LIPPI, IL GRUPPO E LA LEADERSHIP STANCA

Posted on 25 giugno 2010. Filed under: sport | Tag:, , , , , |

L’eliminazione della nazionale di calcio dai mondiali si presta, al di là degli aspetti sportivi, ad un’analisi più profonda, perché secondo me è esemplificativa degli errori che si possono commettere quando si esercita la leadership su un gruppo (pensiamo a quante volte la parola “gruppo” è apparsa nelle interviste rilasciate da Lippi e dai giocatori e con quanta enfasi è stata condita).
Una premessa: Lippi è sicuramente un grande allenatore, ha vinto molto e di tutto. Io non voglio tanto muovere una critica alle scelte tecniche, anche se inevitabilmente dovrò farlo, sia pure da lontano, quanto illustrare come anche un leader bravo e capace possa cadere in trappole ben conosciute e facilmente individuabili. Certo è facile parlare con il senno di poi…
L’allenatore di una squadra, soprattutto un allenatore alla Lippi che punta tutto sulla forza intrinseca del gruppo e che quindi dovrebbe essere particolarmente attento alle dinamiche del cosiddetto “spogliatoio”, può essere inquadrato come il leader di un team cui è riconosciuta autorevolezza e competenza. Il leader deve essere rispettato ma non temuto e deve essere capace di organizzare le forze di cui dispone in modo da raggiungere gli obiettivi prefissati, consentendo ad ognuno dei suoi uomini di dare il meglio di sé. Per ottenere questo risultato ottimale, il leader deve essere un po’ psicologo, un po’ manager, un po’ figura paterna ed un po’ anche stronzo. Secondo voi, l’operato di Lippi può riconoscersi in questi tratti? Purtroppo no. Abbiamo visto giocatori impiegati fuori ruolo, scelte cervellotiche tipo inserire in squadra giocatori di copertura quando si doveva per forza vincere e quindi attaccare (Gattuso contro la Slovacchia), tenere ostinatamente fuori giocatori che invece erano più in forma degli altri (Quagliarella), sostituire un terzino quando il problema era in attacco (Criscito per Maggio). Più in generale, abbiamo visto un uomo incapace di rendersi conto del vero stato di salute fisico-psichico dei propri uomini. Perché un tecnico esperto e capace come Lippi non è stato sufficientemente lucido in modo da rilevare i limiti dei giocatori preferiti e quindi la inadeguatezza delle proprie scelte? Facile: a tradirlo è stata proprio la fiducia incondizionata nel gruppo. Con quegli uomini Lippi ha vinto ed era convinto di vincere ancora: con Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Iaquinta, Gattuso… Insomma i senatori della squadra, nella mente di Lippi le colonne portanti della sua nazionale, la spina dorsale della sua creatura. Peccato che questi vecchi gladiatori erano ormai logori e spompati, reduci da un campionato non all’altezza. Eppure, loro erano il gruppo o, meglio, ciò che rimaneva del gruppo originario: nella testa di Lippi, solida base su cui innestare forze nuove che avessero avuto le caratteristiche morali, umane e sportive per formare un gruppo nuovo.
Lippi non ha avuto la lucidità, la forza ed il coraggio di cambiare: penso a Montolivo, alla fine uno dei migliori, che non avrebbe mai giocato se non ci fosse stato l’infortunio di Pirlo; penso a Quagliarella, forse il più in forma ed il più efficace tra gli attaccanti, ostinatamente tenuto in panchina tranne i 15 minuti finali contro la Slovacchia, quando era ormai tutto perso. Penso a Pazzini, che non ha mai giocato.
Nella vita di tutti noi, prima o poi, soffia il vento (a volte tempestoso) del cambiamento, e spesso è un vento che ci fa paura; pensiamo di stare bene così come stiamo, pensiamo che cambiare costi fatica senza garanzia di risultati. Finamo così per convincerci che quello che abbiamo va bene, anzi benissimo, che 4 anni dopo i giocatori siano ancora gli stessi, abbano conservato intatte le proprie capacità fisiche e psichiche. Abbiamo disputato (male) un mondiale con atleti a fine carriera, reduci da un campionato in cui non sono stati protagonisti, senza mettere in campo quasi nessuno dei giovani che avrebbero potuto fare la differenza (un esempio su tutti: Balotelli, escluso insieme a Cassano perché non conforme allo spirito del gruppo e forse esplicitamente non voluto dal gruppo stesso).

Il cambiamento ogni tanto diventa necessario, nella vita privata come in quella pubblica, nello sport come in azienda, e bisogna saperlo cogliere quando si è leader, e viverlo come una nuova opportunità quando si è parte di un gruppo di lavoro. Non rendersi conto di ciò è tipico dei vecchi leader di successo, e Lippi si è comportato proprio come un vecchio leader, salvo poi stupirsi perché quegli stessi uomini che credeva di conoscere perfettamente e sui quali pensava di poter contare ciecamente, una volta sul campo di gioco apparivano pallide controfigure di quello che erano stati una volta.

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