HARD DISK: LE NUOVE TECNOLOGIE INTRALCIANO LE INDAGINI DELLA POLIZIA

Posted on 8 marzo 2011. Filed under: informatica | Tag:, , , , , |

I dischi rigidi tradizionali, quelli con i piattelli rotanti (Mazinga non c’entra niente!) e le testine magnetiche, diventano sempre più capienti ed economici. I nuovi, quelli a stato solido, che non hanno parti meccaniche in movimento, diventano anche loro sempre più capienti ma… ahimé, il costo è proporzionalmente sempre più alto. Dalla loro parte hanno la velocità di lettura e scrittura, credo anche la affidabilità. Ma le differenze non finiscono qui.

Gli SSD (Solid State Disk) rappresentano sicuramente il futuro. Silenziosi, rapidi, efficienti, richiedono poca energia per funzionare. La svolta avverrà quando il costo per GB sarà paragonabile a quello offerto dagli HD tradizionali, oppure quando sarà superiore solo di poco, se quel poco corrisponderà al vantaggio tecnologico che la nuova soluzione comporta. Un SSD non ha bisogno di deframmentazione perché non c’è una testina magnetica che, in caso di dati frammentati, saltella qua e là per leggere i file.

Come è noto, cancellare un file da un HD non significa eliminarlo sul serio. Il file è ancora lì, ma viene ignorato dalla logica del disco (e del sistema) solo perché lo spazio fisico  occupato viene contrassegnato come libero; però il file, finché non viene sovrascritto da nuovi dati, rimane lì ed è facilmente recuperabile. Tanto è vero che sono facilmente reperibili, in rete, programmini che cancellano in modo sicuro i file e lo fanno passando numerose volte con la testina magnetica sullo spazio fisico occupato, in modo da rendere talmente corrotti i dati da non poter essere ricostruiti nemmeno dal più sofisticato degli algoritmi.

Gli SSD presentano altri tipi di problematiche. (Attenzione, questo non è un articolo tecnico: per approfondire questi contenuti bisogna rivolgersi altrove). Tutti ormai siamo utenti di memorie allo stato solido di vario tipo (per esempio chiavette USB, schede di memoria per macchine fotografiche e/o telefoni cellulari) e sappiamo benissimo che possono essere scritte un tot numero di volte prima di perdere le proprie capacità. Ciò è vero anche per gli SSD, con l’aggravante che disco rigido posto all’interno di un PC subisce innumerevoli cicli di lettura/scrittura (pensiamo solo al file di swap, ma anche alle operazioni eseguite dall’utente). In più, ci sono differenze tecniche tra le operazioni di scrittura e lettura, per cui un SSD può trovarsi alle volte costretto a memorizzare temporaneamente un dato in una determinata locazione, cancellare il contenuto in un’altra, spostare i dati dalla prima locazione alla seconda. Naturalmente il tutto corrisponde ad una logica interna, del tutto trasparente all’utente finale, necessaria per mantenere in buona salute il SSD senza intaccarne troppo presto l’efficacia.

Questi algoritmi, che operano incessantemente e sono del tutto indipendenti dal sistema operativo del PC, fanno sì che in un SSD lo spazio divenuto libero, perché occupato in precedenza da un file cancellato, venga immediatamente coinvolto in questa attività di ottimizzazione, divenendo di fatto irrecuperabile dopo pochissimo tempo dal comando di cancellazione impartito dall’utente.

Ciò, in base ad una recente ricerca, rende obsolete le attuali tecniche di informatica forense utilizzate per le indagini sui PC degli indagati: solo una minima parte dei dati può essere recuperata, e più passano i minuti, più diminuiscono i file recuperati. E non servirebbe a niente nemmeno staccare il SSD dal PC: appena alimentato, le procedure di ottimizzazione riprenderebbero immediatamente a fare il proprio lavoro, anche al di fuori del computer, proprio perché interne alla logica del disco.

Sembrerebbe proprio, quindi, che gli SSD siano in grado di proteggere la privacy e la segretezza dei dati (almeno, di quelli cancellati) più di ogni altro sistema.

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