economia

APPLE VS. SAMSUNG: L’AUTO CON LE RUOTE QUADRATE

Posted on 27 agosto 2012. Filed under: economia, informatica, smartphone | Tag:, , , , , , , |

La sentenza della causa Apple vs Samsung, che ha condannato la casa coreana a pagare un miliardo di dollari di risarcimento per violazione di brevetti detenuti dalla “mela”, si presta ad alcune considerazioni.
La prima: com’è veloce la giustizia americana. Una causa di simile complessità, in Italia, sarebbe durata almeno una decina di anni. Il giudice USA è arrivato a minacciare pesanti sanzioni ai due contendenti se non avessero ridotto la documentazione da esaminare (ritenuta ridondante) ed il numero di testimoni (ritenuti eccessivi). Per noi italiani, roba da fantascienza.
La seconda: ormai in USA si brevetta di tutto e di più. Si accettano, secondo me, brevetti con troppa facilità su aspetti marginali e secondari, tipo una “gesture” (ovvero un movimento con una o più dita sullo schermo sensibile al tocco) oppure il meccanismo software di sblocco dello schermo.
La terza: che succede ora? Quali saranno le conseguenze per i consumatori ed il mercato? Premesso che Samsung ricorrerà in appello, per cui l’attuale sentenza potrebbe essere riformata in un senso o nell’altro, anche in peggio (o in meglio, dipende dai punti di vista), sicuramente non vedo vantaggi tali da promuovere o favorire l’innovazione. Anzi, tutto il contrario. Lo scopo più o meno dichiarato di Apple è quello di avere una sorta di monopolio nel settore degli smartphone ed una simile sentenza, che ha ritenuto validi i brevetti, la incoraggerà a promuovere altre cause nei confronti di altri soggetti. Credo, insomma, che Samsung sia solo l’inizio e che il vero obiettivo sia Android, inteso come sistema. Obiettivo difficile, perché Android, sviluppato da un colosso come Google, è praticamente gratuito.
Mi chiedo, per esempio, cosa sarebbe successo se il primo fabbricante di autovetture (forse Ford?) avesse potuto brevettare la forma rotonda delle ruote, quella cilindrica dei cilindri, la “gesture” di ruotare il volante per sterzare, eccetera eccetera. Penso che l’Industria automobilistica non si sarebbe sviluppata come invece è avvenuto. Nessuno è stato costretto a realizzare una (improbabile) auto con le ruote quadrate e pulsanti o leve al posto del volante.
Cosa succederà ora? Staremo a vedere. Certo Samsung, che non è un’aziendina da quattro soldi ma un colosso, poteva anche prestare un po’ più di attenzione. Insomma, se vuoi operare in un paese devi rispettarne le leggi e se gli USA permettono di brevettare anche il modo di scaccolarsi il naso, ne devi tenere conto, ti piaccia o non ti piaccia.

UPDATE: interessanti considerazioni possono essere lette in questo articolo.

Update del 3/09/2012: una analoga causa in Giappone è stata invece vinta da Samsung contro Apple. A dimostrazione di come sia incerta la questione brevetti.

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FERIE 2012: LE STRANE IDEE DI UN GOVERNO TECNICO

Posted on 24 giugno 2012. Filed under: economia, politica | Tag:, , , , , , , , , , , |

Eccola qua, l’ennesima trovata geniale sparata, questa volta, dal sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze Gianfranco Polillo: ridurre le ferie (naturalmente, dei lavoratori dipendenti) di ben 7 (sette) giorni. Il vantaggio, secondo questo augusto pensatore nonché sopraffino economista, sarebbe quello di aumentare di ben un punto percentuale il PIL di questo sciagurato Paese.

Diciamolo subito, l’idea è semplicemente vomitevole, e non solo perché le ferie sono sacrosante, meritate e sudate e comunque dal mio punto di vista sempre troppo poche, ma anche per altri motivi che vado a illustrare.

Come riportato dalla stampa, il nostro genio di turno avrebbe spiegato che “per aumentare la produttività del Paese lo shock può avvenire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo”. Un attimo, fermi tutti… Questa storia del senza variazioni di costo me la devono spiegare proprio bene. Ogni cosa ha un costo. Se io (e sottolineo io) lavoro di più a parità di stipendio, sono io (e sottolineo nuovamente io) a sostenere il costo di questa ipotetica sciagurata operazione di puro maquillage economico-finanziario. A pagare il trucco, sono io, ovvero sarebbero tutti i lavoratori dipendenti che già sostengono il 90% delle entrate grazie al saccheggio mensile delle loro buste paga, saccheggio che consente agli evasori fiscali di mantenere un tenore di vita più alto a nostre spese. Detto in altri termini, a pagare sarebbero sempre i soliti, a tutto vantaggio degli altri. Questa ipotetica riduzione di ferie senza aumento della retribuzione non sarebbe altro che l’ennesima tassa fatta pagare al popolo dei lavoratori dipendenti.

Inoltre: perché l’eccellentissimo economista geniale sopraffino pensatore non fa la stessa proposta ai lavoratori autonomi, ai professionisti, insomma a tutti quelli che non godono (si fa per dire) delle gioie e dei dolori della busta paga? Ma perché questi signori, qualora decidessero di fare una settimana di ferie in meno, lo farebbero per il proprio tornaconto, fosse quello di risparmiare oppure semplicemente di guadagnare di più. Non lo farebbero mica per il Paese, per aumentare il PIL dell’uno per cento. Che gli frega a loro del PIL? Tanto le tasse le pagano in misura fortemente ridotta. L’aumento del PIL non ci sarebbe, ci sarebbe solo l’aumento di qualche conto corrente. Invece no, bisogna far lavorare di più i lavoratori dipendenti, perché quei somari lo farebbero gratis a parità di costo, con vantaggio per tutti.

Eh no caro sottosegretario dei miei stivali, così non va! Non ci siamo! La proposta (che non saprei come altrimenti definire, vorrei evitare il turpiloquio) raggiunge vette elevatissime di ridicolo quando leggo la seguente frase virgolettata: “Se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul PIL immediato di circa un punto.”

Quel noi ricorda tanto un’infinita serie di barzellette e battute, la più famosa delle quali viene attribuita a Mussolini (ma forse è un falso storico): armiamoci e partite.

E’ come se Paolillo avesse detto: rimbocchiamoci le maniche e lavorate.

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INTERNET E I PRODOTTI DIFETTOSI

Posted on 15 aprile 2012. Filed under: economia, internet | Tag:, , , , , , , , , |

A mio modo di vedere una delle poche conseguenze negative di internet è la leggerezza con cui le aziende produttrici rilasciano sul mercato prodotti difettosi o non sufficientemente testati. Tanto per fare un esempio, in questa ultima settimana abbiamo: l’ultimo modello Canon di reflex digitale, la 5D Mark III, un apparecchio da oltre 3.000 Euro, che in presenza di scarsa illuminazione ambientale lascia trafilare verso l’esposimetro interno la luce che illumina il display, modificando l’esposizione; gli iPad 3 (anzi, ufficialmente si chiama il nuovo iPad) che hanno problemi con il wifi e con il display che in alcuni casi presenta macchie gialle; il nuovo smartphone top di gamma di Nokia, il Lumia 900, non ancora disponibile in Italia, che si disconnette dalla rete mobile… Badate bene, non sono voci di corridoio, sono difetti reali confermati dalle case produttrici. Perché si verifica questo? E che c’entra internet?

Internet c’entra perché con la propria diffusione, la interattività e la velocità con cui propaga le notizie, ha fatto esplodere la concorrenza soprattutto nel settore dell’elettronica di consumo, ragion per cui le aziende produttrici tentanto di bruciare la concorrenza immettendo sul mercato i prodotti prima il possibile e soprattutto prima degli altri: pur di raggiungere questo obiettivo non effettuano test approfonditi perché sarà il pubblico stesso ad effettuare i test, per giunta gratis (anzi, addirittura pagando!). Sempre grazie ad internet, per le aziende è facile venire a conoscenza dei bug e per tramite dello stesso mezzo, è facile rilasciare i firmware oppure i software di sistema aggiornati (quando il problema è software, come nella maggior parte dei casi). Quando il problema è hardware, le cose sono più complicate perché bisogna organizzare i tempi ed i modi per la riparazione gratuita oppure, ipotesi più temuta, il ritiro del prodotto, ma anche queste attività sono più facilmente attuabili che non in passato, proprio grazie ad internet.

Purtroppo tutto ciò sta diventando una cattiva abitudine da parte dei produttori, che in alcuni casi “pubblicizzano” persino i difetti e si vantano dell’efficienza degli interventi (è il caso dell’industria automobilistica che diffonde con tutti i mezzi i difetti e le campagne di “ritiro”). Naturalmente c’è il presupposto della sicurezza (si pensi a freni che… non frenano) ma niente mi toglie dalla mente che sotto sotto ci sia anche la motivazione pubblicitaria.

A casa mia, non si contano i prodotti che sono stati aggiornati via software perché al momento della loro messa in vendita presentavano difetti di funzionamento.

Naturalmente si può anche sostenere che non c’è niente di nuovo, che i prodotti difettosi ci sono sempre stati e che internet consente semplicemente di portare a conoscenza dei consumatori i difetti ed anche le politiche di riparazione delle aziende. Ma mi sembra indiscutibile che da alcuni anni a questa parte i produttori prestino meno cura nel controllo di qualità.

Ciò può dipendere anche dal fatto che molte aziende si limitano alla progettazione ed al marketing, mentre la produzione vera e propria è demandata ad altri. Nell’ambito dell’elettronica di consumo il caso più eclatante è quello di Apple, che non produce in proprio neanche una vite dell’hardware che mette in commercio. In questi casi, il controllo di qualità non può farlo chi ci mette la faccia (pardon, il marchio) ed è un mero fatto contrattuale tra Apple ed i propri fornitori.

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LICENZIAMENTI FACILI PER MOTIVI ECONOMICI IN PRESENZA DI GRAVE CRISI ECONOMICA?

Posted on 30 marzo 2012. Filed under: economia, politica | Tag:, , , , , , |

Più leggo i giornali e più mi meraviglio. Apprendo le dichiarazioni sindacali e lo stupore aumenta. Ascolto i comunicati della Confindustria e non capisco perché nessuno, dico nessuno, dica una cosa semplice semplice, facile facile, talmente ovvia e banale che c’è quasi da vergognarsi ad averla pensata: rendere facili i licenziamenti per motivi economici in tempi di crisi economica è come curare un malato grave facendogli ingerire una dose di veleno.
Quale azienda, in un momento come questo di crollo dei consumi e difficoltà finanziarie, di crisi del credito con le banche che hanno chiuso i rubinetti, avrebbe difficoltà a rappresentare una situazione di difficoltà ecomica?
Aspettiamoci, signori miei, una valanga di licenziamenti, soprattutto se licenziare non costerà poi così tanto (si parla al massimo di 27 mensilità lorde… Quanto rimarrà al netto delle voraci tasse in tasca al povero lavoratore? Una miseria. Sentire il ministro, che ha un reddito di milioni di euro, dire che 27 mensilità sono tante, fa cadere le braccia, solo per usare un eufemismo).
Insomma, da tempo i sindacati mi sembrano inseguire obiettivi più di principio che non di reale interesse per i lavoratori, per cui mi viene il sospetto che sia tutto un teatrino ai nostri danni, di noi che lavoriamo, che già paghiamo tutte le tasse, e che tasse! E le paghiamo ogni benedetto mese!
Probabilmente l’ormai famigerato art. 18 è da riformare, ma la riforma doveva essere fatta in tempi migliori, non proprio adesso che le cose vanno male col rischio di farle andare peggio…

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CRISI ECONOMICA: COSE CHE NON CAPISCO

Posted on 6 gennaio 2012. Filed under: economia, politica | Tag:, , , , , , , , , , , |

Non c’è peggior ignoranza che credere di sapere tutto. Lo diceva Socrate, mica uno qualunque. Quindi è con sollievo che posso confidare di non aver capito alcune cose, anzi molte cose che riguardano l’attuale crisi economica mondiale. Il bello è che le risposte non si trovano da nessuna parte, almeno così sembra.

  • Non capisco perché le Borse mondiali siano affette da una forma di nevrosi così profonda che Freud non avrebbe esitato a definire “isteria uterina”. Secondo lui, l’utero femminile sarebbe la causa più importante di isteria. Non sapevo che le borse avessero l’utero. E’ sufficiente che da qualche politico esca una frase di troppo, che qualche agenzia di rating alzi un sopracciglio per esprimere perplessità, per far sì che tutti si mettano a vendere, facendo crollare i listini.
  • Non capisco perché le agenzie di rating abbiano acquisito un potere così forte da sostituirsi a… a tutti. Nessuno guarda a come vadano le cose in realtà, invece tutti guardano alle triple A, ai segni più e meno dispensati da questi signori che passano il tempo a rifare i conti altrui. Bello, tu rompi il cazzo a tutti e fai le pulci a tutti, mentre nessuno di preoccupa di giudicare quello che fai tu. Vorrei vedere un rating delle agenzie di rating. Secondo me, le agenzie di rating sono piene di gente che specula in borsa. Ho in portafoglio troppe azioni di X, e me ne voglio sbarazzare? Basta fare un bel report positivo, e quelle azioni saliranno come per magia. Un qualcosa di simile al Verbo biblico: parole che diventano fatti.
  • Non capisco perché, in questo clima di Verbo biblico, di parole che diventano fatti, di Borse affette da isteria uterina, molti primi attori non ci pensino almeno due volte prima di esternare con toni apocalittici e catastrofici. Assistiamo ormai quotidianamente a politici, economisti, direttori e/o presidenti di banche centrali che non esitano a rilasciare alla stampa frasi tipo: “euro sull’orlo della catastrofe”, “il peggio della crisi deve ancora arrivare”, “zona euro a rischio fallimento”, eccetera. Poi ci meravigliamo che la gente si precipiti a ritirare i soldi dalle banche ed a vendere i titoli.
  • Non capisco perché dobbiamo essere tutti succubi della Germania (la Francia di Sarkozy mi sembra faccia fatica a stare sulla punta delle dita per mostrarsi alla stessa altezza della Germania di Merkel). Quando siamo passati all’Euro, la Germania che aveva una moneta “forte”, il Marco, è quella che ne ha tratto i benefici maggiori (non a caso la Confindustria tedesca era un grosso sponsor dell’Euro). La nostra povera italietta, invece, che era solita procedere a svalutazioni della lira per sostenere le esportazioni, con l’Euro comune non ha più potuto fare questo giochetto, ed i risultati si vedono.
  • Non capisco perché i sacrifici che dobbiamo fare, che siamo chiamati a fare, li dobbiamo fare “per salvare l’Euro”. Chissenefrega dell’Euro, se per salvarlo ci dobbiamo dare martellate sui coglioni.
  • Non capisco perché i politici europei abbiano voluto fare l’Europa dei commercianti, anziché l’Europa dei popoli. Hanno pensato, illusi, di poter unire con ciò che maggiormente divide, i soldi. Poi non meravigliamoci se chi ha di più vuole avere sempre di più, a discapito di chi ha meno e dovrebbe avere sempre meno per consentire ai più ricchi (parlo di stati) di arricchire ancora di più od almeno mantenere il proprio livello di benessere. L’Europa dei mercati, o dei mercaNti, è alla base dell’atteggiamento per cui se uno stato è in crisi, nessuno degli altri è disposto ad aiutarlo.
  • Non capisco perché l’Europa della moneta unica si sia dotata di una Banca Centrale che non batte moneta e quindi incapace di realizzare una minima politica economica degna di questo nome.
  • Non capisco perché in Italia ci sia voluto un governo “tecnico” per fare una manovra tipica dei governi politici precedenti: bastonate a pensionati e lavoratori dipendenti.
  • Non capisco perché lo Stato non adotti il criterio del buon padre di famiglia: se i soldi non bastano, si tagliano le spese.
  • Non capisco come ci si possa meravigliare del crollo del mercato dell’auto: ma vi rendete conto di quanto costa un litro di carburante? E il bollo? E l’assicurazione? Parliamoci chiaro: sono quasi tutte tasse. Tasse sui carburanti (le famigerate “accise”, di recente aumentate), tassa è il bollo, tassa è buona parte del costo dell’assicurazione.
  • Non capisco come ci si possa meravigliare del crollo dei consumi. Ma se la gente ha sempre meno soldi in tasca, chi la tira su l’economia?
  • Non capisco perché in questo Paese non ci sia un movimento trasversale che curi gli interessi dei lavoratori dipendenti: gli unici che non evadono, gli unici che pagano, e pagano anche i servizi degli altri.
  • Non capisco perché non si aboliscono tutti i privilegi di categoria che non sono utili alla collettività.
  • Non capisco perché il PDL, partito che si dichiara di destra liberale, non abbia fatto nulla di liberale. Non capisco perché il PD, partito di origine comunista, reclami a gran voce la necessità di riforme di stampo liberale.
  • Non capisco (ma questo in realtà lo capisco) perché i nostri partiti politici non abbiano avuto la forza e il coraggio di aumentare le tasse, così come hanno fatto gli “scienziati” bocconiani del governo Monti.

Ci sono un sacco di altre cose che non capisco, ma l’elenco è già lungo e mi fermo qui.

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L’EUROPA DEI MERCA(N)TI

Posted on 19 aprile 2011. Filed under: economia, politica | Tag:, , , , , , , |

Ma che cavolo di Europa stiamo costruendo? Anziché basata sul comune sentire e sulla solidarietà fra i Paesi partecipanti, è un guazzabuglio inestricabile di egoismi nazionali. Del resto, cosa potevamo aspettarci da una (dis)unione europea che ha per fondamento non l’unità politica, che è e resta un’utopia, ma l’unità economica, l’unità dei merca(n)ti? Hanno voluto mettere al centro di tutto gli affari, l’economia, la moneta, senza preoccuparsi di fare gli europei, che non esistono. L’Europa non è la patria di nessuno, piuttosto è la puttana di molti. Si usa quando serve, la si accantona quando non c’è più la voglia o il bisogno di usarla. Quando si corre in aiuto (sempre rigorosamente di tipo economico, anzi monetario) di un altro Paese, come per esempio la Grecia, lo si fa solo perché si teme che la crisi possa estendersi come una malattia (si tratta quindi di un atto di egoismo mascherato) ed a prezzi da strozzini.

Possiamo quindi meravigliarci se nelle singole elezioni nazionali i partiti cosiddetti “euroscettici” mietono allori? Possiamo stupirci se dappertutto fioriscono i movimenti separatisti, portatori di interessi sempre più particolari e fautori di una netta chiusura verso ogni forma di ingerenza dall’esterno?

Possiamo meravigliarci (ed è storia recentissima) se il resto dell’Europa ha detto “arrangiati” all’Italia per il problema degli immigrati nordafricani? In tutta onestà, ci sarebbe da meravigliarsi del contrario.

Nella costruzione della comune casa europea, è come se, di fronte a difficoltà insormontabili, si sia ripiegato in qualcosa di più facile da costruire: una sorta di condominio litigioso.

Sono stato sempre un “euroconvinto”, eppure non posso fare a meno di ammettere che il progetto ha limiti evidenti e fondamenta piuttosto fragili. Manca di respiro. Non ha prospettiva politica. Gli Stati Uniti sono un paese federalista piuttosto spinto (tra uno Stato e l’altro variano le leggi e persino il codice penale) eppure nessuno, da quelle parti, non si sente “americano”. Perché i padri fondatori di quella patria hanno saputo unire gli uomini, nonostante una sanguinosa guerra civile, e forgiare gli animi. E’ stata una attività di stampo prettamente politico nel senso letterale del termine (l’uomo è animale politico per eccellenza perché vive in gruppo ed il gruppo ha bisogno di regole piuttosto complesse).

I merca(n)ti invece pensano solo agli affari propri e questo, nella zoppicante unità europea, è un peso che si sente.

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FANTASIA AL POTERE: AUMENTANO LE TASSE SULLA BENZINA

Posted on 24 marzo 2011. Filed under: economia, politica | Tag:, , , , , , , , , |

…detto in senso ironico, ovviamente. Per finanziare alcuni settori, poi vedremo quali, il governo aumenta la tassa sui carburanti di 1-2 centesimi. Provvedimento assurdo che equivale proprio a gettare benzina sul fuoco, vista la naturale propensione dei propellenti a salire di prezzo ad ogni pretesto. Manovra che le organizzazioni dei consumatori hanno già bollato come irresponsabile, ed io sono d’accordo con loro. Ma come cazzo si fa, mi viene da esclamare, ad aumentare ancora di più la tassa sui carburanti? Quegli “1-2 centesimi”, quanti diventeranno alla pompa? Ma Gianni Letta è proprio rincoglionito a dichiarare che gli italiani “saranno ben felici di pagarli”?

La felicità dovrebbe trovare fondamento nella destinazione dei fondi. Ebbene, la maggior parte andrà a finanziare il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo). Originariamente i soldi destinati al FUS dovevano provenire dall’aumento di 1 euro dei biglietti per l’ingresso ai cinema, ma questo balzello ha sollevato le ire degli stessi beneficiari (le case cinematografiche) ed allora si è pensato bene, per tutelare questi signori tra cui il premier, che detiene la proprietà di alcune di esse ed ha le “mani in pasta” nel settore, di penalizzare tutta l’economia nazionale: perché è noto che l’aumento dei carburanti ha un effetto volano in senso negativo su tutto. Aumentano i trasporti, aumentano quindi i prezzi al consumo di praticamente ogni cosa, compresa l’energia, i pannoloni per il bambino o per il nonno incontinente, i profilattici per gli amanti, i costi sostenuti dai pendolari per andare al lavoro e per chi trasloca… Una vera vergogna, per finanziare poi capolavori stile cinepanettone (i famigerati film parolaccia-rutto-scoreggia) oppure lungometraggi lassativi alla Moccia-Muccino per adolescenti sdolcinati. Volenti o nolenti, andremo tutti a finanziare  quella industria dei contenuti che negli ultimi anni si è contraddistinta per il suo astio nei confronti del proprio pubblico e per la propria arroganza; industria cui già vanno un sacco di soldi non dovuti, per esempio l’iniqua tassa sui supporti di memorizzazione digitale (hard disk, CD e DVD scrivibili, memorie allo stato solido, persino quelle all’interno dei telefonini).

Ciò dimostra quanto l’attuale governo sia prono agli interessi lobbistici e quanto sia distante dai problemi veri della gente.

Il resto dei soldi, ma gli spiccioli residui, andranno a finanziare la cultura vera ed a tutelare il patrimonio artistico. Troppo poco per essere felici, abbastanza per essere incazzati.

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SPAURACCHI VECCHI E NUOVI

Posted on 24 gennaio 2011. Filed under: economia, scienza | Tag:, , , , , , , , , |

Il nuovo spauracchio si chiama NDM-1. Dietro questo nome da robot di guerre stellari si cela un batterio resistente a qualsiasi antibiotico esistente ad oggi, per cui l’unica cura praticabile sembrerebbe consistere in un cocktail di medicinali, e che Dio ce la mandi buona.
Il nostro nuovo nemico pubblico sanitario viene principalmente dall’India ed è stato portato in Europa da cittadini britannici che sono andati a farsi curare da quelle parti per spendere poco (ecco con quali risultati). Sembra che la sua diffusione sia rapidissima e che tra breve varcherà i confini italici.
Il problema dei batteri resistenti agli antibiotici è reale e prima o poi l’umanità dovrà farci i conti: da una parte una sorta di mutazione fa sì che i nuovi batteri sviluppino doti di resistenza agli antibiotici; dall’altra l’industria farmaceutica è restia a sviluppare soluzioni definitive, che rendono poco, preferendo concentrarsi sulle malattie “incurabili” che però possono essere tenute sotto controllo grazie ad una somministrazione continua di medicine, preferibilmente più di una e costose. Per cui lo studio e la produzione di nuovi antibiotici langue.
Ecco che il quadro si fa completo, per cui sorgono spontanei i primi interrogativi: questa volta il pericolo è reale, o sarà l’ennesimo tentativo di speculazione da parte dell’industria farmaceutica mondiale, come le passate “pandemie” insegnano? Ed ancora: possibile che la medesima industria farmaceutica nasconda vaccini e/o antibiotici (soluzioni che conducono alla guarigione completa) per propinarci cure temporanee o palliative che durano una vita (con tutti i rischi collaterali che la continua assunzione di un farmaco può comportare)?
Forse il vero virus pestifero dei nostri tempi non è un batterio o chissà cosa, forse sono i meccanismi socioeconomici che muovono la ricerca, il commercio e la produzione dei farmaci. La ricerca deve trovare la cura ai malanni, ma la cura deve portare soldi, tanti. Un farmaco che guarisca subito un malanno, come può coprire i costi di una ricerca lunga e complessa?
Piuttosto che guarire dal cancro, o dall’AIDS, è meglio trovare una soluzione alternativa che allunghi la vita del paziente trasformandolo in un consumatore continuo di medicine.
È questo che mi fa paura più di tutto.

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SIM… SIM SALA BIM!

Posted on 19 novembre 2010. Filed under: economia, informatica, smartphone | Tag:, , , , , , |

La celebre (si fa per dire) formula magica del mago Silvan la prendo a prestito per eseguire il gioco di prestigio odierno: ecco, tra le mani ho una SIM, uno di quei minuscoli pezzettini di plastica-quasi-cartone che albergano dentro i nostri cellulari, donando loro la vita. La vedete?Ed ora attenzione: recito la formula magica… sim sala bim! Magia, la SIM è sparita, dissolta nel nulla, non c’è più!

E’ quello che vorrebbero fare alcuni produttori di cellulari et similia: eliminare la SIM. Per essere più precisi, la vorrebbero integrare nell’hardware facendola diventare una periferica programmabile. Il loro ragionamento è questo: la SIM trasportabile da un cellulare ad un altro aveva senso per trasferire i dati utente, per esempio la rubrica. Ma adesso che i telefonini sono diventati oggetti molto sofisticati, e lo saranno ancora di più in futuro, dotati di giga di memoria interna, nessuno memorizza più i contatti nell’angusto spazio offerto dalla SIM, soluzione che non consente nessuna funzionalità avanzata e spesso non permette neanche l’inserimento per intero di nome e cognome! Allora, ecco il seguito del ragionamento, dotiamo i cellulari di una SIM fissa, non estraibile, ma programmabile: per cambiare operatore basterà farle leggere un file con i dati giusti. Sarà sufficiente, immagino, persino ricevere un SMS oppure un allegato email. Ci pensate? Siete, poniamo, con Vodafone; vi arriva una proposta da TIM che vi piace, perché vi consente di telefonare gratis 24 ore su 24 a vostra nonna; tramite SMS rispondete "ok" e subito vi arriva un SMS di risposta che automaticamente vi cambia l’operatore, vi mantiene lo stesso numero, vi cambia il piano tariffario con quello che avete scelto (per la felicità della nonna) e vi pulisce persino il display touch dalle impronte (vabbè, questo è impossibile!). Il tutto senza aprire il telefonino, sostituire la SIM con quella nuova, eccetera. Domanda: e se uno ha comprato un nuovo smartphone e vuole trasferire la SIM che ha in quello vecchio? Tranquilli, il trapianto d’organo si potrà fare lo stesso: si sposterà il file di configurazione da un dispositivo all’altro, tramite un PC oppure, per esempio, tramite bluethoot o collegando con un cavetto i due apparecchi (i produttori, è evidente, dovranno mettersi d’accordo su un protocollo standard di comunicazione). Tutto bene, allora? Non proprio, ci sono anche i contrari.

Per esempio, nel caso di guasto di un cellulare, potrebbe essere impossibile il trasferimento dei dati, mentre la cara vecchia SIM di cartone non avrebbe dato alcun problema. Inoltre: non tutti sono capaci di usare un PC, oppure non sempre ce ne è uno a disposizione, e gli eventuali metodi alternativi potrebbero essere troppo complicati per l’utente medio, che tipicamente non riesce neanche a configurare l’email. Infine i sostenitori della SIM tradizionale ricordano l’enorme successo del settore della telefonia mobile, ottenuto anche grazie a soluzioni semplici ma efficaci come, appunto, la SIM rimovibile.

Io mi chiedo: perché non farne una programmabile, ma anche rimovibile? Si avrebbe il meglio dei due mondi.

Intanto, mentre il dibattito infuria, può essere utile notare come i fautori della SIM incorporata coincidano con i fabbricanti di hardware, mentre contrari siano gli operatori telefonici. Per esempio, Apple spinge fortemente in direzione della SIM incorporata e si vocifera che il prossimo iPhone ne conterrà una. Gli operatori telefonici temono che la SIM hardware leghi troppo il cliente al produttore del telefono anziché all’operatore telefonico, cedendo di fatto al primo la gestione della clientela.

Come vedete, in ballo (come sempre) non c’è solo la praticità o la convenienza di una soluzione o l’altra per l’utente finale, essendovi invece gli interessi commerciali ed industriali.

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LA FIAT SE NE VA

Posted on 25 ottobre 2010. Filed under: economia, politica | Tag:, , , , , |

Lo si era capito, ed ora Marchionne l’ha detto in modo esplicito scegliendo, come palcoscenico mediatico, la trasmissione di Fabio Fazio su RAI 3. In sintesi l’AD della FIAT ha spiegato che dell’utile di bilancio, neppure un euro viene dalla costola italiana, ed ha concluso affermando che la casa automobilistica torinese migliorerebbe le proprie prestazioni abbandonando l’Italia. È da un po’ che Marchionne lancia messaggi di questo tipo e, in tutta franchezza, non riesco a dargli torto, anche se in quanto italiano le sue parole possono ferire.
In questo momento, da un punto di vista industriale, siamo un Paese arretrato:
costo del lavoro elevato a fronte di stipendi netti bassissimi, relazioni sindacali ancorate a schemi tipo anni ’60, pressione fiscale elevata, produttività bassa, infrastrutture scarse, assenti o fatiscenti (penso al trasporto pubblico, alla connettività internet, al costo dell’energia elettrica). Il messaggio di Marchionne è chiarissimo: al di là delle assicurazioni di facciata (crediamo ancora in questo Paese bla bla), la FIAT è pronta ad andarsene perché può permettersi di scegliere dove produrre. E deve far riflettere il fatto che siamo un Paese dove nessuna industria estera investe ed apre stabilimenti: il costo del lavoro infatti è basso solo per chi percepisce lo stipendio, non per chi lo paga. Le cause di tutto ciò? Un sindacalismo arretrato che fa politica invece di perseguire il bene dei lavoratori ed una classe politica onanistica ed autoreferenziale che trascura in modo sistematico i veri problemi per concentrarsi su beghe interne cervellotiche di nessuna utilità pratica.
Per inciso, Marchionne si è detto disposto a portare la busta paga al livello dei Paesi confinanti, purché si raggiunga pari efficienza negli stabilimenti. Quindi all’estero si lavora meglio e si guadagna di più.
Le reazioni politiche e sindacali non si sono fatte attendere ma, purtroppo, mi sembrano improntate come al solito alla superficialità. Leggo che qualcuno si sarebbe lamentato perché Marchionne ha parlato come se fosse a capo di una multinazionale straniera. Ragazzi, ma dove viviamo? Oggi come oggi non c’è confine patrio e le multinazionali non hanno patria per definizione. Vanno e stanno dove si fa profitto. Possiamo farne a meno? Se la risposta è affermativa, possiamo continuare per la nostra strada come niente fosse; altrimenti qualcosa (molto) dovremo cambiare.

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