paese, e penso che sia un merito non da poco; il secondo invece con la sua pietosa esibizione farebbe venire la voglia di scappare dall’Italia. A ben vedere, le due cose non sono in contrasto tra loro, almeno per qualche giorno: basterebbe trovare il tempo ed il coraggio per una vacanza in Giordania…

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IO STO CON MORGAN

Posted on 17 febbraio 2010. Filed under: spettacoli | Tag:, , , |

Già il Festival di Sanremo è,  per dirla alla Fantozzi, una cagata pazzesca, che non guardo (né ascolto) da anni. Poi ci si mettono anche con queste polemiche assurde, come se per salire sul palco dell’Ariston occorra un certificato di buona condotta ed avere un passato irreprensibile… irreprensibile, intendiamoci, non in riferimento a chissà quali valori etici assoluti, ma semplicemente riguardo a quel vigliacco perbenismo di facciata per cui, giusto per fare un esempio, uno che tira coca può tranquillamente cantare, basta che non lo dica. E’ la notizia, o la confessione, insomma, a fare scandalo, non il comportamento in sé. Così il povero Morgan, che non stimo particolarmente come musicista (lo dico giusto perché non si pensi che io sia un suo fan), solo per aver confessato in una intervista di aver passato un brutto periodo di depressione in cui “si faceva” per tirarsi un po’ su, è stato buttato fuori. Perché? Brutto esempio per le famiglie nell’ambito di un festival dichiaratamente nazional-popolare? La sua presenza, solo per colpa di quell’intervista, avrebbe corrotto la gioventù? (stile Socrate). Sono, in tutta evidenza, motivazioni risibili. La verità secondo me è un’altra: il povero Morgan è stato usato per fare un po’ di pubblicità al Festival e lui, come un coglione, ha fornito un ottimo pretesto. Ora sembra che se ne sia accorto: in un’intervista su Il Tempo se la prende contro la falsa morale di chi lo ha eliminato come fosse un cane rabbioso, salvo poi sfruttare la sua vicenda personale ed il suo nome per attirare attenzione su una manifestazione altrimenti sempre più povera di contenuti.

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