LO SQUINTERNO DELL’ASSE TERRESTRE

Posted on 14 marzo 2011. Filed under: scienza | Tag:, , , , |

Lo confesso subito: la parola squinterno non esiste. Il Devoto-Oli riporta squinternare, squinternato, squinternatura; il titolo quindi avrebbe dovuto essere La squinternatura dell’asse terrestre, troppo lungo e di poco impatto. Esiste invece il quinterno, senza la s davanti, ed è l’insieme di cinque pagine piegate a libretto, l’una dentro l’altra. I quinterni, rilegati, formano il libro. Un libro squinternato è un libro la cui rilegatura è andata a puttane; la rovina della rilegatura, che tiene le pagine in ordine e dà senso compiuto all’insieme, comporta confusione, ed ecco che in senso lato lo squinternato è una persona con qualche rotella in meno, oppure in stato confusionale. A me è venuto in mente il dorso di un libro squinternato: obliquo, piegato da una parte, col vuoto dentro perché alcune pagine oppure interi quinterni non sono più al loro posto. Non so se tutto questo può giustificare un titolo come il mio: ma sapere che l’asse terrestre, dopo il sisma giapponese, si è spostato di dieci centimetri (o forse inclinato… ma allora la misura non dovrebbe essere in gradi?) mi ha fatto subito venire in mente questa parola inventata, lo squinterno (marchio brevettato, tutti i diritti riservati).

Tralascio le parole di convenienza nei confronti del popolo giapponese. Il mio cordoglio è sincero, consideratelo riportato qui e dategli la forma che preferite. E’ che io ho voglia di parlare d’altro.

Dunque, il nostro pianeta si muove non solo perché viaggia in orbita attorno al sole, non solo perché ruota su se stesso, ma anche perché dentro di sé ha dei rigurgiti di potenza incommensurabile e può tentare una specie di capriola. E’ tanto grosso e pesante che la capriola è stata appena abbozzata, dieci centimetri di rotolamento extra su se stesso, ma c’è comunque stata. Questa per me è stata una scoperta, frutto dell’ignoranza, certo, ma comunque una scoperta. Ho capito che il pianeta su cui viviamo non deve temere solo minacce esterne, tipo meteoriti provenienti dallo spazio, ma anche tumulti interni che possono fargli molto male. Non mi riferisco naturalmente ai pur gravissimi danni dello tsunami: mi riferisco proprio allo squinterno. Questa volta è stato piccolo, forse insignificante per la vita nostra di tutti i giorni, ma un domani nulla ci dice che non possa essercene un altro, magari più consistente, e poi un altro ancora, ed ancora, ed ancora… fino ad ipotizzare che potrebbe essercene uno così grave, un colpo di tosse così forte, uno spasmo così tremendo, un contorcersi di viscere così feroce da spaccare, letteralmente, il mondo in due, far sprofondare montagne, annegare interi continenti, e così via, di catastrofe in catastrofe.

Il pianeta, insomma, è vivo e lo è non nel modo bucolico tuttobuonista, ma lo è come può esserlo un corpo malato, con contrazioni muscolari involontarie, conati di vomito, rigurgiti di stomaco, ulcere gastriche e tumori sotterranei.

Tutto ciò è semplicemente terrificante. Potrebbe davvero mancarci, da un momento all’altro, la terra sotto i piedi.

Tutto ciò, anche, ci rammenta la nostra pochezza. Noi esseri viventi siamo cacchette al cospetto dell’urlo spaventoso di ciò che è scaturito da una spinta iniziale così forte da durare ancora con effetti imprevisti, ed imprevedibili, sia che l’energia l’abbia creata Dio, sia che provenga da un’esplosione iniziale in cui tutte le cose erano, mi si conceda, zippate in un’unica cartella.

All’inizio era il verbo, dicono le sacre scritture.

Poi venne il caos.

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