VORREI CANCELLARE (POLITICAMENTE) LA CANCELLIERI E TUTTI QUELLI COME LEI

Posted on 3 novembre 2013. Filed under: politica | Tag:, , , , , , , , , |

Il ministro Anna Maria Cancellieri sta dichiarando ai quattro venti che, per motivi umanitari, aveva il dovere di preoccuparsi delle condizioni di salute di Giulia Ligresti, perché la poverina in carcere non mangiava. Forse il cibo non era di suo gradimento… per non parlare della location: roba da togliere in effetti l’appetito. Chissà quanti carcerati rinuncerebbero per qualche giorno ad un pasto che ritengo non proprio eccellente, pur di poter uscire di prigione. Ma non tutti, ahimè, hanno il numero personale della ministra. Qualcuno sì, gli altri no. La gente normale no, qualche riccastro (oppure ex tale) sì. E lei, il ministro della giustizia, promette l’aiuto a chi pagò una lauta buonuscita al figlio: puoi contare su di me. Ma a chi sospetta un atteggiamento di favore di un potente (potente = colui che può) verso un altro potente, la sig.ra Cancellieri dà del matto

Ebbene, anch’io sono matto. Trovo disgustosa la vicenda e ancora più spiacevole la difesa del ministro, che dovrebbe avere il buongusto di dimettersi, altro che raccontare baggianate. 

Siamo di fronte alla figura di una persona (la sig.ra Cancellieri) assai distante dalla realtà del Paese, questa è la verità. Talmente distante da non rendersi conto della gravità del proprio comportamento. In carcere c’è gente che muore, che si toglie la vita, che consuma droga e si trasmette l’AIDS… e lei si preoccupa di Giulia Ligresti che non mangia e la fa uscire di galera. Per sfamarsi, certo. Le budella della sig.ra Ligresti erano e sono speciali, il rancio offerto dalle patrie galere non era consono, ed anche i gabinetti non sono un granché: tutto sommato non mettersi nella condizione di doverli usare può essere una valida scelta, tanto più se poi si può andare a piagnucolare sulla spalla del ministro che, grande e grossa com’è, con quella vociona impastata, deve avere un cuore altrettanto grande, un cuore di mamma.

Quella che stiamo vivendo è l’ennesima farsa di una classe politica che, anziché preoccuparsi del bene del Paese, si preoccupa solo degli affari propri e degli affari degli amici, che poi sono anche affari propri. E che si indigna se qualcuno le ricorda che così non ci si può comportare. Sono queste persone, abituate a vivere di privilegi e nel privilegio, a considerarsi superiori a tutti e a tutto, che alzano le tasse, impongono sacrifici, taglieggiano le pensioni e ammoniscono i cittadini su cosa deve essere fatto.

Dagli altri, non da loro.

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FILM: CESARE DEVE MORIRE, DI PAOLO E VITTORIO TAVIANI

Posted on 27 maggio 2012. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , , , |

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I fratelli Taviani hanno vinto l’orso d’oro a Berlino con il film Cesare deve morire confermando (non che ce ne fosse bisogno, ad 80 anni suonati, dopo una carriera meravigliosa) tutto il loro valore. Da sempre sono un  grande ammiratore dei due toscani e da buon appassionato di cinema non mi sono lasciato sfuggire l’opportunità di poterli vedere ed ascoltare da vicino a Fabriano, nell’ambito del festival poiesis: nella sala del cinema Montini è stata proiettata questa loro ultima opera e al termine della proiezione i due grandi registi sono apparsi di persona per rispondere alle stimolanti “provocazioni” di Tatti Sanguineti. 

Il film è per metà anche documentario: racconta infatti l’esperienza teatrale di alcuni carcerati a Rebibbia impegnati a mettere in scena il Giulio Cesare di Shakeaspeare. Non è un film lungo e ciò rappresenta un vantaggio considerando che non c’è molta azione: 70 minuti circa, poco più di un’ora per un concentrato di emozioni. Alla domanda se la brevità del film fosse voluta per fare da contrappeso alla lunghezza della detenzione, i due hanno risposto di non averci pensato proprio per niente.

Il film inizia, in modo che ormai potremmo definire classico, dalla fine: gli applausi del pubblico, il termine della rappresentazione. A colori. vedremo tutto il resto in flashback, in bianco e nero, perché il bianco e nero oggi come oggi è da considerarsi meno realistico, quasi surreale, hanno spiegato i registi. Il colore tornerà alla fine del film, dove rivedremo di nuovo gli attori sul palcoscenico di fronte al pubblico, che applaude.

Già, gli attori: bravissimi. Vediamo i loro provini, vediamo in sovrimpressione la condanna riportata ed il reato compiuto (per qualcuno più di uno) per cui hanno riportato la pena. “Con loro abbiamo stretto un legame molto forte” raccontano i registi. “Per contro non possiamo fare a meno di odiare il crimine, la mafia, la violenza. E’ un dilemma che non si risolve perché nella vita non tutto si può risolvere, è la verità.” Il film termina con uno degli attori-carcerati che rientra nella propria cella, si guarda attorno e dice, sconsolato: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è una prigione.” La frase è stata veramente pronunciata dall’attore che poi la recita nel film, hanno spiegato Paolo e Vittorio: solo che al posto della parola arte era stata usata in realtà la parola spettacolo

Con il pretesto cinematografico (almeno io lo ho ritenuto tale) che il palcoscenico ancora non è pronto, la troupe effettua le prove in vari ambienti del carcere, tutti diversi eppure tutti spaventosamente uguali, le mura grigie, le finestre con le sbarre, l’esterno solo in fotografia: il mare, ed una sedia in velluto rosso accarezzata da un carcerato che sospira: forse lì si poserà il culo di una bella donna. Ma sono frammenti di umanità su cui la regia non si sofferma più di tanto. Nel film non c’è banale pietà, così come non c’è banale condanna: ci sono in primo piano gli uomini, gli attori, alcuni bravissimi. Solo in alcuni passaggi i fatti privati vengono fuori, ma sono molto rari. Al centro di tutto c’è la rappresentazione scenica, c’è il copione, c’è il testo di Shakeaspeare che ognuno recita nel proprio dialetto. E le parole assumono, all’interno del carcere, di quelle stanze chiuse e disadorne, una forza formidabile.

Cesare è ambizioso, Cesare vuole il potere assoluto, sta per diventare un dittatore: è per questo, per salvaguardare Roma, per tutelarne la libertà, che i congiurati decidono di ucciderlo. E la parola libertà, acclamata in coro da più voci, acquisisce nel contesto, nell’interazione tra rappresentazione e realtà tipica di questo film, una valenza che induce a profonde riflessioni.

I fratelli Taviani ci portano per mano attraverso una sorta di teatro nel cinema, ma la cosa più sconvolgente è la terza dimensione, quella documentaristica, che inevitabilmente si aggiunge alle altre due, quella teatrale e cinematografica, creando un impasto di notevole potenza.

I due registi hanno raccontato che gli attori-carcerati chiedono continuamente come stia andando il film, se piace, se ha successo. Saranno contenti, immagino, di sapere che è stato vinto un premio prestigioso. Quanto al successo di pubblico, non si tratta certo di un film che farà cassetta o scalerà le classifiche del botteghino. Troppo impegnativo per spettatori che attualmente mettono gli occhialini per vedere una orribile simulazione di tridimensionalità (tecnologia vecchissima spacciata per nuova).

Alla fine, dopo che i due grandissimi registi hanno raccontato alcuni aneddoti, anche molto divertenti, riguardanti Zavattini, Fellini, Morricone solo per citare qualche famoso personaggio, sono stati tributati da una vera e propria ovazione da parte delle persone che accalcavano la sala. 

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INTERCETTAZIONI: DERIVA AUTORITARIA, TENTATIVI DI CENSURA

Posted on 20 maggio 2010. Filed under: politica | Tag:, , , , , , , , , |

Il disegno di legge sulle intercettazioni deve preoccupare qualsiasi persona abbia a cuore la libertà di stampa ed i diritti democratici. Consiste in una vera e propria intimidazione di Stato nei confronti degli editori e dei giornalisti, con multe altissime (quasi 500.000 euro!) per i primi ed il carcere (!) per i secondi. Senza entrare nei dettagli, che trovate ovunque, vorrei sottolineare l’assurdità di una norma che, in caso di fuga di notizie (per esempio da una procura), non si preoccupa di punire chi non ha rispettato il segreto ma semplicemente colui che le diffonde e che è deontologicamente tenuto a farlo (il giornalista ed il suo diritto/dovere di cronaca).

E’ facile, ed è bello immaginare una levata di scudi da parte della stampa, delle tv e dei media in generale. Notizia delle ore 21.30 del 20 maggio 2010, il governo ha già ritirato l’emendamento che prevedeva l’aggravamento delle sanzioni per i giornalisti: patetico tentativo da ruffiani di imbonire “il nemico”.

Spero che l’opposizione, che in altri casi ha fatto ostruzionismo per motivi molto meno seri o addirittura ridicoli, questa volta sia in grado di dare battaglia per una causa veramente degna di nota.

Intanto SKY, cui sono – a questo punto – orgogliosamente abbonato, ha dissepolto la scure di guerra: ecco il link.

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