COSA CI INSEGNA LA VICENDA DI ENZO TORTORA

Posted on 19 settembre 2010. Filed under: politica, società | Tag:, , , , , , |

Enzo_Tortora

Circa 25 anni fa il noto presentatore tv Enzo Tortora venne arrestato con una spettacolare azione di polizia. Era stata da poco varata la legge sui “pentiti” e due esponenti camorristi lo avevano accusato di essere un corriere della droga. Iniziò così uno dei casi più clamorosi di persecuzione giudiziaria di un innocente che la storia italiana ricordi. Tortora dovette forzatamente interrompere la propria brillante carriera di conduttore televisivo (chi non ricorda Portobello?) per difendersi da un iter giudiziario che ha dell’incredibile. Condannato in primo grado a dieci anni di reclusione “per associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti”, venne poi assolto con formula piena dalla Corte di Appello di Napoli ed i “pentiti” furono giudicati non credibili. La Corte di cassazione confermò infine il verdetto di innocenza.

L’arresto avvenne il 17 giugno 1983; la sentenza finale della Cassazione 13 giugno 1987; quattro anni terribili solo perché due delinquenti, pur di approfittare dei benefici previsti per i pentiti, avevano bisogno di inventarsi qualcosa ed accusare qualcuno. E fortuna che Tortora, in quanto personaggio pubblico, godette del privilegio di farsi eleggere parlamentare europeo nelle liste del Partito Radicale, senza però approfittare dei benefici che tale status gli avrebbe potuto conferire: infatti chiese al Parlamento Europeo di autorizzare il procedimento penale nei suoi confronti. Morì di cancro ai polmoni meno di un anno dopo l’assoluzione definitiva e chi come me crede fortemente nell’influenza della mente sul corpo, non può fare a meno di associare il tumore al terribile stress fisico ed emotivo cui il povero Tortora venne sottoposto.

Da allora, ogni volta che sento le dichiarazioni di qualche pentito che accusa un personaggio famoso di collusione con la mafia o peggio di aver architettato stragi e messo bombe, non posso fare a meno di ripensare al caso Tortora e di rimanere dubbioso di fronte a rivelazioni così clamorose. E non posso fare a meno di pensare ai limiti del “pentitismo”, una sorta di perversa collaborazione tra chi ha infranto la legge e chi dovrebbe tutelare la sua applicazione. Ecco così che qualche delinquente, che non ha nulla da perdere, può cominciare ad inventarsi che gli è stato detto – quasi sempre da persone scomparse, che non possono quindi né confermare né smentire – che Tizio, Caio o Sempronio hanno fatto questo o quello. Si tratta perlopiù di gente che spera di poter usufruire, a spese dei contribuenti, di un programma di protezione, riservato ai collaboratori di giustizia, che garantisce benessere, cibo tutti i giorni, un appartamento, uno stipendio, alcune guardie del corpo, una nuova identità, il tutto a sbafo e senza fare niente: altro che marcire in cella. Inoltre, poiché le accuse sono inventate, in realtà non devono temere nulla da nessuno: chi li andrà a cercare? Chi tenterà di ucciderli? Chi vorrà vendicarsi di loro? Gente come Enzo Tortora?

Questi sono i limiti di questa politica anticriminale denominata “pentitismo”. Gli inquirenti non mi sembrano sempre in grado di distinguere tra il vero pentito e chi invece si sta prendendo gioco di loro e di tutti noi.

Ho sentito molti magistrati dire che grazie alla legge sui “pentiti” si sono ottenute straordinarie vittorie contro il terrorismo, contro la mafia e contro la criminalità organizzata. Probabilmente è vero, ma io non posso fare a meno di essere diffidente.

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