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FILM: LA GRANDE BELLEZZA

Posted on 2 giugno 2013. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , |

Di questo film se ne sono dette di tutti i colori: da "capolavoro" a "schifezza", sino all’accostamento blasfemo con il Maestro Fellini e quel monumento che è La Dolce Vita. Ma insomma, che film è La Grande Bellezza? Sono un appassionato di cinema, ho il dovere di dare una risposta a questo interrogativo.

Lo dico subito, a rischio di apparire banale: è un bel film. Diverte, io almeno mi sono divertito, e non stanca nonostante la lunghezza (due ore e mezza). Ma non è un capolavoro e l’accostamento con il mostro sacro Fellini non aiuta a essere benevoli nel giudizio. Qualcosa di felliniano c’è: ci sono i personaggi grotteschi (la santa, il cardinale appassionato di cucina che fornisce solo ricette e schiva qualsiasi altro argomento, il misterioso custode che porta sempre con sé in una valigetta le chiavi dei palazzi antichi, la spogliarellista più che quarantenne malata, i nobili decaduti che sbarcano il lunario apparendo a pagamento alle feste) e ci sono alcune situazioni sorprendenti, come la santa che raduna sulla terrazza del protagonista uno stormo di fenicotteri rosa ("Io conosco il nome di ognuno di questi uccelli") e poi con un soffio li fa volare via.

Ho citato il protagonista: Jep Gambardella, un intellettuale che ha scritto un solo libro e poi si è fermato, travolto dalla mondanità. Il film comincia proprio con una rutilante festa di compleanno: Jep compie 65 anni. Il sound da discoteca, le danze sguaiate dei personaggi esplodono all’improvviso: se si escludono questi momenti di confusione, per il resto assistiamo ad una Roma silenziosa, bellissima e decadente così come sono decadenti e profondamente inutili i personaggi che animano la scena.

Una vera e propria trama non c’è e Jep Gambardella, che per vivere (piuttosto bene, si direbbe) fa il giornalista e il critico d’arte, è il perno attorno al quale ruotano tutti gli altri. Persone che riempiono salotti, che si parlano addosso con aria annoiata, che sanno di essere inutili e di tanto in tanto se lo dicono in faccia.

Persone decadute e dacedenti come Roma, una città che è come una donna bellissima, ma vecchia. Jep Gambardella va in giro per la città vestito come un dandy, consapevole dell’inutilità propria e di quella altrui, del disfacimento in atto. Il tempo passa, si invecchia, la città pur sempre eterna non è più quella di una volta, è più barbara e cafona.

Tony Servillo è un Gambardella convincente. Carlo Verdone recita bene la parte di un giornalista che vorrebbe vedere rappresentato in teatro un suo lavoro e che spera nell’amore di una donna imprescrutabile che lo vessa. In più, e lo dico senza ironia, è la prima volta che vedo recitare bene Sabrina Ferilli.

La regia di Sorrentino è ricca di movimenti della macchina di ripresa. Ci sono dei buoni piani sequenza, seppure non magistrali. Altre volte lo zoom va avanti e indietro senza troppo significato. Ma la fotografia è bella, a tratti calligrafica, piena di magia.

Quello che manca, secondo me, a La Grande Bellezza per essere un vero e proprio capolavoro è quell’intima coerenza tra significato e forma che contraddistingue ogni opera d’arte, quel senso di compiutezza in grado di soddisfare lo spettatore. Rimane la sensazione di un qualcosa di non approfondito, di incompleto, di involuto.

"Perché non ha scritto più niente?" chiede la santa a Jep.

"Perché cercavo la grande bellezza" risponde.

Il film termina con l’inizio del nuovo romanzo: Jep Gambardella riprenderà a scrivere. E che la storia abbia inizio: La Grande Bellezza sta per cominciare.

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MATRIX E PADRE AMORTH, L’ULTIMO ESORCISTA

Posted on 29 marzo 2013. Filed under: letteratura, spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , |

Ogni tanto Amazon mi manda qualche offerta irresistibile. Pochi giorni fa in offerta, per pochissimi spiccioli, quasi gratis, c’era il libro di Padre Gabriele Amorth L’ultimo esorcista. Normalmente non l’avrei mai comprato, ma quasi gratis sì. Così è bastato un clic e il libro è confluito nel mio Kindle Paperwhite, esattamente come il Maligno (notare la M maiuscola) farebbe in un posseduto.

Padre Amorth è famosissimo. Del resto, con un cognome così, da film horror oppure da cartone animato giapponese, e con un lavoro come il suo (esorcista), possiamo ritenerlo un predestinato. Di lui non avevo letto mai niente, a parte qualche intervista, ma l’ho sentito spesso su Radio Maria. Apro  un parentesi, perché questa cosa di Radio Maria la devo spiegare. Io non ascolto Radio Maria, ma sovente ascolto Radio 24. Accade che in auto, lungo un percorso che per motivi di lavoro copro molto spesso, ad un certo punto sulla frequenza di Radio 24 subentri Radio Maria. Per restare in tema, potrei dire che Radio Maria si impossessa di Radio 24, o che Radio 24 è posseduta da Radio Maria. Probabilmente Padre Amorth sosterrebbe che tutto ciò, anziché un semplice sovrapporsi di frequenze, sia un segno della potenza divina e della Madonna in particolare, alla quale è molto devoto (è un esperto, un “mariologo”). Ebbene, in questo subentrare di Radio Maria a Radio 24 mi è capitato spesso di sentire questi lunghi monologhi di Padre Amorth. Interessanti, e divertenti. Da appassionato di film horror, mentre si viaggia in macchina non si può chiedere di più. Così, quasi gratis, ho comprato anche il libro. E ieri sera su Sky c’era in onda l’ultimo film della saga di Matrix, Matrix Revolution. E mi sono scattate in mente alcune considerazioni. Ecco cosa ne è venuto fuori.

Innanzitutto, il libro. Fluido, scritto bene. Padre Amorth si considera l’ultimo degli esorcisti proprio come ogni altro esorcista oggi esistente, perché sono in pochi ed in via di estinzione. Le gerarchie ecclesiastiche, in modo particolare i vescovi cui spetterebbe la competenza, omettono di nominarne di nuovi e ciò, rimprovera solennemente, è un grosso errore ed un favore a Satana. Sì, perché il demonio cerca di non farsi vedere, di stare nascosto. Anche nei posseduti, se ne sta spesso zitto e solo un esorcismo lo fa saltare fuori. Insomma, sembra dire, nessuno di noi può stare tranquillo, perché potremmo avere il demonio dentro senza accorgercene. Dovremmo quindi stare molto attenti ai sintomi: avversione per il sacro, pensieri peccaminosi, odio verso qualcuno, spossatezza, insonnia, mal di testa… Così come uno dei protagonisti di Tre uomini in barca scopre di avere tutti i mali possibili immaginabili perché, leggendo un’enciclopedia medica, si accorge di presentare tutti i sintomi elencati, così leggendo il libro di Amorth possiamo temere tutti di essere posseduti, almeno a metà. Attenzione: Padre Amorth afferma di saper distinguere, lui sì, tra una possessione demoniaca e un semplice stato di malattia; ma l’impiegato stressato da una scrivania troppo ingombra e vessato da un capufficio che vorrebbe impiccare, come fa a sapere se il suo è un semplice ed ovvio desiderio di vendetta oppure la tentazione del maligno? Meglio farsi esorcizzare, dice Padre Gabriele. Infatti un esorcismo non fa mai male e ti allunga la vita, esattamente come una telefonata di una famosa pubblicità di qualche anno fa.

Fin qui tutto bene. Dove Padre Amorth perde colpi è quando dice altre cose. Quest’uomo è un superstizioso, nel senso che il suo credo non è limitato alla fede cattolica, a Dio ai Santi alla Madonna (il bene) ed al Diavolo (il male), ma è convinto dell’esistenza dei maghi, degli stregoni, del malocchio, delle fatture, della magia nera, dell’efficacia degli amuleti e dei talismani… crede ai sensitivi, ai carismatici… ho ascoltato su Radio Maria frammenti di trasmissione in cui spiegava la differenza tra gli amuleti e i talismani, tra i sensitivi e i carismatici.

E racconta particolari ai quali non credo. Posso credere agli esorcismi da lui praticati; sono convinto che frotte di persone si presentino a lui sperando che gli risolvano problemi che non hanno in realtà alcuna origine soprannaturale, così come altre persone si recano presso sedicenti maghi, cartomanti e fattucchiere, o vanno a Lourdes o accendono un cero in chiesa; ma quando racconta di aver assistito, anche se una sola volta, ad un fenomeno di lievitazione, di aver assistito a una posseduta che sputava oggetti di metallo dalla bocca ed un’altra che camminava tranquillamente lungo le pareti verticali di una stanza, non ci credo. Secondo me sono menzogne (ispirate dal demonio?), forse dette – nella sua mente – a fin di bene, ma restano bugie.

In certi passi il nostro esorcista è francamente anche un po’ comico, pur se racconta eventi drammatici di cui non si dovrebbe ridere. Per esempio racconta di una ragazzina violentata ripetutamente dal padre (parte drammatica) che si reca da lui perché indemoniata. Ed il nostro esorcista spiega con sussiego che le violenze ripetute (subìte) sono la via attraverso cui lo spirito maligno è entrato (parte buffa). Ma insomma, mi viene da dire, non è chi commette il male ad aprirsi al demonio? Perché invece dovrebbe accadere alla povera piccola vittima? Ma è un libro, non c’è contraddittorio.

Ridicolo è anche il brano in cui descrive di aver esorcizzato un bambino di pochi mesi. Quali erano i sintomi? Nessun improvviso discorso in aramaico (questo sì che sarebbe stato clamoroso). Invece il piccolo, non appena i genitori lo portavano in chiesa, piangeva a dirotto e gli si gonfiavano persino le vene del collo. Ma è bastata una sola seduta e il demonio è stato scacciato. Perché il posseduto era giovane, quindi l’infestazione recente, poco radicata. Altrimenti, spiega Amorth, di regola gli esorcismi durano anni e ci vogliono numerose sedute.

Abbastanza comici risultano anche i passi in cui narra che i diavoli odiano sentir nominare il Papa e alcuni santi, per esempio Padre Pio. Per quale motivo la semplice pronuncia di alcuni nomi dovrebbe terrorizzare queste creature così potenti e malvagie, rimane abbastanza misterioso. Ma si sa, nel soprannaturale tutto è possibile. Per i napoletani che mi leggono: mi spiace, ma San Gennaro non è citato tra quelli più potenti. Forse Padre Amorth non ci ha pensato. Già, perché l’esorcismo è tutto sommato abbastanza empirico. Qualche volta funziona una cosa, qualche altra volta un’altra. Bisogna provare, ci sono poche regole certe.

Le uniche certezze sono la potenza della preghiera e del digiuno. La fede cieca. La convinzione che se si hanno Cristo e la Madonna dalla propria parte, alla fine si vince, non c’è dubbio. E poi bisogna stare alla larga dagli stregoni, dai maghi eccetera, non perché siano dei ciarlatani truffatori, ma perché funzionano, ma a rovescio. Sono la porta del male. Anche il semplice giochino del bicchiere che scorre sopra le lettere può essere pericoloso. Non perché sia un’inutile perdita di tempo, ma perché funziona, ma al contrario. I malefici funzionano. Le anime dannate possono tornare dall’aldilà a tormentare i vivi. Anche le case e gli oggetti possono essere infestati. Il mondo è pieno di posseduti.

Il male, naturalmente, è Satana. Non ha un corpo, perché è puro spirito, me esiste ed è attivissimo. Nei tempi moderni più che mai, avverte Padre Gabriele. Sta persino nel Vaticano. Sta dappertutto, perché meno si crede nella sua esistenza e più diventa forte. Naturalmente non c’è solo Satana, ma ci sono anche tutti gli altri diavoli, anche se lui, il nostro eroe, preferibilmente si scontra proprio con Satana. Padre Amorth se ne frega delle dispute linguistiche secondo cui il termine Satana indicava in realtà l’oppositore (oggi diremmo l’accusa) nei processi. Qui i toni si fanno epici: come narrerebbe l’Apocalisse (e lo narrerebbe chiaramente) siamo allo scontro finale tra il Bene e il Male. Tra poco questa guerra finirà e le tenebre verranno sopraffatte dalla luce. Cosa ci sarà dopo, Amorth non lo dice: la fine del mondo? Già, perché che senso avrà il Bene se non sarà più contrapposto (Satana, l’oppositore) al Male? Ma Padre Amorth è un uomo d’azione, le chiacchiere le lascia agli altri.

Cosa c’entra Matrix? Ora provo a dirlo. Naturalmente non c’entra niente, se non che questa lotta tra Bene e Male è al centro primigenio di tutto. E’ un po’ il vero ombelico del mondo, ciò da cui ogni cosa nasce. Ogni pensiero, ogni coscienza deve affrontare quotidianamente questo dualismo. Padre Amorth dice che il mondo materiale è il regno di Satana. Ed anche la religione “seria” afferma infatti che i beni ed i piaceri terreni sono illusori e transitori. Nulla di questo mondo potremo portarci dietro quando moriremo: non i soldi, non il potere, non la bellezza, non la forza o la potenza. Satana regna in questo mondo ingannandoci con valori frutto di una truffa, di un’illusione, esattamente come Matrix inganna gli uomini con un “mondo” artificiale frutto di un’elaborazione informatica. In entrambi i casi ciò che vediamo non è vero, è frutto di una menzogna, e sono pochi coloro che sanno guardare oltre la finzione.

Nel film di ieri sera, per ora ultimo capitolo della saga Matrix, alla fine il protagonista (l’eletto) si immola. Si sacrifica per liberare gli uomini.  Così come (per i credenti) Gesù Cristo si è immolato sulla croce, vediamo Neo a braccia larghe come un crocifisso, sparire in un tripudio di luce, portato via dalle macchine, probabilmente morto. Magari in un prossimo film risorgerà, dopo tre giorni. Questo per dire come nell’immaginario filmico-collettivo (almeno in quello occidentale) certi archetipi siano ormai consolidati e scolpiti nel marmo. A certe suggestioni non si sfugge. Chissà se a Padre Amorth il film Matrix piace o se lo considera girato sotto l’influenza del demonio.

Un’ultima annotazione: l’abito che indossa Neo, il protagonista di Matrix, sembra l’abito talare di un prete. Nelle celebri riprese di lotta al rallentatore, svolazza proprio come una tonaca. E l’avversario (l’oppositore, Satana) è il Male. Chissà cosa direbbe Padre Gabriele Amorth.

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IL SILENZIO DELL’INNOCENZA RELIGIOSA

Posted on 12 settembre 2012. Filed under: società, spettacoli | Tag:, , , , , , , |

L’innocenza religiosa è in silenzio perché… Perché non esiste, e ciò che non esiste non può parlare. Ancora una volta l’intolleranza religiosa esplode uccidendo quattro persone colpevoli solo di avere la stessa nazionalità dell’autore di un film ritenuto offensivo, perché raffigura Maometto come un donnaiolo ed un truffatore. Ancora una volta le autorità politiche di alcuni Paesi, in combutta o addirittura tutt’uno con quelle religiose, approfittano della stupidità umana di gente rozza ed ignorante, che crede ciecamente, per imporre censure e mantenere in vita dittature oppressive ed oscurantiste (Afganistan, Iran).
Il bello è che molti pensano: che c’entra, la mia religione è buona, sono le altre ad essere cattive. A queste persone ricordo che ogni religione sostiene di essere buona, e che sono le altre ad essere cattive. A queste persone ricordo che ogni religione sostiene di dire, anzi di rappresentare la verità, mentre tutte le altre sarebbero bugiarde.
Tutte le religioni sono bugiarde e sono cattive.
Nessuna religione persegue la felicità dell’uomo, ma solo la sua schiavitù.
Il mondo sarebbe un posto di gran lunga migliore se non esistessero le religioni.
La libertà religiosa non va confusa con l’arroganza religiosa, ovvero la pretesa di decidere anche per i non credenti cosa sia bello e cosa sia giusto, cosa vedere e cosa non vedere, cosa leggere e cosa non leggere, quale partito votare e quale no, quali gusti sessuali siano leciti e quali punibili persino con la morte, quali esseri umani siano superiori o inferiori agli altri, cosa mangiare e cosa non mangiare, eccetera eccetera.
Le religioni sono in combutta tra loro: il Vaticano ha condannato le violenze (e ci mancherebbe), però ha condannato anche le offese.
Come se un film, ed una tesi personale liberamente e legittimamente espressa, possano essere messe sullo stesso piano di un assassinio.

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FILM: CESARE DEVE MORIRE, DI PAOLO E VITTORIO TAVIANI

Posted on 27 maggio 2012. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , , , |

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I fratelli Taviani hanno vinto l’orso d’oro a Berlino con il film Cesare deve morire confermando (non che ce ne fosse bisogno, ad 80 anni suonati, dopo una carriera meravigliosa) tutto il loro valore. Da sempre sono un  grande ammiratore dei due toscani e da buon appassionato di cinema non mi sono lasciato sfuggire l’opportunità di poterli vedere ed ascoltare da vicino a Fabriano, nell’ambito del festival poiesis: nella sala del cinema Montini è stata proiettata questa loro ultima opera e al termine della proiezione i due grandi registi sono apparsi di persona per rispondere alle stimolanti “provocazioni” di Tatti Sanguineti. 

Il film è per metà anche documentario: racconta infatti l’esperienza teatrale di alcuni carcerati a Rebibbia impegnati a mettere in scena il Giulio Cesare di Shakeaspeare. Non è un film lungo e ciò rappresenta un vantaggio considerando che non c’è molta azione: 70 minuti circa, poco più di un’ora per un concentrato di emozioni. Alla domanda se la brevità del film fosse voluta per fare da contrappeso alla lunghezza della detenzione, i due hanno risposto di non averci pensato proprio per niente.

Il film inizia, in modo che ormai potremmo definire classico, dalla fine: gli applausi del pubblico, il termine della rappresentazione. A colori. vedremo tutto il resto in flashback, in bianco e nero, perché il bianco e nero oggi come oggi è da considerarsi meno realistico, quasi surreale, hanno spiegato i registi. Il colore tornerà alla fine del film, dove rivedremo di nuovo gli attori sul palcoscenico di fronte al pubblico, che applaude.

Già, gli attori: bravissimi. Vediamo i loro provini, vediamo in sovrimpressione la condanna riportata ed il reato compiuto (per qualcuno più di uno) per cui hanno riportato la pena. “Con loro abbiamo stretto un legame molto forte” raccontano i registi. “Per contro non possiamo fare a meno di odiare il crimine, la mafia, la violenza. E’ un dilemma che non si risolve perché nella vita non tutto si può risolvere, è la verità.” Il film termina con uno degli attori-carcerati che rientra nella propria cella, si guarda attorno e dice, sconsolato: “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è una prigione.” La frase è stata veramente pronunciata dall’attore che poi la recita nel film, hanno spiegato Paolo e Vittorio: solo che al posto della parola arte era stata usata in realtà la parola spettacolo

Con il pretesto cinematografico (almeno io lo ho ritenuto tale) che il palcoscenico ancora non è pronto, la troupe effettua le prove in vari ambienti del carcere, tutti diversi eppure tutti spaventosamente uguali, le mura grigie, le finestre con le sbarre, l’esterno solo in fotografia: il mare, ed una sedia in velluto rosso accarezzata da un carcerato che sospira: forse lì si poserà il culo di una bella donna. Ma sono frammenti di umanità su cui la regia non si sofferma più di tanto. Nel film non c’è banale pietà, così come non c’è banale condanna: ci sono in primo piano gli uomini, gli attori, alcuni bravissimi. Solo in alcuni passaggi i fatti privati vengono fuori, ma sono molto rari. Al centro di tutto c’è la rappresentazione scenica, c’è il copione, c’è il testo di Shakeaspeare che ognuno recita nel proprio dialetto. E le parole assumono, all’interno del carcere, di quelle stanze chiuse e disadorne, una forza formidabile.

Cesare è ambizioso, Cesare vuole il potere assoluto, sta per diventare un dittatore: è per questo, per salvaguardare Roma, per tutelarne la libertà, che i congiurati decidono di ucciderlo. E la parola libertà, acclamata in coro da più voci, acquisisce nel contesto, nell’interazione tra rappresentazione e realtà tipica di questo film, una valenza che induce a profonde riflessioni.

I fratelli Taviani ci portano per mano attraverso una sorta di teatro nel cinema, ma la cosa più sconvolgente è la terza dimensione, quella documentaristica, che inevitabilmente si aggiunge alle altre due, quella teatrale e cinematografica, creando un impasto di notevole potenza.

I due registi hanno raccontato che gli attori-carcerati chiedono continuamente come stia andando il film, se piace, se ha successo. Saranno contenti, immagino, di sapere che è stato vinto un premio prestigioso. Quanto al successo di pubblico, non si tratta certo di un film che farà cassetta o scalerà le classifiche del botteghino. Troppo impegnativo per spettatori che attualmente mettono gli occhialini per vedere una orribile simulazione di tridimensionalità (tecnologia vecchissima spacciata per nuova).

Alla fine, dopo che i due grandissimi registi hanno raccontato alcuni aneddoti, anche molto divertenti, riguardanti Zavattini, Fellini, Morricone solo per citare qualche famoso personaggio, sono stati tributati da una vera e propria ovazione da parte delle persone che accalcavano la sala. 

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LA MERAVIGLIOSA INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL TG5: LA GAFFE DEL SECOLO

Posted on 26 aprile 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , |

Ne avevo bisogno. Dietro le TV, i giornali, le professioni apparentemente più serie, spesso si cela una insostenibile vacuità, una ineffabile leggerezza, e poco importa se ci si espone al pubblico ludibrio, se milioni di persone ci ascoltano, prendono per buono ciò che diciamo, ma poi vengono a sapere che invece ci siamo comportati da racconta balle.  A darmi questa sadica soddisfazione è, questa volta, il TG5, che prende un abbaglio clamoroso, frutto di una notevole superficialità. Il famoso telegiornale prende per buona una cartolina mandata in onda da Chi l’ha visto ed espone persino i risultati di una perizia calligrafica. Grandi commenti, grandi parolone, per indagare sui fatti delle due gemelline svizzere scomparse. Anche grandi ascolti, probabilmente.

Peccato che la cartolina non sia quella vera, ma una ricostruzione effettuata da Chi l’ha visto per presentare e tradurre al pubblico italiano il contenuto in tedesco. Insomma, una illustrazione, una semplice trovata scenica, il cui testo non è stato tracciato da un essere umano, ma da un font (un set di caratteri) di un computer. L’esperto, o gli esperti, neanche se ne sono accorti (!) ed hanno pontificato sulle caratteristiche psichiche del padre delle gemelline.

Sì, ne avevo bisogno. E’ la prova che tutti possiamo commettere delle cazzate, anche se qualcuno sembra esserci più portato di altri.

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SANREMO: BENIGNI SHOW

Posted on 18 febbraio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , |

Con mia grande sorpresa, eccomi nuovamente a scrivere del festival. Non ho ancora finito, si fa per dire, di parlarne male (si veda il mio precedente post), che già devo mettere mano alla tastiera per lodare la lezione di Benigni sull’inno nazionale, e non solo. Anzi, a dire il vero l’inno è stato solo il pretesto per toccare argomenti molto importanti.

Ieri sera il formidabile showman toscano mi ha letteralmente inchiodato davanti al teleschermo. Irruente come sempre, anzi direi inarrestabile, pur non tralasciando di far ridere con qualche battuta delle sue (Cavour il più grande statista della storia italiana… anzi, il secondo più grande statista… ebbe una relazione con la nipote del Metternick), ha tenuto una vera e propria lezione sul risorgimento, sull’unità di Italia, su Garibaldi Mazzini ed il già citato Cavour, celebrando gli ideali e ricordando i sacrifici estremi di quei giovani di allora che hanno unito il nostro Paese cacciando gli stranieri che imperversavano in ogni zona del territorio. Perché è stando uniti, ha ammonito Benigni, che si vince.

Patriottismo quindi, ma senza esagerare perché anche il troppo amore è dannoso. Amore giusto ed equilibrato per il posto in cui si vive, un posto meraviglioso nonostante tutti i problemi che ci sono; amore per la propria lingua, per la propria cultura, per la propria arte e la propria musica, che non hanno eguali nel mondo.

Insomma, Benigni mi ha sorpreso, stupito, e mi è piaciuto un sacco. Mi aspettavo qualcosa di molto più facile, visto il bassissimo tenore della trasmissione ospitante, invece il geniaccio toscano è salito in cattedra ed ha persino cantato, nel silenzio più assoluto, l’inno di Mameli solo con la sua voce, senza neanche l’accompagnamento musicale: e debbo dire che eseguito in quel modo, l’inno è sembrato quasi bello.

Ora, naturalmente, soprattutto da parte leghista, si alzerà il polverone delle polemiche. Il primo ha rilasciare una intervista al vetriolo è stato Borghezio, che in comune con Benigni ha una cosa sola: la B iniziale.

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S COME SANREMO E COME SEPOLCRO

Posted on 17 febbraio 2011. Filed under: musica, spettacoli | Tag:, , , , , |

Non so da quanti anni, ormai, non guardo il festival di Sanremo. Se debbo basarmi su quello che si verifica a casa mia, neanche mia moglie, la più tendenzialmente a target, mostra più alcun interesse, mentre le figlie sì e no sanno che esiste. Mi meraviglio sempre, quindi, del rilievo che viene dato dalla stampa a questa manifestazione e mi meravigliano ancora di più le statistiche di ascolto quando parlano di record, boom e via dicendo. Questa mattina ho letto del bacetto saffico tra Belen e la Canalis (roba ormai vecchiotta, tra un po’ i baci saffici li vedremo anche su Diney Channel, magari tra Lizzy Mc Guire e Hanna Montana) ed ho tirato un sospiro di parziale sollievo. Ecco, il festival della canzone italiana per fare ascolto e notizia deve affidarsi a questi trucchetti da baraccone: le presentatrici gnocche e possibilmente un po’ nude, il personaggio celebre di turno possibilmente un po’ scandaloso col beneplacito del Cardinale di zona e lo sguardo compiaciuto del Direttore di rete e del Sindaco di Sanremo, il falso scoop costruito ad arte e qualche altra stronzata per un pubblico di bocca buona. Niente che riguardi quella che dovrebbe essere la vera protagonista: la musica, questa grande assente (da anni).

Che la musica, quella non dico buona, ma almeno accettabile, non abbia cittadinanza al teatro Ariston, è ormai postulato che non ha bisogno di dimostrazione. Basta sentire le cosiddette canzoni, salvo rare eccezioni quanto di peggio possa offrire il panorama italico della musica leggera. Come non ricordare epiche cavalcate musicali come il Ballo del qua qua? Oppure le profonde circonvoluzioni filosofiche di Finché la barca va? Per contro, è impossibile dimenticare i celeberrimi artisti che a Sanremo non hanno mai incontrato fortuna o addirittura non sono stati mai ammessi (uno su tutti: Lucio Battisti). Altri big si sono rifiutati di andare; ed hanno fatto bene, perché Sanremo porta una sfiga tremenda. Alcuni, dopo aver vinto il festival, hanno terminato la loro carriera artistica (per esempio i Matia Bazar).

Oggi Sanremo è un sepolcro in cui si esibiscono artisti-zombie privi di talento e di mercato. Si è arrivati a questo punto dopo anni in cui la competenza musicale, nella selezione delle canzoni, è stata tenuta attentamente alla larga. Nominare direttore artistico un Pippo Baudo, autore di capolavori come Brava brava Maria Rosa ogni cosa sai far tu, spacciatosi per esperto musicale dopo aver sposato la cantante lirica Katia Ricciarelli, è un esempio di questa incuria. Il resto secondo me lo hanno fatto e lo stanno facendo le case discografiche con la loro attività lobbistica. Le major  non hanno alcun interesse a mandare a Sanremo chi vende dischi ed ha successo, mentre sperano di cogliere l’occasione per ripresentare qualche artista tuttora sotto contratto ma che non venderebbe più un disco neanche dopo un viaggio a Lourdes. Ecco perché a calcare il  palcoscenico del teatro Ariston  sono perlopiù cantanti che con stupore, dopo anni di sparizione, vengono riesumati e presentati come big.

A tenere alto il nome del festival potrebbe essere la tradizione. Certe manifestazioni possono essere anche odiose, ma possono mantenere un certo valore perché tradizionali.  Purtroppo il festival ha toppato anche sotto questo profilo. Nel corso della sua storia ci sono stati troppi cambiamenti di formato, troppi tentativi goffi di adeguarsi alla modernità, molti dubbi sulla serietà e poche certezze sul sistema di nomina del vincitore. Ma se il conteggio dei voti, la loro provenienza e la loro genuinità destano sempre molti dubbi, non altrettanto può dirsi per il nome del vincitore, quasi sempre ampiamente previsto, per esempio dalla trasmissione satirica Striscia la notizia.

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IL CINEMA ITALIANO SBANCA IL BOTTEGHINO (ITALIANO)

Posted on 5 febbraio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , |

Il fenomeno è cresciuto nel tempo, ma negli ultimi due anni (2010 e quello in corso) ha assunto e sta assumendo proporzioni veramente macroscopiche, e tutti ne parlano. E’ vero, i film di produzione italiana stanno tornando ad incassare moltissimo, ma è tutto oro quello che luccica? In base a quello che ho letto qua e là, vediamo di fare un po’ di analisi.

Innanzitutto possiamo osservare che il tipo di film che ha successo è quello comico. Non c’è un giallo, un horror o un poliziesco italiano che possa vantare un qualche successo (al punto che dubito che siano prodotti). Unica eccezione potrebbe essere il film su Vallanzasca di Michele Placido, che però è lontanissimo dai primi della classifica: Qualunquemente, Immaturi, e soprattutto Che bella giornata. Pur non trattandosi di capolavori, neanche lontanamente paragonabili al grande cinema italiano di una volta, sono comunque oltre una spanna superiori ai parti della famigerata cricca Vanzina: gli amanti dell’estetica "scoregge-rutti-volgarità varie" si troveranno spaesati. Siamo insomma sulla scia (più o meno) di Pieraccioni: si fa ridere, ma si rifugge dalla banalità vanziniana. E questa è la notizia buona.

La notizia cattiva è che non siamo di fronte, purtroppo, ad un cinema di qualità, ma all’ennesima variante della commedia all’italiana: ci prendiamo amabilmente in giro, e ridiamo di noi stessi. Ciò comporta che questi film non abbiano alcun respiro internazionale e nessun mercato all’infuori degli angusti confini nazionali. L’umorismo in queste pellicole è dato dalla sfumatura dialettale, dalla contrapposizione socioeconomica nord/sud, e via discorrendo: nulla che possa interessare lo spettatore europeo e/o internazionale. E’, insomma, un cinema provinciale così come provinciale è il nostro paese, destinato ad un pubblico provinciale (e dai gusti non particolarmente raffinati).

Fatti i doverosi distinguo, rimane una realtà: la fetta degli incassi dei film italiani, nelle nostre sale, è ben superiore al 50% del totale (siamo oltre il 60%) e la sua crescita è superiore al trend del mercato. Chissà che tra tanti prodotti appena sufficienti, non fiorisca qualche nuovo talento (ci sono rimasti solo Tornatore, Bertolucci e, parecchio più indietro, Salvatores).

Il resto se lo pappano i film americani. Quella americana è in effetti l’unica produzione (anche se spesso di basso profilo artistico) pensata sin dall’inizio per essere internazionale, distribuita e venduta in tutti i mercati possibili immaginabili. E ciò non accade solo in Italia: dappertutto c’è una produziona nazionale che non varca la soglia di casa. Di nuovo, in Italia, c’è il fatto incontestabile che la produzione italiana piace al pubblico, e incassa una montagna di soldi.

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ORRIBILI PASSATEMPI

Posted on 29 gennaio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , |

Il titolo ORRIBILI PASSATEMPI può essere liberamente interpretato. Può quindi riferirsi all’attività preferita dai protagonisti dei film di cui sto per parlare, ma può anche essere riferita al fatto stesso di guardare questo tipo di film. Questo articolo, per via degli argomenti trattati e dei temi proposti, è riservato ad un pubblico adulto (se sei minorenne, sei pregato di non leggere oltre) e consenziente, oltre che non particolarmente sensibile al macabro, all’erotico ed allo “splatter” in generale.Scheda

Tocchiamo un argomento non proprio leggero, la necrofilia. Lo tocchiamo perché questa perversione è il tema di alcuni film che io ho visto solo recentemente, pur non trattandosi propriamente di novità (Nekromantik è del 1987, il sequel Nekromantik 2 è del 1991, mentre Kissed è del 1996). A mia scusante posso citare il fatto che Nekromantik non è mai stato diffuso attraverso i canali ufficiali di distribuzione, e se ha raggiunto una certa fama ciò è dovuto principalmente, se non esclusivamente, alla diffusione clandestina tramite internet. Nekromantik 2, il seguito, dovrebbe invece esistere anche in versione DVD. Infine Kissed, che non è l’oggetto principale di questa piccola rassegna, lo cito solo come termine di paragone.

Apro una parentesi: la necrofilia viene percepita come la peggiore tra tutte le perversioni. Cosa può spingere un essere umano (vivente) a provare attrazione per un cadavere? Sembra impossibile trovare una spiegazione e forse è per questo che il necrofilo viene visto come il peggiore tra tutti i pervertiti: perché le cose inspiegabili fanno sempre paura. In realtà, se dovessimo mettere sul piatto di una bilancia immaginaria la pericolosità di alcune perversioni, ne troveremmo facilmente di peggiori: il sadismo e la pedofilia, per esempio. Forse il necrofilo non è altro che un materialista estremo che cerca semplicemente un corpo inerte per soddisfare le proprie voglie, senza tante complicazioni. O forse è un filosofo decadente che cerca di cogliere ciò che di buono può dare una carcassa prima che il tempo (e la putrefazione) la rendano inutilizzabile. Di sicuro esiste anche in forma leggera, senza il reale utilizzo di cadaveri, e consiste nell’avere fantasie erotiche (che si trovano eccitanti) in ambito più o meno funebre.

Seconda parentesi: amore e morte da sempre costituiscono un binomio inscindibile in campo artistico e letterario. Il necrofilo porta questa tendenza alle estreme conseguenze…

Un breve cenno su Kissed. La trama in estrema sintesi: una ragazza, che prova una attrazione irresistibile verso i cadaveri (li trova “luminosi”), si fa assumere presso una agenzia di pompe funebri in modo da poter soddisfare i propri desideri. Conosce anche un ragazzo con cui instaura una relazione normale, ma la passione per i cadaveri è troppo forte e porterà il ragazzo ad uccidersi per essere desiderato dalla ragazza. Kissed, a dispetto della trama tragica e dell’argomento trattato, è una commedia leggera che viene ben digerita dallo spettatore. Il suo pregio principale è proprio questa capacità di raccontare una  storia come questa senza scandalizzare eccessivamente, quasi si trattasse di una cosa normale. Ben fatto, è un film tutto sommato gradevole, che però non trasmette emozioni fortissime.

Nekromantik (il primo) è tutt’altra bestia. Girato con a disposizione pochissime risorse finanziarie dal regista tedesco Jörg Buttgereit, è un film quasi amatoriale. Non si tratta di un horror in senso tradizionale: non c’è suspance, non ci sono momenti mozzafiato, né clamorosi colpi di scena. Ecco la storia: Robert lavora presso una ditta che si occupa di ripulire le strade dai cadaveri, dopo che le autorità hanno concluso i rilievi. Ogni tanto, per passione, si porta a casa qualche pezzo di carne che mette sotto spirito nei vasetti. Condivide questa passione con la ragazza che convive con lui. Un giorno, approfittando di una circostanza favorevole, si porta a casa un intero cadavere, che mostra orgogliosamente alla ragazza, che rimane molto intrigata. Si instaura quindi una sorta di relazione a tre, felice, tra lei, lui ed il corpo morto. Tutto va bene finché non viene licenziato: allora la ragazza dice che non può sprecare i migliori anni della sua vita con un buono a nulla come lui, e scappa… indovinate con chi? Ma sì, con il cadavere! Il povero Robert si ritrova quindi solo. Dopo alcune vicissitudini da single che tralascio, decide di praticare un estremo gesto di autoerotismo: si stende sul letto, si slaccia la patta dei pantaloni, prende un coltello e si uccide con una sorta di karakiri. Mentre la lama affonda nel suo ventre ed il sangue schizza da tutte le parti, dal suo pene eretto esce prima una quantità enorme di sperma, e subito dopo esce sangue, mentre il pover’uomo si contorce in preda a spasmi misti di dolore ed ebbrezza. Facile associare questa scena a quella (che sia una citazione?) presente nel finale del film Antichrist di Lars Von Trier (2009). Ma mentre Antichrist è il frutto sì di una mente visionaria, ma anche di una produzione ricca e costosa, con il risultato di apparire un po’ patinato e forzato nella sua esplicita finalità di voler scandalizzare a tutti i costi, Nekromantik stupisce proprio per il ritmo lento, i colori sbiaditi, la normale sbadigliosa quotidianità. Mentre Kissed trasforma tutto in una commedia quasi brillante, Nekromantik presenta dialoghi rarefatti, ambienti angusti, gente sola, isolati squallidi di una città qualunque che potrebbe essere in ogni parte del mondo. Nekromantik disturba proprio perché racconta una storia disturbante con una certa noncuranza. Nekromantik è bello, è malsano, ti fa respirare un’aria morbosa; ha una estetica malata che affascina come tutte le cose decadenti. Il corpo morto è viscido, gocciola, ribolle, quando viene accarezzato dai protagonisti sulle mani rimane come uno strato di gelatina appiccicosa che poi i due amanti si spalmano sul corpo, sulle labbra, mentre una romantica musica di sottofondo sottolinea non l’orrore, ma la passione che si cela sotto quei gesti. Le scene sono forti e sconsigliate a chi non ha uno stomaco sufficientemente forte, ma non c’è autocompiacimento, o perlomeno non è così evidente: in primo piano c’è la storia e piaccia o non piaccia è una storia d’amore, romantica. Nekromantik va subìto per rimanerne affascinati. Ha tutte le caratteristiche dell’opera maledetta, questo è il suo pregio più grande. Il film termina con la visione della tomba del povero Robert: il cumulo di terra è ancora fresco, quando all’improvviso una pala vi affonda, spinta da un piede di donna. Fine.

Come accennavo, Nekromantik è stato osteggiato dalle case distributrici di film e praticamente nei cinema non è mai stato proiettato, se non in ambiti per così dire “specialistici”. Alcuni paesi del mondo ne hanno proibito la visione ai propri cittadini. Ciò nonostante, è diventato un film di culto, cosicché Buttgereit ha potuto girare il sequel Nekromantik 2, con un po’ più di soldi a disposizione, ma con esiti non altrettanto positivi. Il film, che riparte esattamente da dove era terminato il primo, racconta la storia di una ragazza che, affascinata dai cadaveri e dalla morte, disseppellisce Robert (di cui aveva letto la storia sui giornali) e se lo porta a casa per farci sesso, con grande appagamento. Parallelamente conosce un ragazzo, che per mestiere fa il doppiatore di film porno (divertenti le scene di doppiaggio), con cui instaura una relazione, per portare avanti la quale decide di disfarsi del cadavere. Lo mette quindi nella vasca da bagno e lo fa a pezzi, ma è una sofferenza, piange e teme quasi di fargli del male. Alla fine decide di tenersi il pene (che congela nel frigo) e la testa. Però, quando fa all’amore con il ragazzo che ha conosciuto, per eccitarsi deve pensare al cadavere di Robert, altrimenti non prova piacere. Il ragazzo se ne accorge. Trova il pene nel frigo. Capisce che c’è qualcosa che non va… Alla fine, durante un amplesso (in cui lei cavalca lui, esattamente come era solita fare con il cadavere), mentre il maschio raggiunge l’orgasmo, lei lo decapita con un coltello che teneva nascosto sotto il letto. Mentre il corpo sputa sangue da tutte le parti e trema in preda alle convulsioni, lei sostituisce la testa dell’uomo con quella del cadavere, che aveva conservato, e finalmente gode. Per evitare l’afflosciamento del pene dell’uomo, lo aveva opportunamente stretto alla base con un laccetto, subito dopo averlo decapitato.

Nekromantik 2 non aggiunge nulla di nuovo a Nekromantik 1 e, pur rimanendo imperdibile per chi ha visto il primo, non raggiunge le stesse vette di malata poesia. Amplifica alcune tematiche già presenti nel primo film: l’associazione cadavere/cibo, per esempio; l’analogia con lo squartamento da macello degli animali  (nel primo film un coniglio, nel secondo una foca).

Alcuni link su Wikipedia:

NecromantikNecromantik 2Antichrist

Altri link:

Elenco di film che parlano di necrofilia (discussione)

Kissed

Parafilia e morte (tesina)

Mad Dame (artista)

Sito porno con fantasie necrofile  (se sei contro, non cliccare! Se clicchi, poi non prendertela con me!)

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IL FENOMENALE CHECCO ZALONE

Posted on 9 gennaio 2011. Filed under: spettacoli | Tag:, , , , , , , |

checco zaloneDal Devoto-Oli, definizione di fenomeno: Qualsiasi fatto od evento suscettibile di osservazione diretta od indiretta, provocato o meno dall’uomo. In questa accezione deve intendersi il titolo: Checco Zalone è un vero e proprio fenomeno cresciuto tumultuosamente negli ultimi anni, miscuglio ben riuscito tra cabarettista, cantante, attore. Disgustato dai film comici (o cosiddetti tali) della famigerata ditta Vanzina-Parenti, basati esclusivamente sulla nota triade stilistica rutto-scoreggia-parolaccia, sono rimasto favorevolmente colpito dal film Cado dalle nubi, che ho visto in tv su Sky, al punto che ieri sera sono andato al cinema a vedere l’ultima fatica: Che bella giornata, lungometraggio che nei primi giorni ha polverizzato ogni record, persino quello fatto registrare da Avatar al suo esordio.

Pur essendo molto diversi, e non potrebbe essere diversamente, per una certa leggerezza dei toni (da intendersi positivamente, in contrapposizione alla greve volgarità dei cinepanettoni che tutti ben conosciamo) io accosterei la comicità di Checco Zalone a quella di Pieraccioni; ma mentre Pieraccioni è sostanzialmente “politicamente corretto”, Zalone sarebbe offensivo oltre ogni limite, pur non essendolo di fatto. Perché, mi sono chiesto? Perché Checco Zalone, pur non scevro da riferimenti grossolani al sesso, pur non privo di battute pesanti sui diversi, sulle donne, sugli extracomunitari, perché riesce a mantenere questa levità, perché alla fine non risulta offensivo, perché nessuno si risente, perché tutti ridono? Me lo sono chiesto, e mi sono dato una risposta.

Ma perché Checco Zalone, il personaggio, è un povero coglione. Ignorante, pieno di pregiudizi, straconvinto della bontà dei luoghi comuni che costituiscono da soli la sua visione del mondo, meridionale con tutti i difetti tipici dei meridionali, nelle situazioni comiche il primo a far ridere è proprio lui. E’ tutto sommato un bravo ragazzo, ma ha la testa piena di cazzate e fa regolarmente la figura del cretino. Nelle stesse situazioni comiche, a ben vedere, vengono dileggiati anche gli altri personaggi (alcuni sensibili: omosessuali, extracomunitari, mussulmani, islamici), ma fanno ridere di riflesso, perché in primo piano c’è la goffaggine, la stupidità, l’ignoranza di Checco, tanto è vero che gli altri appaiono sempre migliori di lui (e quando ne parlano, lo definiscono immancabilmente un coglione). Come quando chiede agli arabi se vengono dall’Islam (poi si salva in calcio d’angolo dicendo che lui viene da Cattolica), come quando in un locale a Milano pensa di difendere i gay cantando una canzone in cui si sostiene che non si deve ridere di loro perché non è corretto ridere di chi è colpito da quella malattia; nell’ultimo film, caccia via alcuni monaci tibetani da una chiesa perché il loro abbigliamento non è consono (calzano persino sandali con l’infradito) e la stessa sorte capita ad un sacerdote ortodosso perché ha la barba troppo lunga (per rimediare gli indica un barbiere: digli che ti manda Checco). Quando la ragazza araba che ha conosciuto, e di cui si è innamorato, porta del cous-cous ad un picnic, lui lo dà da mangiare alle oche di un lago, sorprendendosi poi che si trattava di cibo per l’uomo. Insomma, è un deficiente, e poiché lo è, gli si può perdonare qualche battuta scorretta.

Checco Zalone è un meridionale attaccatissimo alla famiglia, di buon cuore, ignorante peggio di una capra e con la testa piena di luoghi comuni. Dotato di un vocabolario limitato, è convinto che in Italia studiare non serva a niente, servono solo le raccomandazioni, perché è così che funziona. La ragazza francese di origine maghrebina che ha conosciuto, nella sua testa diventa francese di madre Tina, e se da una parte afferma orgogliosamente che l’amore non ha religione, dall’altra parlando al telefono con un parente riferisce (lei presente) che è un po’ negretta, ma poco, così poco che non dà fastidio. Il posto di lavoro migliore è quello fisso, così racconta ad un leghista, cui poco dopo riferisce in tono ammirato di un suo conoscente che sbafa una pensione di invalidità senza avere niente e viaggia per tutto il mondo. Alla fine vede una statuetta di Alberto da Giussano e chiede: ma quello chi è, un power ranger? Gli esempi potrebbero continuare…

In sostanza Checco Zalone fa ridere perché prende in giro se stesso, così facendo prende amabilmente in giro noi italiani che siamo un po’ come lui, tremendamente provinciali ed individualisti. Nel vortice comico, spesso irresistibile, finiscono tutti i personaggi che gli ruotano attorno e che vengono messi alla berlina, involontariamente, dalla sua ignoranza piena di luoghi comuni e pregiudizi. Anche il grande Totò molto spesso ha usato questo meccanismo, ma mi sembra di poter dire che Checco Zalone lo abbia perfezionato ed adattato ai tempi moderni, caratterizzati dal melting pot.

Il nome ed il cognome, Checco Zalone, derivano da un termine dialettale pugliese: cozzalone, che significa più o meno contadinotto. Per cui che cozzalone = che contadinotto.

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