NO LOGO APPLE

Posted on 2 novembre 2010. Filed under: informatica | Tag:, , , , , |

Fotoscaletta

Eccomi al secondo titolo consecutivo sulla Apple. Il sito Gizmodo ha presentato un interessante articolo, corredato di fotografie (le stesse che vedete qui a lato), che illustra le condizioni di vita dei lavoratori della fabbrica cinese Foxconn, dove vengono fabbricati gli iPhone. Infatti la Apple “progetta” i propri apparecchi ma non produce un bel niente, poiché è priva di fabbriche e di operai. E’ una di quelle aziende che hanno delegato la fabbricazione totalmente a terzi, con cui vengono stipulati contratti di fornitura (un tot a pezzo), per concentrarsi sugli aspetti pubblicitari e di marketing: in altre parole, tutta gli sforzi anche economici sono a tutela del marchio (nella fattispecie, la famosa mela morsicata) ed il marchio è l’unica cosa che realmente viene venduta, indipendentemente dalla merce su cui viene applicato. Questo provoca forti squilibri perché la maggior parte delle risorse economiche vanno in iniziative che promuovono il brand mentre, per contro, è necessario economizzare il più possibile sui costi di produzione, senza alcun riguardo alle condizioni delle risorse umane impiegate. In pratica la Apple dice a Foxconn: quanto vuoi per farmi un milione di iPhone? Foxconn  fa due conti e dice quanto vuole, Apple tratta, tira sul prezzo. Infine si mettono d’accordo e la produzione inizia. Ad Apple non interessa sapere quanto vengono pagati gli operai, che turni di lavoro fanno, se godono di ferie, se vengono impiegati minori oppure carcerati, se vengono garantiti i diritti delle donne incinte, se ci sono sistemi di sicurezza a tutela della salute: non gliene può fregare di meno, l’importante è vendere ogni iPhone a 600-700 euro con un guadagno netto il più alto possibile, e non gliene frega niente neanche al governo cinese, che non a caso ha aderito al WTO solo nel dicembre del 2001 dopo una serie di trattative interminabili (oltre 15 anni). Perché? Perché l’adesione al WTO comportava certi obblighi, alcuni a tutela dei lavoratori, che la Repubblica Popolare Cinese non aveva la minima intenzione di rispettare.

Torniamo alle foto: si vede un classico palazzo-dormitorio del tutto spersonalizzato ed anonimo. Ma a colpire sono, all’esterno, le reti di protezione antisuicidio che sono state messe dall’azienda per evitare che le persone si buttino di sotto. Infatti si sono avuti, nel gigantesco complesso industriale, parecchi suicidi. Leggere qui e qui (Corriere della Sera) per saperne di più.

Le foto scattate agli interni sono ancora più squallide: sembra di stare in un carcere. Ambienti angusti e poco illuminati, grandi come un garage da due auto, in cui vivono (vivono?!… diciamo che dormono) 4 persone su due letti a castello, senza mobilio e servizi igienici, gli effetti personali disposti in una scaffalatura di metallo che non troverebbe posto nemmeno nel retrobottega di una ferramenta. Ogni piano ha uno stanzone collettivo in cui si può guardare la televisione…

Che tristezza, e che pena. Ora io vorrei chiedere una cosa: l’iPhone è un eccellente smartphone, siamo tutti d’accordo. Chi non preferirebbe dare qualcosa di meno ad Apple e qualcosa di più, del suo costo, a questi sfigati che lo fabbricano? Magari giusto i soldi per consentirgli di comprarsi un armadietto, un comodino, un tv color personale, una settimana di ferie, una gabbia con canarino giusto per avere una presenza amica e non essere considerati solo una necessità per far andare avanti la fabbrica… una necessità di cui, se si potesse, si farebbe volentieri  a meno, come ha fatto Apple e come stanno facendo numerose altre ditte, soprattutto nel settore dell’abbigliamento (Nike, Levis, l’italiana Diesel, e tantissime altre). Una politica commerciale tutta improntata alla promozione del marchio e niente altro.

E’ un problema grosso e grave con cui la nostra coscienza dovrà fare, prima o poi, i conti. Ci compriamo un paio di scarpe da tennis della Nike e andiamo in giro a fare i fighetti incuranti di averle pagate 150 euro mentre chi le produce ha l’ambizione, con il proprio salario, di riuscire a permettersi il MacDonald una volta a settimana. Stipendi da fame e turni di lavoro massacranti senza garanzie minime di sicurezza, ecco cosa si nasconde dietro le faraoniche campagne pubblicitarie di questi marchi.

Senza mettersi a fare i rivoluzionari (è normale che chi produce o fa produrre cerchi i costi più bassi, ed è logico che alcune economie in fase di sviluppo facciano di tutto per attrarre i capitali esteri), io credo che l’umanità nel 2010 potrebbe anche permettersi un organismo di controllo internazionale che indichi e verifichi le condizioni minime di impiego del lavoro umano in tutto il globo.

E se le istituzioni non lo fanno, sarebbe ora che lo facessero i consumatori penalizzando quelle aziende che si comportano malamente.

Non per niente la Apple, preoccupata per il ritorno di immagine negativo, ha sbandierato ai quattro venti che avrebbe fatto indagini per accertare cosa abbia spinto così tanti lavoratori della Foxconn, suo partner commerciale, a lanciarsi dalle finestre delle proprie celle (scusate, volevo dire stanze). Siamo seri… secondo voi, in che cosa saranno consistite queste indagini? Mettete le reti sotto i balconi?

Secondo voi, la Apple avrebbe mai disdetto il contratto con la Foxconn? E chi glieli fa, a quel prezzo, gli iPhone e gli iPad?

Per l’approfondimento di queste tematiche è consigliata la lettura del libro NO LOGO della giornalista canadese Naomi Klein (attenzione, è bello grosso…).

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