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ANDROID E IL MISTERO DELLA MEMORIA PER LE APP CHE DIMINUISCE

Posted on 30 marzo 2014. Filed under: informatica, smartphone | Tag:, , , , , , , , , , |

Premessa: questo articolo è solo parzialmente tecnico, nel senso che viene affrontato il problema senza entrare troppo nel dettaglio per eseguire le varie operazioni. Chi vuole fare il root del proprio dispositivo, per esempio, può fare una ricerca su Google e cercare le istruzioni specifiche per il proprio modello.

Android è un sistema operativo parzialmente libero e gratuito, il cui sviluppo è portato avanti da Google, che ha interesse alla sua diffusione per ampliare il proprio business costituito da servizi e pubblicità (GMail, il motore di ricerca, Maps, Google+, e via discorrendo). Poiché non costa praticamente nulla, è ovvio che molti produttori di smartphone lo scelgano come il sistema operativo principale oppure esclusivo dei propri prodotti: ecco perché domina il mercato con una quota di circa il 70%, seguito a distanza da iOS di Apple e, con quote ancora più modeste (ma sembrerebbe in rapida crescita), Windows Phone.

Android è anche facilmente personalizzabile, per cui non è detto che due dispositivi con questo sistema operativo a prima vista sembrino uguali. Possiamo infatti trovarci di fronte a personalizzazioni più o meno riuscite, come quelle adottate da Samsung o HTC, giusto per citare due nomi. Queste personalizzazioni aggiungono in certi casi un cospicuo numero di funzionalità rilasciate come app di sistema, quindi di norma non è possibile disinstallarle perché ritenute indispensabili al funzionamento del sistema operativo. Ciò non corrisponde sempre al vero: cosa potrà mai esserci di indispensabile in un widget di Yahoo sull’andamento della borsa, oppure in un giochino? Questo è il costo di Android, che si paga non in soldi ma in servizi e app obbligatorie. Nel caso di Samsung, per esempio, oltre ai software obbligatori di Google troviamo quelli obbligatori di Samsung: ne consegue un grande spreco di prezioso spazio. Per fortuna si può rimediare, ma bisogna ricorrere a una certa dose di smanettamento, il che se da una parte può fare la gioia di certi tipi di utenti, dall’altra può essere una vera e propria tortura per altri.

Premesso ciò, a un certo punto fatalmente accade che non si riesca più ad aggiornare le app (spazio libero di memoria insufficiente) né a installarne di nuove. Allora si ricorre a spostare quante più possibili app nella scheda SD, e per un po’ il giochino funziona; ma dopo un po’ di tempo siamo da capo. La memoria continua a riempirsi inesorabilmente, e l’utente (che vede giga e giga di spazio libero e che magari ha aggiunto anche una memoria esterna di svariate giga) non comprende come ciò possa accadere. Si comincia perciò a disinstallare le app ritenute meno utili, o che si usano di meno. Niente da fare: lo spazio in memoria, stando ai messaggi, si è ridotto ancora di più, il dispositivo è lento, il sistema operativo gira pesante, i comandi vengono eseguiti dopo secondi di attesa…

E’ veramente incredibile che un sistema popolare come Android presenti problemi di questo tipo. Prima di spiegare ciò che accade, debbo fare una premessa.

Android divide in due la memoria: in una partizione, che normalmente è di due giga o meno, vengono installate le app; nello spazio restante viene gestita l’archiviazione dei contenuti (per esempio le foto o i video personali). La prima è chiamata memoria di sistema (da non confondersi ovviamente con la RAM), la seconda viene di solito nominata SD Card, da non confondersi con la eventuale scheda esterna che potremmo aver installato e che, nell’eventualità, si chiamerà External SD Card. La mia esperienza diretta è limitata a un paio di dispositivi Android, per cui non posso giurare che la terminologia usata sia sempre la stessa, ma penso di sì (più o meno).

Tornando al nostro problema, è ovvio che qualcosa va a erodere la memoria interna di sistema togliendo spazio ai nostri programmi, qualcosa di invisibile che cresce in modo smisurato… e in effetti è proprio ciò che accade. Andando alla ricerca di informazioni sui vari forum, ho finalmente compreso da cosa derivi questo assurdo meccanismo che limita la funzionalità di alcuni smartphone, di sicuro i Samsung, che sono gli Android più diffusi, ma forse anche di altri, se non di tutti.

Android scrive di continuo dei file di log, ovvero dei file in cui viene tenuta traccia minuziosa di alcuni eventi, in una cartella di sistema che si trova nella directory /data, dal nome log: /data/log. Questa cartella si riempie nel tempo di migliaia di file finendo con l’occupare anche più di un giga di memoria, cioè più della metà dello spazio riservato alle app. La buona notizia è che basta cancellarne il contenuto per far tornare il ns amato telefono al primigenio splendore; la brutta notizia e che la cartella, così come tutta la partizione, non è visualizzabile se non si hanno i diritti di root che sono un po’ come i diritti di amministratore di un PC Windows o Mac, o i medesimi diritti di root di un sistema Linux. Però mentre nel caso di un pc siamo noi stessi i padroni della situazione, nel senso che possiamo acquisire tali diritti a nostro piacimento, nel caso di un telefono i diritti di root sono inaccessibili per l’utente, che pertanto si trova nell’assurda situazione di vedere deperire giorno dopo giorno il proprio terminale senza poter far nulla.

A questo punto, anche se è una vera e propria rottura di scatole (personalmente di uno smartphone mi piace la sua utilità, non mi va di smanettarci su, ma tant’è), bisogna fare qualcosa e questo qualcosa consiste nell’acquisire questi benedetti o maledetti diritti di root ovvero, come si legge in giro, procedere a rootare il telefono.

L’operazione in sé è piuttosto semplice, solo la preparazione è un po’ lunga. Infatti non solo i telefoni Android sono diversi tra loro, ma anche quelli identici possono avere (e spesso  hanno) installata una versione differente del sistema operativo. Bisogna quindi, per prima cosa, prendere nota del proprio modello, della versione e della build di Android presente nel nostro terminale, andare alla ricerca delle istruzioni per fare il rootaggio, fare mente locale che si perdono a quanto sembra gli aggiornamenti automatici del sistema operativo (non delle app!) e che si invalida la garanzia (ma si può sempre tentare di tornare indietro) e, dulcis in fundo, che se qualcosa va storto il nostro amato compagno di tasca potrebbe cessare di funzionare, con conseguente panico e affannosa ricerca di una soluzione.

Nel mio caso (Samsung Note 1) è stato sufficiente trovare il file giusto, scaricarlo da internet, copiarlo nella SD CARD ESTERNA, riavviare il telefono in modalità recovery tenendo premuti contemporaneamente il tasto ON, il tasto HOME e VOLUME SU, selezionare dall’apposito menù che appare la voce per applicare l’upgrade del software dalla memoria esterna, indicare il nome del file… e dopo pochi istanti avevo bello e rootato il mio dispositivo.

A questo punto si può fare veramente di tutto!

su

Come prima cosa è bene andare a controllare se tra le app si è installato un programma che si potrà chiamare Superuser, SusperSU o qualcosa del genere. Nel mio caso si è installato automaticamente; in caso contrario bisognerà scaricarlo dal Play Store. Sarà il nostro gestore dei diritti di root!

Poi dovremo scaricare un gestore dei file capace di andare a sfogliare anche la directory di sistema. Molti consigliano ES FILE EXPLORER, gratuito, che ha funzionato bene finché non c’è stato un aggiornamento del Superuser, dopodiché non è stato più capace di acquisire i diritti di root per cui l’ho sostituito, allo spaventoso prezzo di 3,59 €, con ROOT EXPLORER. Questa app, così come tutte quelle capaci di funzionare con i diritti di root, al primo avvio attiverà il nostro gestore di diritti che ci chiederà se acconsentire, se acconsentire solo per una volta, ecc… Acconsentiamo per sempre e proviamo il brivido di sfogliare la directory di root. Attenzione, l’immane potenza acquisita rootando il nostro dispositivo ci consente di fare qualsiasi danno, anche irreparabile. Ma stiamo tranquilli: andiamo alla famigerata cartella data/log e cancelliamo tutto il cancellabile! Qualcuno consiglia addirittura di cancellare tutta la cartella log (male che vada, verrà ricreata). Fatto! Avremo liberato una quantità di spazio inimmaginabile e il nostro amichetto tornerà agile e veloce! Non più odiosi messaggi di memoria esaurita! Almeno, finché il sistema non la riempirà di nuovo: ma ormai per noi, con il telefono rootato, sarà un gioco da ragazzi liberarla.

A questo punto, incontentabili come siamo, possiamo anche procedere alla libidine di cancellare quelle odiose applicazioni di sistema che prima erano disinstallabili: per farlo, io ho scaricato un’app gratuita dal nome autoesplicativo ROOTAPPDELETE e ho eliminato un sacco di roba per me inutile. Vale anche qui la raccomandazione di stare attenti e di non cancellare cose indispensabili: per fortuna il programma in questione ci dà utili suggerimenti.

Infine ho installato un app dal nome SD MAID che, grazie ai diritti di root, consente di fare pulizia in modo pressoché automatico.

Infine segnalo che, pur senza acquisire i diritti di root, un risultato lo si può ottenere semplicemente digitando sul tastierino numerico *#9900#. Ma attenzione: non so se funziona solo sui Samsung. Apparirà una serie di opzioni in una schermata dal titolo SysDump, con il nostro ditino dovremo tappare la voce Delete dumpstate/logcat. Poi tappare su Esci. Certo che avere i diritti di root è tutta un’altra cosa, ma per chi non avesse voglia di sbattersi tanto…

Per concludere, trovo assurdo che un SO così diffuso e popolare, come Android, non provveda in modo automatico e trasparente alla cancellazione di semplici file di log che, proliferando incontrollati, finiscono col rendere di fatto inutilizzabile un terminale anche sofisticato e costoso.

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WINDOWS 8.1: GESTIRE i CLOUD IN UNA RACCOLTA

Posted on 15 febbraio 2014. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , |

Avete più di un account cloud? Oltre a SkyDrive, fornito di serie e che tra poco cambierà nome in OneDrive, potreste essere utenti di Google Drive, DropBox, e chissà quanti altri. E’ possibile raggruppare in un’unica raccolta le cartelle usate dalla maggior parte dei servizi cloud in modo da poterle gestire comodamente. La raccolta potremmo chiamarla, senza troppa fantasia, Cloud, ed avrebbe l’aspetto riportato nell’immagine sottostante.

raccoltacloud

Nell’esempio sopra ho incluso nella mia raccolta di nome Cloud le cartelle di Sky Drive, Google Drive, DropBox, Copy, 4Sync, Mega. Quella di 4Sync è l’unica di cui si può vedere parzialmente il contenuto (basta fare clic sul triangolino accanto al nome).

colonna_thumbLe raccolte predefinite sono Immagini, Video, Documenti, Musica. Ma attenzione: mentre in Windows 7 le raccolte erano visibili di default, in Windows 8 sono state per così dire quasi nascoste (non si sa per quale motivo). Come abbiamo visto una raccolta consente di raggruppare alcune cartelle, che hanno qualcosa in comune, dislocate in directory differenti e visualizzarle in un unico contenitore virtuale. La prima cosa da fare è quindi accedere alle raccolte per poterle gestire.

Il modo più semplice è quello di abilitare in esplora risorse, se non l’avete già fatto, la barra a sinistra delle cartelle: tab [Visualizza] – Riquadro di spostamento. Nel menù che appare ci sono varie opzioni, tra cui <Mostra raccolte>. Abilitiamo l’opzione. Vedremo la cartella Raccolte (che ha un disegno leggermente diverso, come quello di un raccoglitore, quale in effetti è) inserita nell’elenco del riquadro.

In alternativa possiamo andare sul Desktop (in Esplora Risorse, non sul Desktop di lavoro) dove troveremo questo raccoglitore bello pronto per essere utilizzato.

 

desktopracc_thumb[1]

Se facciamo doppio clic su <Raccolte> vedremo in effetti apparire le classiche Documenti, Immagini, Musica e Video, ovvero le raccolte presenti di default. Nell’esempio preso dal mio PC appare già anche la raccolta Cloud.

raccoltskerm_thumb[1]

Da questa posizione possiamo facilmente gestire non solo le raccolte già esistenti, ma anche crearne di nuove. Ecco come…

Con un clic del tasto destro del mouse apriamo il menù contestuale e selezioniamo la voce <Nuovo> – Raccolta. Subito il sistema esegue l’ordine abbinando alla nuova raccolta appena creata un’icona standard. Chiamiamo la nuova raccolta Cloud. A questo punto facciamo clic, sempre con il tasto destro, sulla raccolta Cloud appena creata e selezioniamo dal menù contestuale <Proprietà>. Appare la seguente finestra di dialogo che contiene tutto ciò che serve per far funzionare a dovere la nostra raccolta.

findialogttquelkesrv_thumb[1]

Il primo riquadro, il più importante, serve ad aggiungere i percorsi delle cartelle che vogliamo inserire nella raccolta. Poiché la nostra intenzione è quella di gestire tutte le cartelle relative ai servizi cloud in un unico raccoglitore, non dobbiamo fare altro che fare clic su [Aggiungi…] e selezionare, una per una, queste cartelle. Per ogni nuovo percorso dovremo cliccare su [Aggiungi…]. Vedremo il riquadro popolarsi con le nostre scelte.

Il passo successivo è quello di poter ottimizzare la raccolta per un contenuto particolare. Nel nostro caso, trattandosi di cartelle dal contenuto eterogeneo, possiamo lasciare l’opzione <Elementi generali>, ma nulla ci vieta di fare diversamente qualora dovessimo ritenerlo opportuno.

Infine l’ultimo tocco consiste nello scegliere un’icona di nostro gradimento. E’ sufficiente fare clic su [Cambia icona della raccolta…] e scegliere una di quelle che ci vengono proposte dal sistema, oppure una qualsiasi che magari abbiamo scaricato da internet e abbiamo salvato sul nostro PC.

Rimane un’ultima cosa da fare: scegliere una cartella predefinita, tra tutte quelle presenti nella raccolta, per il salvataggio dei nuovi file. In altre parole: se salviamo un documento di testo nella raccolta senza specificare una cartella precisa tra quelle presenti nel raccoglitore, dobbiamo dire al sistema quale cartella di default deve scegliere. E’ sufficiente fare clic sul percorso prescelto e premere il pulsante [Imposta perc. salv.] (che ovviamente sta per Imposta percorso di salvataggio). Vedremo apparire un segno di spunta alla sinistra del percorso da noi indicato.

Infine, fare clic su [OK] per memorizzare il tutto e salvare il duro lavoro svolto (si fa per dire…).

In questo modo potremo gestire con una certa comodità eventuali account multipli e godere cumulativamente dello spazio gratuito offerto gentilmente dai vari fornitori di servizi. Non solo: potremo con estrema facilità, trascinandoli con il mouse, spostare i file da un account a un altro, individuare più agevolmente un documento salvato nel cloud senza ricordarci di preciso in quale cloud, e via discorrendo.

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SISTEMI OPERATIVI GRATIS…

Posted on 23 ottobre 2013. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , |

No, non sto parlando di Linux che salvo rare eccezioni è sempre gratuito, ma di OSX e Windows. L’ultima versione del sistema operativo dei Mac, nome in codice Mavericks, Apple la dà
gratis, così come gratis è l’upgrade offerto da Microsoft per passare da Windows 8 a Windows 8.1. (Daccordo, per chi non ha già una versione precedente di Windows la 8.1 si paga, ma qui sto parlando di una tendenza). I nuovi e giovani utenti di soli tablet e smartphone penseranno sconcertati: e allora? Che novità è? Quando mai si è pagato iOS oppure Android o persino Windows Phone?
Insieme a Mavericks Apple regala persino un’intera suite di applicazioni per fare un po’ di tutto; Microsoft ancora non regala Office, anzi sì: lo regala con Windows RT e con Windows Phone per dare slancio alle vendite scarse di questi due prodotti, che finiranno col diventare un prodotto solo (del resto iOS non è unico per telefoni e tablet?), ma si vocifera che in futuro Office sarà già incluso in Windows e quindi non dovrà essere più pagato a parte.
Cosa si nasconde dietro questa apparente messe di regalìe?
Facile: la vendita dell’hardware. Il pubblico paga malvolentieri un software, mentre è meglio disposto nei confronti dell’hardware. Oggi i soldi si fanno vendendo computer, tablet, smartphone eccetera.
E poi si fanno creando attorno all’hardware un ecosistema di store per la vendita di app e contenuti, nonché di servizi creati ad hoc (cloud… ).
È il modello di business di Apple, in parte di Google ed ora anche Microsoft si sta trasformando da software house pura in un venditore di hardware, contenuti e servizi.

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WINDOWS 8.1: SKYDRIVE E I “FILE INTELLIGENTI”

Posted on 21 ottobre 2013. Filed under: informatica | Tag:, , , , , |

In Windows 8.1 l’integrazione con Skydrive, l’apprezzato servizio cloud di Microsoft, è ancora più marcata di quanto avveniva nella precedente versione, Ora di default i documenti personali vengono salvati in Skydrive (è ovviamente possibile decidere diversamente), ma è importante capire bene come funziona questa caratteristica. Infatti Microsoft ha introdotto dei cambiamenti che operano in modo non così evidente come sarebbe stato oportuno.
Intanto cominciamo col dire che non c’è più l’icona nella system tray. Il sistema operativo e Skydrive sono una cosa sola e non è stato ritenuto necessario, perciò, evidenziarne l’attività come avveniva quando tale servizio era un componente aggiuntivo. Perciò sbirciando nella system tray troverete, rimanendo in tema di cloud, sempre che li abbiate installati, Google Drive e Dropbox (giusto per fare un esempio), ma non la nuvoletta di Skydrive, che però sarà regolarmente in funzione.
Navigando tra le cartelle, infatti, oppure cliccando sul link presente tra i preferiti di esplora risorse, troveremo come di consueto la cartella Skydrive con tutti i nostri file.
Ma le cose non stanno proprio così ed è bene saperlo per non trovarsi un domani, in assenza di connessione internet, in difficoltà. Microsoft a partire da Windows 8.1 ha introdotto gli smart files, ovvero i file “intelligenti”: in pratica dei veri e propri collegamenti ai file reali che saranno memorizzati sul cloud e che verranno scaricati solo nel momento in cui ce ne sarà la necessità. Mi spiego meglio: nella cartella locale potremo spostare un file da una directory a un’altra, oppure rinominarlo: lo smart file si comporterà esattamente come il file vero e proprio, ed analoghi cambiamenti si verificheranno nel cloud. Ma se vorremo aprire il file, questo dovrà prima essere scaricato.
Purtroppo non è immediatamente chiara la differenza tra uno smart file ed un file “vero”. Bisogna visualizzare il contenuto della cartella Skydrive in modalità dettagli: qui una colonna ci indicherà in modo esplicito se un file è disponibile on line oppure off line.
Con un clic del tasto destro del mouse faremo apparire un menù contestuale da cui potremo scegliere se rendere il file sempre disponibile oppure se lasciarlo sul server; in quest’ultimo caso in locale resterà solo lo smart file.
Chiaramente lo scopo di questo meccanismo è quello di risparmiare spazio, cosa non necessaria se abbiamo un pc con terabyte a disposizione, invece molto utile se disponiamo di un tablet con qualche giga.
L’unico difetto di questo meccanismo è proprio quello di essere troppo trasparente all’utente, di funzionare quindi quasi a sua insaputa, mentre secondo me sarebbe stato opportuno evidenziare graficamente, anche nella vista ad icone, quali file siano smart e quali no (ovvero quali siano disponibili anche senza connessione internet e quali invece siano residenti nel coud), in modo da poter avere consapevolezza della situazione con un semplice colpo d’occhio e semmai apportare i cambiamenti ritenuti oportuni.

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WINDOWS 8.1 (e i PROBLEMI CON LA SCHEDA DI RETE ETHERNET)

Posted on 20 ottobre 2013. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , |

Windows 8.1 è arrivato. Anticipato dalla versione di prova liberamente scaricabile alcuni mesi fa, sarebbe inutile dilungarsi sulle novità introdotte, che comunque riassumo in breve. Innanzitutto è stato ripristinato il pulsante Start, che però si comporta esattamente come il precedente “pulsante che non c’era” ma che in realtà era richiamabile spostando il mouse nell’angolo inferiore sinistro. Si tratta quindi di una modifica solamente estetica, che comunque migliora l’interfaccia, a mio modo di vedere. Inoltre la schermata Start, quella con le piastrelle colorate per intenderci, può essere personalizzata in modo molto più ampio: si può inserire lo stesso sfondo del desktop, per esempio, così si attenua la transizione verso il diverso ambiente di lavoro, ma l’illusione funziona solo se il desktop non è coperto da finestre. Le tile (sì insomma le piastrelle) possono essere ridimensionate in forme anche più piccole.

Altra novità molto gradita, almeno per me, è che al login si può entrare nel sistema direttamente in ambiente desktop. La schermata Start a sua volta può essere meno “traumatica” perché può essere impostata mostrando, di default, la vista ora raggiungibile premendo una freccetta rivolta il verso il basso. Questa vista mostra tutti i programmi, proprio come avrebbe fatto il vecchio pulsante start, raggruppati in categorie; per primi possono essere elencati quelli che il sistema individua come utilizzati più di frequente.

L’aggiornamento, gratuito per chi ha Windows 8 già installato, è molto semplice e si effettua direttamente dallo Store. Ciò significa che in mano non ci rimane un supporto fisico. Tuttavia il funzionamento è piuttosto semplice e non presenta problematiche particolari.

Una cosa di cui è bene tenere conto, è che alla fine la procedura di upgrade creerà una cartella denominata Windows.old che conterrà praticamente copia di tutta la vecchia installazione. Questa cartella potrà contenere svariati giga di materiale e potrà essere cancellata senza problemi, ma sarà possibile farlo solo attraverso l’utility pulitura disco. Prima di cancellarla, però, è bene controllare che sia andato tutto berne e non serva nulla di ciò che contiene.

Un’altra cosa di cui si deve fare cenno è il nuovo modo di funzionare di Skydrive, ma lo farò in un articolo a parte.

L’unico problema che ho riscontrato, e che sembrerebbe abbastanza diffuso almeno a giudicare dai post che sono apparsi in internet a sole 24 ore di distanza dal rilascio della versione 8.1, anche su forum in lingua inglese, è un malfunzionamento con la scheda di rete (ethernet). Nel mio caso la scheda in questione è una Gigabit Ethernet Broadcom Netlink. Ad un certo punto la scheda smette di funzionare, un quadratino giallo appare nell’area di notifica sull’icona che rappresenta la connessione cablata ed un messaggio avverte che la connettività è limitata. In realtà, almeno nel mio caso, la connettività era proprio assente del tutto, poiché non risultava raggiungibile né la stampante di rete né lo stesso router, che però stava funzionando regolarmente. Infatti il wifi stava andando alla grande così come anche un altro computer collegato via cavo (un Mac). In precedenza non avevo mai avuto problemi del genere, per cui è evidente che ad avere qualche problema con la mia scheda di rete doveva essere proprio il nuovo sistema operativo appena installato.

In effetti sembrerebbe trattarsi di un problema di driver che affliggerebbe non soltanto i prodotti Broadcom, ma anche altri. Per quanto riguarda Broadcom, la società dovrebbe essere a conoscenza del problema e dovrebbero essere in arrivo i nuovi driver.

Nel frattempo io sono forse riuscito a risolvere il problema disinstallando (non disattivando) la scheda di rete da Gestione dispositivi e poi riavviando il pc. Ciò costringe il sistema operativo a riconfigurare il dispositivo ex novo e ricaricare i driver. Questa semplice operazione ha finora risolto il problema che non si è più verificato mentre in precedenza al massimo un paio d’ore dopo il riavvio si ripresentava regolarmente. Una semplice disinstallazione e reinstallazione senza riavvio non aveva dato, invece, i frutti sperati.

Come fare passo per passo: clic col tasto destro sul pulsante start, dal menù contestuale scegliere Gestione dispositivi. Nella finestra che appare, selezionare la scheda di rete e disinstallarla. Riavviare il PC…

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A PROPOSITO DEI BENCHMARK E DI SAMSUNG

Posted on 11 ottobre 2013. Filed under: informatica | Tag:, , , , , |

Alcuni hanno gridato allo scandalo perché secondo loro il processore montato sui Galaxy, in combutta con il sistema operativo, accelererebbe al massimo le proprie prestazioni quando sottoposto a stress da questo o quel benchmark. (Per chi  non sapesse di cosa stiamo parlando, si tratta di software che misurano le prestazioni di un sistema simulando gravosi carichi di lavoro). L’accusa più o meno sarebbe che Samsung doperebbe i risultati facendo registrare ai suddetti software indici prestazionali elevati, ma che l’utente finale nell’utilizzo comune non sarebbe effettivamente in grado di rilevare.

Insomma, Samsung barerebbe.

Non sono d’accordo.

Sarebbe come se un insegnante dicesse a un alunno: “Hai capito che ti avrei interrogato, quindi hai studiato. Mascalzone, hai barato!”

Oppure come se un collaudatore dicesse: “L’ultimo dodici cilindri Ferrari bara. Al banco sviluppa quasi mille cavalli, ma nessun pilota potrebbe mai sfruttarli tutti.”

Insomma, si accusa un produttore (Samsung) di essersi attrezzato al meglio in modo da dare il meglio di sé proprio quando un software lo mette alla prova. Cosa c’è di male? E cosa c’è di più normale?

Certe querelle proprio non le capisco. Vuoi vedere quanto vado veloce al massimo delle mie capacità? E io te lo mostro!

Cosa c’è di sbagliato?

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MAC OSX: COSA FARE QUANDO APPARE IMPOSSIBILE CAMBIARE LO SFONDO DELLE CARTELLE

Posted on 5 ottobre 2013. Filed under: informatica | Tag:, , , , , , , , , , , |

Quanto segue fa riferimento a Mac OSX Mountain Lion (versione 10.8.5) ma credo sia applicabile anche a versioni precedenti.

Premessa

Il Finder del Mac, ovvero l’interfaccia per l’esplorazione dei file, è altamente personalizzabile. Tra le caratteristiche ce n’è una oggetto di questo breve articolo: la possibilità di cambiare sfondo alle cartelle. Ecco come.

E’ sufficiente aprire in una finestra la cartella desiderata ed azionare il comando [Mostra opzioni Vista] raggiungibile dal menù [Vista] del Finder (ultima voce) oppure, se avete abilitato il tasto destro del mouse come vi consiglio di fare, dall’interno della cartella stessa: un clic con il tasto destro farà apparire un menù contestuale tra le cui voci scegliere appunto [Mostra opzioni Vista].  Si aprirà una finestra di dialogo che consentirà, tra le altre cose, di scegliere tra il normale sfondo bianco, oppure di cambiare colore, ed infine di scegliere un’immagine a nostro piacimento.

Il problema

Può accadere che in alcune cartelle l’opzione per cambiare lo sfondo sia disabilitata: si presenta infatti con il classico colore grigio e non è cliccabile. Nel mio caso oltretutto l’informazione riportata era incongruente: io volevo semplicemente rimuovere un’immagine di sfondo che avevo inserito tempo addietro e risultava selezionato (ma, ripeto, non cliccabile) lo sfondo bianco pur essendo presente lo sfondo immagine. Trascinando una nuova immagine nell’apposito quadratino, il nuovo sfondo veniva regolarmente visualizzato, ma non sembrava in alcun modo possibile azionare una delle due altre opzioni, ovvero lo sfondo bianco oppure quello colorato. L’unica cosa possibile era sostituire l’immagine di sfondo con una nuova.

Ciò non accadeva con tutte le cartelle, ma solo con alcune.

Ho cercato a lungo su internet ma, pur avendo trovato cenni del problema da parte di alcuni utenti, anche su forum in lingua inglese, non ho trovato alcuna soluzione funzionante.

La soluzione: bug del sistema operativo oppure…?

In realtà la soluzione, cui sono pervenuto dopo svariati tentativi, è piuttosto semplice. Tra le varie modalità di visualizzazione dei file all’interno di una cartella, ce ne sono alcune settabili tramite il menù [Organizza per] raggiungibile con il tasto destro del mouse oppure dal menù [Vista] del Finder. Ebbene, se la modalità selezionata è diversa da [Nessuno], l’opzione per cambiare lo sfondo risulterà disabilitata. Quindi è sufficiente selezionare la voce [Nessuno] per rendere di nuovo cliccabile l’opzione e poter cambiare lo sfondo a nostro piacimento. Ricordo che lo sfondo modificato sarà visibile solo nella vista a icone e che il bottone [Usa come default] non trasformerà tutte le nostre cartelle, ma solo per le nuove cartelle che andremo a creare. Potremo vedere in “diretta” il cambiamento di stato se terremo aperta la finestra di dialogo Opzioni vista mentre modifichiamo il settaggio di Organizza per.

Non sono riuscito a capire se questo strano comportamento della funzione di modifica dello sfondo sia un bug del sistema operativo oppure se si tratti di una caratteristica voluta, di cui comunque non capisco il senso. 

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iPHONE 5C: QUANDO LA NOVITÀ È SEMPLICE FORMA

Posted on 26 settembre 2013. Filed under: informatica, smartphone | Tag:, , , , |

Apple ha presentato in pompa magna e con grande enfasi, come di consueto, oltre a iOS 7, due iPhone anziché uno. La novità però è tale solo a metà poiché l’iPhone 5C in realtà non è altro che il vecchio iPhone 5, uguale in tutto e per tutto tranne che nell’aspetto esteriore. Apple, che a livello di marketing non è seconda a nessuno, piuttosto che lasciare in vendita a un prezzo più basso il vecchio modello come ha sempre fatto in passato, ha pensato bene di dargli una veste diversa, colorata e giovanile in modo da differrenziarlo dal vero nuovo modello ma soprattutto, io credo, in modo da avere un costo di produzione inferiore in virtù dei materiali meno pregiati per la scocca esterna. Pur mantenendo un prezzo abbastanza elevato, aggiungo. Ora la questione è vedere se l’iPhone 5C venderà bene oppure no, perché è evidente a tutti che il nuovo iPhone è il 5S con l’hardware più potente, la genialata del lettore di impronte digitali incorporato nel tasto home e il lusso esteriore in tre colorazioni di cui una, quella champagne, forse volutamente introvabile.
Per quanto riguarda il lettore di impronte digitali, gli organi d’informazione hanno dato molta enfasi alla tecnica di bypass del sistema di sicurezza elaborata da alcuni hacker. Piuttosto che sminuirne la validità, a mio modo di vedere questa notizia ha confemato che quello implementato nell’iPhone 5S è un vero lettore e non un giocattolino. La tecnica utilizzata dagli hacker, infatti, è la medesima per ingannare i lettori di impronte digitali utilizzati in ambiti dove la sicurezza è ben più importante ed oltre al vostro iPhone il presunto spione dovrebbe avere a disposizione anche una foto ad alta risoluzione della vostra impronta, cosa abbastanza improbabile.

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APPLE, IOS7: LA MELA PIATTA

Posted on 20 settembre 2013. Filed under: informatica, smartphone | Tag:, , , , , |

Giovedì mattina, dopo vari tentativi falliti perché i server di Apple erano irraggiungibili, come milioni di altre persone ho installato iOS7 sul mio iPad. Ho potuto così vedere le famose icone colorate e piatte che tanto hanno fatto discutere. Non voglio dire nulla o quasi sulle nuove funzioni che sarebbero presenti: non vedo reale innovazione, ma solo un modo diverso di fare le solite cose. Poi magari ci saranno nel codice grossi miglioramenti, come il supporto ai 64 bit eccetera, ma dal punto di vista dell’esperienza utente direi che il design è proprio l’aspetto più importante. Ma ciò che maggiormente mi ha interessato, è l’abbandono dello scheumorfismo.

Come ormai dovrebbe essere noto, perché se ne è discusso in tutte le salse, per scheumorfismo si intende l’imitazione della realtà da parte, per quel che ci interessa, di un software. Per esempio, se prendo un appunto sul mio smartphone, potrei vedere apparire l’immagine realistica di un blocnotes, potrei vedere i fogli a righe, o quadrettati, così come potrei vedere un’animazione voltando pagina e persino sentire il rumore della matita che scorre sul foglio. Insomma, vedrei un’imitazione della realtà ed avrei l’illusione di non usare un sofisticato prodotto tecnologico, ma un caro vecchio affidabile blocco per gli appunti.

Lo scopo dello scheumorfismo è evidente: creare un’interfaccia comprensibile che aiuti l’utente facendolo sentire a proprio agio. Sotto questo profilo lo scheumorfismo  altro non è se non un appesantimento del software. Apple è stata la regina incontrastata dello scheumorfismo, che però con iOS7 è stato quasi del tutto abbandonato.

Perché? E’ questo l’aspetto più interessante.

Il motivo di questo abbandono, cui sottintende un vero e proprio cambio di filosofia, è che l’utente medio non ne ha più bisogno. Ormai si usa più il gadget tecnologico che non l’oggetto imitato. L’utente non ha bisogno che lo smartphone imiti il blocco note, avrebbe invece bisogno che il blocco note fosse in grado di imitare lo schermo touch di un dispositivo digitale (cosa ovviamente impossibile). Siamo molto prossimi all’era in cui il lettore di un quotidiano troverà seccante l’assenza di un filmato e che le foto non scorrano se ci si passa sopra un dito.

L’abbandono dello scheumorfismo significa che siamo entrati definitivamente nell’era digitale!

Per quanto riguarda invece le famigerate icone piatte, colorate e minimaliste di iOS7, debbo dire che non le trovo tutte belle. Mi sembra bruttissima quella di Safari, il browser per navigare in internet, appena accettabile quella della fotocamera, non male le altre (ma mi riservo un giudizio più ponderato dopo un certo periodo d’uso).

Certo che tra Windows, iOS e Android, la tendenza al design minimalista la fa ormai da padrone.

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PERCHE’ MICROSOFT SI COMPRA NOKIA?

Posted on 3 settembre 2013. Filed under: informatica, smartphone | Tag:, , , , , , , , , , , , , , |

Dunque, la notizia “bomba” di oggi è che Microsoft si comprerà Nokia, non tutta la società ma solo la parte relativa ai telefoni cellulari. Subito si sono scatenati i sospetti sul ruolo che può aver avuto il CEO di Nokia Stephen Elop, ex dirigente Microsoft e (si dice) futuro successore di Ballmer alla Microsoft. Detto in altri termini: avrà fatto apposta a mettere in crisi Nokia per consentire a Microsoft di farne un boccone solo alla “modica” cifra di 5,44 miliardi di dollari? Da commenti letti in rete sembrerebbe infatti un affarone per Microsoft, basti penare che l’acquisizione di Skype era stata più onerosa. La verità secondo me è che gli azionisti Nokia non ne potevano più della divisione smartphone in perdita, né erano convinti della partnership strategica con Microsoft e il sistema operativo Windows Phone. Allora la casa di Redmond ha detto: va bene, smettetela di frignare, compro tutto io e faccio tutto da me!

A ben vedere Microsoft sta cercando di fare ciò che ha fatto Apple e ciò che sta facendo Google (che ha acquisito Motorola): vendere l’hardware, cioè i telefoni, con installato il proprio sistema operativo (che nel caso di Android-Google però è gratuito senza licenza) e creare così un ecosistema per vendere non più solo software ma anche hardware, musica, libri, film… tutto in formato digitale e possibilmente proprietario così da imprigionare l’utente il più possibile e costringerlo a spendere i propri soldi nel proprio ecosistema.

Nel caso di Apple (vedasi l’iPhone e le sue insopportabili limitazioni) il giochetto ha funzionato piuttosto bene, però si sa che per alcuni la mela morsicata non è un marchio, ma una fede cui credere ciecamente: il Mac è il miglior pc, l’iPad il miglior tablet, l’iPhone il miglior telefono, eccetera. Ma la Microsoft non è Apple. Le due aziende non potrebbero essere più diverse: Microsoft ha fatto i soldi vendendo software, Apple ha in realtà sempre venduto hardware. Microsoft non è una sorta di religione, non ha fanatici al seguito. A rompere un pochino le uova nel paniere ad Apple è Google, non Microsoft. Google ha un’idea chiarissima di cos’è e di dove vuole arrivare, Android gli serve per poterci installare le sue applicazioni chiave (GMail, GDrive, le mappe, il link al motore di ricerca, eccetera…) ed è per questo che viene concesso in licenza gratuita a chiunque ne faccia richiesta: più è ampia la base di installato, più Google ed il suo ecosistema net-centrico diventa importante ed efficace.

E Microsoft? Non mi sembra che abbia le idee altrettanto chiare quanto i suoi competitors. Cosa vuole fare (e diventare) la regina del desktop? E’ evidente che Microsoft teme la crisi del PC tradizionale e che sta cercando di espandersi in tutte le direzioni indicate dal mercato: la gente usa gli smartphone? E noi gliene diamo uno. Vuole i tablet? E noi gli diamo il tablet. E via discorrendo… Il tutto sa un po’ di rincorsa affannosa. Surface è stato un fallimento, Windows RT pure. Ma chi lo vuole un tablet con la versione monca e fin qui inutile di Windows 8? E perché tutta questa spasmodica attenzione all’interfaccia touch con Windows 8 che è e rimane un OS prevalentemente desktop mentre tutti sanno che allungare un braccio verso lo schermo di un desktop non è propriamente il modo migliore di interagire?

Secondo me Microsoft dovrebbe abbandonare Windows Phone e Windows RT e fare semplicemente… Windows. Un solo nome, un solo marchio, un sistema operativo unico che si installa intelligentemente su tutto l’hardware. Windows è stato sempre così, tradizionalmente è il suo punto di forza. Su un PC desktop non servono le “mattonelle”, su un tablet e uno smartphone potrebbero rivelarsi utili. La routine di installazione dovrebbe ottimizzarsi automaticamente secondo l’hardware.

Microsoft è sinonimo di software ma le ultime scelte progettuali e concettuali denotano una crisi di identità notevole. Siamo sicuri che mettersi a fabbricare telefoni sia la scelta giusta?

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